Antonella Rizzo su “Riguardo l’obbedienza. Poesie dal corpo” di Dona Amati

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                                                Su “RIGUARDO ALL’OBBEDIENZA”

                                                         POESIE DAL CORPO

                                             di Dona Amati – Fusibilia Edizioni 2013

Niente di più simile alla silloge di Dona Amati avrebbe legato con la mia furastica sensibilità.

In realtà più che di una fortuita collisione tra poeti circolanti definirei l’incontro con questo volume un esempio di sincronicità occulta ed iniziatica che si rivela quando le parole chiave si palesano all’altro, in una successione spasmodica e raffinata di richiesta e di contemplazione.

La poesia di Dona non è rivendicazione a un istinto disordinato e aggressivo ma l’affermazione invece di un predominio della volontà femminile e della potenza dell’intelletto che piega il desiderio e la pulsione ad autodeterminazione storica e temporale. Non è il sentimentalismo bieco, fasullo delle penne lacrimanti, quello che confonde l’etica costruttiva femminile con la sudditanza al dolore e alla sofferenza.

La mia mano è fiera di sedare quelle del ventre”

Il problema è questo: nell’antichità l’amore era compagno di Eros e passeggiavano insieme tra furibonde tempeste e sanguinari scontri. Una tale tensione emotiva era necessaria per gettarsi simbioticamente nell’altro, in maniera narcisistica e tirannica. Per la conservazione della specie l’attrazione è fondamentale e la discendenza è assicurata dai caratteri genetici dominanti e migliori, una Rupe Tarpea delle emozioni dove i vinti finivano nell’antro buio della disperazione e i vincitori attingevano nettare dionisiaco per le loro battaglie. Manna per alcuni, fiele per altri.

Non lasci la testa nel cappio del sentimento

ma il corpo biblico ne ha due, e la mia ne è strangolata”

La funzione sociale coesiva della coppia decretata dalla successiva tradizione giudaico-cristiana parla una lingua melliflua e ipocrita che spaccia per misericordia e compassione una forza necessaria e ispiratrice che nella Poesia di Dona Amati finalmente rivendica la sua dignità a un’esistenza autonoma e orgogliosa, un archetipo femminile potente e seduttivo lontano dalle sgradevoli virago che emulano i tratti negativi del potere anziché affermare la forza indiscussa dell’intelligenza emotiva e del sapere condiviso.

L’amore non è mai innocente, nemmeno

fatto di tempi morti.

E se si scortica l’anima a blandi pezzi,

è risulta di facili bocconi d’eros.

Non più giaciglio di sinapsi.”

Mirabili passaggi questi dove è contenuta l’essenza di una Verità uccisa dalla storia e da una morale opportunisticamente repressiva. Finalmente un Amore privo di attributi medicamentosi, altruistici ma sublimamente raccontato nella sua nudità morale di forza incontrollata e intimamente connessa a Eros che ne decreta la specificità del sentimento. E tutto avviene attraverso questa fagocitazione di corpi ed anime che la Amati non demonizza come una pulsione animale frutto di impulsi nervosi e sensoriali ma vive con gioia e consapevolezza.

E’ una scrittura preziosa quella di Riguardo all’obbedienza, di una circolarità elegante e musicale.

Il canto d’amore a Lilith, per esempio, mirabilmente orchestrato in versi di velluto è un manifesto di bellezza e gioia, elogio di una gioia carnale che attraverso Eros e le sue implicazioni libera la prigionia dell’anima che tende per sua natura a volgere verso l’infinito:

Sei bella.

Offerta nel profilo morbido che cede, come maleficio d’incanto.

Non è tempo di allentare il movimento

Della conoscenza, oscura attrice.

Voglio sciogliere lo sfinimento

Impallidirti del respiro tutto

Razziarti il fremito

Come innaturale preda

Che s’abbraccia di me, concessa”.

Eleganza ritmica e sintattica questa concessa a chi porta in sé il segno del vero poeta.

