“L’ascesi è in basso…tornare anima, e denudarla” di Plinio Perilli

L’ASCESI È IN BASSO…

TORNARE ANIMA, E DENUDARLA

Il sonno di Salomè è un incubo vitale, uno strappo di vitale, strepitosa energia… Antonella Rizzo prende in prestito questa biblica, antiqua metafora e la fa assolutamente moderna, l’incarna tutta dentro e anche fuori di sé… “Luna” (cosmogonica entità arcana, e vertigine simbolica del Femminile) che ribalta invece in coraggio e in fierezza, in solarità interiore – il suo ancestrale destino satellite, cupo o umbratile, dannato da un maschilismo millenario che la schiaccia a incudine fra la Storia e il Potere,

Mi piace nascondere,

affogare quel sentire strano,

quella colpa originale

che la luce malvagia degli uomini

chiama ombra o dannazione.

Al di fuori della consueta, andante pletora contemporanea di poetesse manierate, nevrosensibili, esistenzialiste di ritorno col loro bilancio egocentrico da piccola deriva diaristica, finalmente una guerriera di Se Stessa che mena fendenti e scudisciate a destra e a manca – ma soprattutto combatte contro il sonno delle coscienze e la pavidità, il conformismo che ci circonda, anche in seno al beneamato universo femminile…

Sono figlia del verbo femminile

dell’imperfetto, della perdizione.

Senza luce, al tenue chiarore

come un rettile assopito

si abbandona il corpo sulla terra pigra

fedele frutto della tua divinazione.

Qui la divinazione si fa poesia, carne pulsante fra sangue e parole, ed Antonella Rizzo esordisce autonoma, già per sua fortuna affrancata, emancipata da stilemi e stereotipi… Anche il gran personaggio di Salomé, da secoli agli onori delle cronache sia liriche che affabulanti (da Heine a Flaubert, ad Oscar Wilde o alla musica di Richard Strauss), qui si ribalta, lo ripetiamo, a inesorabile, incrudelito ma risvegliato approdo emotivo, contrappasso – al contempo – sprezzante e puro.

 

Sprezzante e pura ci affascina tutta la sua poesia che cavalca, vorremmo dire, un inesausto, cadenzato e visionario horror dell’inconscio, romanzo abraso di Psiche, e riconduce lo sguardo ma anche il Logos a un canto inopinato, trasognato due volte: prima per allontanarsi dalle vetuste dolcezze del limbo onirico; poi, ancor meglio, per tornare caparbia e indomita a una rinnovata, vaccinata autocoscienza di Libertà.

Salomè dormiva sonni agitati.

Pura e carnale come il più raro fiore d’Oriente, sognava

l’amore e la vita.

La storia l’ha punita con l’infamia, come punisce tutti coloro

che emanano luce ma non sanno difendersi dal proprio calore.

Resta infatti la Libertà – espressiva, espressionistica – qui la matrice e la moralità più preziosa, più ardimentosa… Travaglio di rinascita… Nessuno o quasi ci aveva saputo raccontare, difendere le sacrosante ragioni di Salomè, il suo vincente (dis)senso di colpa, la sua tempra paradossalmente eroica. Antonella serba questo coraggio e noi la rispettiamo. Di poesia in poesia si rinsalda, si imbastisce o cuce un ordito, un esemplare, splendido refuso di carne e idee che lievita poi a monologo, a recital metafisico da impennata soprano dell’anima:

È l’elogio dell’imperfezione, della materia cruda ancora

appendice di un ventre materno invidioso della sua stessa

creazione.

Pensando di riscattare la sudditanza si incatena alla violenza

del suo destino, fragile dinanzi al miraggio troppo ambizioso della

libertà.

È così che la sua sorte si consuma: in quell’ultima, irripetibile

danza cade l’onore di Salomè insieme alla testa del Battista.

