Recensione del libro “Il sonno di Salomè” a cura di Maria Rizzi

La raccolta di Antonella Rizzo affonda le sue radici nella mitologia dell’infanzia, dove il mito è inteso non in senso favolistico, ma come origine della vita, caratterizzata da dolori laceranti, da distacchi, da paure.

“Ti rivedo ancora adesso

nel dolore e nell’angoscia

della mendicante scalza

che aspetta un cenno del signore”

versi tratti da “A mio padre” –

L’Autrice sceglie volutamente di introdurre la raccolta con una pagina forte, sanguigna e… incredibilmente, tra i gorghi delle sofferenza, ci annuncia spiragli di luce. Quasi a rasserenare il lettore, a prepararlo a una lettura vicina alla morte e alla filosofia, al sangue e all’inchiostro. Poetessa, Antonella, ricca di voci misteriose, che ella sa decifrare con coraggio esemplare, donna vera, consapevole di quanto il giunco e la rondine, nelle difficoltà del loro esistere, siano spesso più eterni delle statue, del granito. In lei crepita luce romantica e crudele al tempo stesso.

“A terra riposa la pallida luna

Il senso del sangue

ha stregato il suo cuore.”

versi tratti da “Il senso del sangue”

Le liriche, che rinnovano la vicenda tragica della Salomé del Vangelo, sono del tutto estranee alla plastica fissità del sonetto: l’evento del loro nascere si configura come una permanente ricerca, un picchiare, uno scavare nella pietrificazione del linguaggio. Antonella lascia scivolare versi nei quali lei donna e le donne che hanno fatto da sfondo alla sua crescita – la sorella minore, per esempio -, vengono proiettate in una dimensione cosmica, che le avvicinan all’alternarsi delle stagioni, del giorno e della notte. Ed è la figura femminile a dominare sovrana nel ‘fuoco’ dell’Autrice. Il suo dominio è sofferto, è assediato da fantasmi, da desideri che sembrano irrealizzabili:

“E’ vero che io vedo un’immobile fiera

in una gabbia chiusa dai moti dell’amore”

– versi tratti da “Imperatrice” –

Si tratta di un dominio illusorio, oserei dire difensivo… L’anima ha subito saccheggi e ‘prova a farsi luce’, a eludere la sordità del tempo presente. L’uomo ha seminato inganni, descritti come inventari di rovine, tramite metafore di accecante forza espressiva:

“Lasciano strade di vita bruciata

e di tenerezza virile nascosta

le domande gettate nel vento

che raccolgo come una nutrice bugiarda”

– versi tratti da “il sogno”-

E la donna, mai doma, reagisce … sa riprendere la vita nel grembo e ‘vivere in piedi’, prendendo le sembianze della ninfa immortale. L’intera Silloge è il canto lirico delle vessazioni e delle risposte ai dolori. Nessuna bufera può trascinare il giunco nell’acqua alta…Anche in poesie come “Amore e psiche” è presente l’allegoria dell’amore inteso come guerra e degli amanti ‘fiere in amore’. Non v’è riposo, i versi sono saliscendi affannosi di sentimenti in tumulto, di ricordi da esorcizzare e di soffi salvifici da lasciar filtrare attraverso le alluvioni di sperma siderale, di materia spessa, di vita imbestialita. L’amore è esigenza mai sopita, ma Antonella sembra dover scendere all’Inferno per ‘tornare a riveder le stelle’. Ben caratterizzato nel ‘sonno’ della donna che si paragona a una delle figure più sofferte della storia, il carattere solitario ed eidomatico della morte, catastrofe che non si riversa all’esterno, ma diviene naufragio nel nostro stesso sangue. Se s’immagina la vita, come affacciata, tramite i sensi, a fior di pelle, verso l’esterno, la morte si può vedere come una caduta all’indietro, verso le profondità nascoste dell’anima.

“Ho solo bisogno di star male

e sentire che il respiro vive

sotto la coltre spessa del letargo…”

– versi tratti da “Autunno”-

Nei versi di Antonella sembra di poter scorgere un Acheronte surreale, solcato da feretri o letti a vela, sospinti da un soffio sinistro. Ma nonostante la desublimazione dei sentimenti, degli afflati, resiste nell’Autrice, nella donna, nella creatura che rifiuta il “il sonno” la volontà di un canto commosso, ricamato di slanci d’amore… Pur schiacciata dal senso di solitudine, la capacità dell’Autrice di autoanalisi la spinge a surrogare la sofferenza con un sentimento esistenziale, non privo di dimensione speculativa e di intuizione filosofica:

“non è un caso che ti segni

quando è giovane e sa di mare

o quando alla fine della battaglia

curi la mente del soldato…”

versi tratti da “Camera con vista” –

Il dualismo rimane e l’uomo e la donna vengono identificati comunque come entità separate, ma nerudianamente – e alludo al Poeta cileno delle”Odi”-, il simbolo dell’ala spezzata, ovvero della violenza , della separazione, lascia talvolta salire in primo piano, i momenti fugaci e passionali della coppia riunita. Una donna che denuncia, Antonella, che attraverso un lirismo dal timbro eccellente, ricco di colori e di potere immaginifico, esprime il proprio disagio e chiede un riscatto. Il suo respiro, la sua risacca ci conduce verso una poesia che  induce a scendere nei nostri personali abissi e a fare i conti con i sogni resi campo minato dal filo spinato…

Maria Rizzi

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