Antonella Rizzo

 

Francesca Di Castro su “Mamma ricordi” di Claudio Giovanardi

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   CLAUDIO GIOVANARDI, MAMMA RICORDI

Cito da “Mamma ricordi”: “Io mi inseguo come un’ombra stordita insegue un corpo baciato dal sole. Vado a spasso giocando, scavicchiando dal nulla qualche tenero brano della vita che fu.”
Il vortice di pensieri, di emozioni, che la narrazione di Claudio Giovanardi sollecita, fa pesare in chi legge l’incapacità ad esprimere quanto ogni parola scritta, ogni frase evocata, ogni ricordo rivissuto faccia parte della propria memoria, una memoria comune a tutti, ad ogni persona sensibile che conosce ed ha conosciuto il senso ed il valore degli affetti familiari.
Claudio Giovanardi non dà pace, non dà tregua, incalza con un ritmo costante di visioni cangianti, potenti portate allo stremo, iperbole di sogni, lumi improvvisi su un passato dimenticato, abbagli di colore, di volti, di suoni e di voci, lungo un percorso inesausto che riesce a ridare vita ai tanti volti a lui cari.
La dedica e il congedo di “Mamma ricordi”sono identici: “alle ombre, ai miei sogni, ai misteri. A voi tutti che ho amato.”
Non è un romanzo questo. È il diario di una vita, ma più è il diario di un’anima in cui la poesia è il filo di refe che cuce gli attimi che appaiono improvvisi ed imprevedibili da una oscurità che comunque resta il confine del mistero. Ognuno di noi vorrebbe essere uno dei personaggi di questo libro. Ognuno di noi vorrebbe essere stato così tanto amato.
È il dolore di un inevitabile e inaccettabile dissolversi della vita della madre – quella madre sempre pronta a cucire parole d’amore – che impone di riaprire ogni ricordo, di riviverlo e fissarlo nella scrittura; è il dolore che impone il ritmo e la musicalità del verso, che si fa acuta, accesa, galoppante nel momento in cui risponde alla necessità di “fiocinare, bordate di rabbia e d’amore” oppure di “stralogare ai pirati che rubano l’anima”, come indicano i titoli dei due capitoli del libro.
Ma è sempre il dolore che detta ed acquieta il verso in visioni cristalline, azzurrate, vivaci di ricordi lontani e innocenti di un’infanzia serena o di visioni nostalgiche e dolci del padre – che è forse l’acuto mancante che duole nel libro più ancora di quello materno – perché non ha concesso il tempo “per piangere prima e non dopo, il tempo per , come dice l’autore, svellerti al male”.
Il senso del passato e del non detto, di ciò che è sfuggito e non vissuto, porta all’inesausta ricerca di un quadro d’insieme, di una immagine perfetta da rivivere pienamente, nel suo luogo e nella sua stagione.
Allora basta un colore, un frammento, un particolare per ricreare l’insieme di un ricordo, ricostruire il quadro per intero e fondersi con esso alla ricerca di una innocenza che si pensava eterna.
Si va sfogliando l’album dei ricordi insieme all’autore, o meglio, si scopre a poco a poco il contenuto – lungo una vita, una vita intera – di quella valigia dimenticata in soffitta che contiene le cartoline e le foto di famiglia, le cartoline e le storie scavate nell’anima che grazie al ritmo di una poesia virile e turgida trascinano il lettore a scoprirne il valore. Non sono rievocazioni di luoghi, ma graffiti su pietra primordiale; non sono volti che tornano a vivere ma i battiti del cuore di un poeta che afferra l’attimo vissuto nel disperato tentativo di renderlo eterno.