Occorreva però questo sogno, questo pellegrinaggio angustiante o confessione errante/erotico/eretica d’Imperfezione, per riportarci un dono, un gesto di poesia pura e carnale… Ecco perché poi, in realtà, le circa quaranta gagliarde paginette di quest’ottima opera prima, condensano – anche loro malgrado, certo – una densità storica, teoretica, epistemologica, insomma antropologico-culturale addirittura millenaria, spropositata… Rammentiamo il gran saggio/manifesto di Julia Kristeva in Storie d’amore (1983), vero inno ermeneutico sull’Amore come “figura delle contraddizioni insolubili, laboratorio del nostro destino”…

«…  Vi è una storia degli atteggiamenti e dei discorsi amorosi che è senza dubbio il fondo più squisito dell’anima occidentale.

In realtà, da quando esiste, Psiche parla e si dispiega soltanto in amore. Rileggiamo Platone ancora una volta, nel Convito (385 a.C.) e nel Fedro (366), per cogliere nel passaggio dal discorso mitico al discorso filosofico, la prima apologia compiuta dell’Eros occidentale, con i tratti dell’amore omosessuale. Delirio, mania (mania), rapporti di forza, violenza sado-masochista; questa erotica tuttavia si rovescia, all’interno dello stesso testo platonico, in un alato elevarsi verso il sommo Bene attraverso la visione, calda, fondante, effervescente del Bello. Eros – possesso rapinoso – diverrà in questo IV secolo prima della nostra era un Pteros, uccello idealizzante preso nel movimento ascendente dell’anima, certo delusa, ma che immancabilmente ricorda di essere stata più in alto.  …»

L’Anima di Salomè, o se vogliamo di Antonella Rizzo, rinuncia a ogni movimento ascendente, a ogni edulcorato, male-inteso vangelo idealizzante, insieme rapinoso e platonico, eucaristico o pagano… Basta coi voli, via le ali!, buone solo a illudere altri poveri Icari o Icaresse, Diotime sorvolanti di passaggio… L’ascesi è in basso, mai più delusa di ogni elevarsi mancato… La fede vera, scomoda e umanata, è semplicemente tornare anima, e denudarla corpo:

Non sapevo più di avere un’anima

nuda e incendiata da nuovi sentori

di pelle morbida e temporali estivi.

Aveva provato a farsi luce

tra rovi di more e bacche rosse

nei boschi fitti di tane e sospiri

ma invano.

 

L’Amore è puro se torna terrigno, radice, tubero e pietra e petalo di ogni bacio che è rosa solo per pungente incanto di spine. E il vero sesso è linfa, stelo già verde d’anima, per condurci ai colori, al vento concreto d’ogni sguardo – che è abbraccio e palpito, amplesso meritato, intimistico, così come bilancio epocale (Che come lo specchio di Sylvia Plath, non è crudele ma soltanto veritiero)…

Sento nel gioco della folla

tra sagome e pensieri

il contatto estremo di petalo e fiore

e come l’affluente al fiume

il sangue nuovo si trascina al cuore.

Che atroce ma benedetto rito necessario!, doversi oggi ancora e sempre sentire Salomè assonata, luna e “colpa originale”, un ritratto di Modigliani (la pupilla nascosta nel fondo dell’anima),Maria Maddalena in fertile, fecondato controsenso di “frutto pregno, frutto acerbo”… per tornare impalpabile, serico petalo di vero fiore, liquido ruscellante destino o rossobuia arteria di un sangue nuovo, turgido e riconsacrato, che affluisca ancora e sempre in quel Delta di Venere che è il mare della vita: battesimo salato, miraggio o sogno che ci svanisce, ma per fortuna miracola, pazienta o lentamente carezza ogni nostro risveglio!

Finalmente è stata tempesta

un giorno gravido di vita

ha dischiuso le corolle miti.

                                                           Plinio Perilli

[Antonella Rizzo, Il sonno di Salomè,

 

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