“Ho una fiocina in petto mamma la senti. Dal dolore violento non cavo che qualche violento frammento ove sillabe e frasi cozzano in voli lontani, ghiribizzi che posano infine e sfanno in queste tenere pagine bianche. Questo arpione che plana sicuro nel centro del cuore mi sommerge le idee e consente soltanto che tu affiori a momenti e mi scuoti a mani piagate la memoria che tace e sonnecchia.”
Fiocine in petto per cavar fuori il sangue dei ricordi, per sottrarlo al tempo “che rumina immobile e uguale”, il tempo che “pretende tributi e non fa ricevute”, un tempo che segna tutto il racconto in misure, metri, centimetri.
È tutta una rincorsa al paragone, sontuosamente espresso in attributi preziosi, per rendere meglio l’effetto del tempo che scorre, del ritmo della vita che incalza o che cede, degli spazi fisici che si restringono o si dilatano, dei tempi della musica e della poesia. La capacità di Giovanardi di coinvolgere il lettore è straordinaria. Il metro del ricordo è scandito dal suo personale metronomo, il metronomo del suo cuore. Tutto conduce alla ricerca della misura che tende alla perfezione che va potata, limata, cesellata per cercare il metro perfetto, la forma perfetta essenziale e limpida.
“Mamma – dice ad un certo punto l’autore – questa vita che è un mettere e levare (…) deve renderci endecasillabi perfetti.”
E in questi ruvidi ritagli di sequenze, scarrucola il cestino dei ricordi che la memoria della madre riempie di “zucchero e panna montata, il maglione a sferruzzo con lana mohair, gli spartiti per piano da studiare a ripasso, il quaderno dei conti che non tornano mai. Scarrucolando va questa vita dolciastra e nel lieve percorso tra velare e svelare si sofferma esattamente a metà.”
In questo viaggio a volte delirante e visionario, a volte tagliente ed aspro, a volte nostalgico e clemente, il treno della vita scandisce le distanze coi ricordi e più va avanti e più si volta indietro a riacciuffare il fumo che disperde.
“Nei dettagli viviamo emozioni che battono il tempo, per il resto lasciamo alla vita sensazioni all’ingrosso.”
E nei dettagli Giovanardi è maestro, riesce con poche parole a dipingere un quadro, raccoglie i colori dei pittori che evoca per rendere vivo un azzurro di Tiepolo, un giallo Van Gogh e con pochi tratti sapienti ricuce strappi lontani di giorni vissuti donando al lettore quel senso partecipe di commozione che fa di alcune pagine un distillato d’amore filiale.
Eppure, nonostante il titolo “Mamma ricordi”, la presenza più forte è quella secondo me del padre di cui ricorre più volte nella lettura il ricordo per l’attesa del ritorno a casa e di quel conosciuto fischio familiare che ognuno di noi mantiene nella memoria della proprio giovinezza, come delle voci più care, “quelle voci – dice l’autore – che tagliano dentro e si fissano come fossili impressi allo scoglio del cuore”. Quel fischio ritorna a tratti e ogni volta fa male perché si perde nel vuoto del tempo, di quel tempo che la morte ha sottratto dal conto dei vivi troppo in fretta.
…“Quando i fremiti scuotono e il respiro vacilla, quando perdi la mano che hai stretto per anni, quando gli occhi dell’altro sono lame di ghiaccio che ti ficcano in croce e ti lasciano a cuocere ricordi ormeggiati al passato. E ti mordono al cuore. Mi dicesti volgendo lo sguardo ormai guasto “Tu sei il figlio più bello del mondo”, “ e tu il padre più bello” risposi. Chissà se le ultime gocce di sangue ferme a guardia di un corpo che estingue ti avran fatto sentire le parole più belle che ho detto o soltanto il rumore confuso dell’insulto finale che corre dalle bocche dei vivi alle orecchie dei morti.
Avrei voluto alzarti il bavero,
per proteggerti dal vento
del tuo respiro disperato.
Avrei voluto spegnerti nel cuore
il verso ossessionante
dell’esistere per forza.
Ma ora che è fatta calma sul tuo volto
non mi resta che fissarti
e rispondere agli abbracci
coniugando il verbo vivere.
Ed è proprio la vita con le sue scorribande, le sue pulsioni, le sue follie e i suoi amori, è la vita che si sente palpitare dalle parole di Giovanardi, proprio perché – come lui dice – “quando intorno la morte sdottora – si sa – per chi vive non s’ama mai tanto la vita”.
E la vita è dipinta tra il sonno e la veglia con colori violenti, tramonti rubizzi d’inverno, tramonti spioventi su Santa Francesca Romana, campi verdi di stadio spennellati di bianco e celeste, alberi in manto virile che sperdono muscoli d’ombra a perdita d’occhio, e poi i prati del Colle Oppio o i mille fiori narrati di spighe, mughetti, gerani.
“È la vita che batte non senti? E ci chiama a trascrivere rime, a montare parole, a frugare nei suoni bastardi. Sono un manto armonioso fatto a righe e a quadretti. Non guardare alla piega imperfetta ma raddrizza la sillaba uscita sbilenca.”
Un capolavoro è a volte la descrizione in poche righe di un’epoca e di un vissuto che ci cala negli anni Cinquanta e Sessanta come quando descrive una partita di calcio e dice tra l’altro: “lo stadio era un pezzo di vita sospeso tra il verde del prato e l’azzurro infinito di un cielo guarnito di rondini in fuga. La partita scorreva e gli undici eroi ruminavano metri e aizzavano i cuori a correre in fretta a traguardi inauditi “
Come un capolavoro di costume è anche la pagina dedicata al Sor Giggi, l’antico fornaio, che inizia così: “Sor Giggi, ha detto mamma che segni, che poi passa lei. E il sor Giggi prendeva una carta panunta e con dita panunte segnava un etto di pizza lire dieci.” E così via…
Ma alla fine della lettura ci si rende conto che “Mamma ricordi” è in realtà il diario dell’uomo che cerca se stesso attraverso il proprio passato e attraverso lo sguardo di tutti i suoi cari, un uomo che si riconosce nel proprio alter ego, quel Medius protagonista del suo romanzo mai scritto, semplice, schietto, essenziale uomo del medio evo, mentre l’autore è invece“come la foglia dispersa che vagola ai ritmi delle sue nervature ….o come un bambino che esce e fatica contro corrente, si allontana nel bosco e rincorre le briciole che aveva disperso come un bimbo prudente. Qualche volta – termina Giovanardi – quando il passo è felice e il mio muovermi è snello, faccio prima io a raccoglierle, a sottrarle con brivido audace all’uccello rapace che chiamano… il tempo.”
Biblioteca Vallicelliana, 3 ottobre 2013
Francesca Di Castro

Andrea Mariotti su “Confessioni di una giovane eretica”

INTORNO ALLE CONFESSIONI DI UNA GIOVANE ERETICA DI ANTONELLA RIZZO

Nel leggere le poesie incluse nella nuova raccolta di Antonella Rizzo, Confessioni di una giovane eretica, Roma, Lepisma Edizioni, 2013; con prefazione di Rocco Paternostro, la prima impressione è quella di trovarsi di fronte ad un lavoro poetico denso e stilisticamente interessante. Accantonando gli indugi, converrà focalizzare subito la nostra attenzione sulla quarta lirica del libro, L’ultimo senso, una piccola gemma da intendere, a parer mio, quale vero e proprio vestibolo della poetica della Rizzo:

“Scrivo col sonno le confessioni

non parlo d’albe serene

d’amore cortese.

Ho timore di quei sensi

che sanno prima di vedere

labbra nauseate dal sentore

ad un passo dall’assaporare.”

la “giovane eretica”, dunque, scrivendo “col sonno”, non intende parlare “d’albe serene/ d’amore cortese” (e si noti qui, intanto, la quasi-rima, cioè la calcolata assonanza “serene-cortese”); non intende parlare di ciò, la voce poetica che si esprime responsabilmente in prima persona in quanto, con folgorante cambio di ritmo, aggiunge: “Ho timore di quei sensi…”. Una volta di più, sarà l’analisi metrico-stilistica a permetterci di cogliere tutta la forza di tale cambio di ritmo da parte della Rizzo, nella poesia in oggetto. Leggendo infatti con attenzione i quattro versi dei quali il primo è quello appena citato, noi ascoltiamo, in profondità, gli accordi di una “musica senza canto” (volendo rammentare con precisione un enunciato felice e suggestivo di Walter Binni, l’insigne critico perugino di cui ricorre quest’anno il centenario della nascita e opportunamente chiamato in causa da Rocco Paternostro nella prefazione alla silloge della nostra poetessa). Ebbene, Antonella Rizzo non avrebbe potuto attivare meglio la carica potente dei suddetti versi se non forgiandoli, dal punto di vista metrico-stilistico, del tutto privi di sinalefe. Leggiamoli con rinnovata attenzione, tali versi, per renderci conto della frequenza degli oggetti all’interno di essi, grazie all’urto delle parole non legate da un fenomeno metrico qual è per l’appunto la sinalefe, strumento per eccellenza del canto, in poesia. A riscontro ulteriore della spoglia robustezza di significato dei suindicati versi, ecco gli ultimi tre formare davanti ai nostri occhi un vero e proprio trittico di consonanze in chiusa (”vedere”, “sentore”, “assaporare”; non più, pertanto, una o più facili assonanze); per tacere poi dei due infiniti sostantivati (terz’ultimo e ultimo verso; e ancora in chiusa, in entrambi i casi): infiniti che ci dànno conto di un sofferto viaggio interiore della poetessa suggellato da una dolente agnizione dei sensi: “sanno prima di vedere…/ad un passo dall’assaporare”). Una piccola gemma -ripeto- risulta quindi la lirica sulla quale abbiamo finora riflettuto; in quanto davvero essa fa partire alla grande queste poetiche confessioni: sorrette da una voce, quella di Antonella Rizzo, non disposta ai facili vocalizzi vuotamente estetizzanti.

Ma basta leggere la lirica successiva, Primavera, per verificare come la poetessa non disdegni rigidamente il canto, assecondando in questo caso la materia tematica:

“Alza la polvere il vento indiscreto

spezzando le piccole ali di fata

a giovani insetti e a cime di fiori

folate di nuovo, di sacro, di incanto.

Io che raccolgo i pochi pensieri

vanno sbrigliati da gioghi e da santi

poi li rincorro nei Dedali, avanti

e il senno si perde in timidi azzardi.”

ebbene, di fronte ai suddetti versi, occorrerà comunque prendere subito atto della soluzione stilistica offerta da Antonella Rizzo, poetessa tutt’altro che sedotta dagli svolazzi non di rado correlati al tema in oggetto a causa delle cosiddette “anime belle” della poesia. Concentrando infatti la nostra attenzione sul sostrato fonematico del ductus poetico della Rizzo, possiamo qui apprezzare il geometrico splendore di una vera e propria diagonale che viene a incidere la lirica: “Alza la polvere il vento indiscreto/ spezzando…” (corsivo nostro, per sottolineare un gerundio di qualità architettonica, portante, in apertura del secondo verso; in posizione forte per eccellenza, grazie soprattutto al raddoppiamento, in esso, della consonante zeta; che rappresenta, come sappiamo, il suono affricato dentale, sordo e sonoro). Ora si posi il nostro sguardo sull’ultima giuntura della lirica, tale da produrre ossimoro: “timidi azzardi.”…(di nuovo corsivo nostro, per evidenziare, circa la diagonale sopra accennata, l’altro vertice della stessa; oggetto del medesimo raddoppiamento consonantico del primo). Severità martellante degli accordi di fondo in Primavera, pertanto; muri perimetrali che comunque consentono un canto, nello sviluppo della lirica, mirabilmente leggero; con due accavallamenti del verso “fiori/ folate”; “pensieri/ vanno sbrigliati” tali da richiamare, agli occhi del lettore, i salti sintattici in essi presenti e grazie ai quali la primaverile ispirazione di Antonella Rizzo si fa gioiello d’intimità espressiva; agli antipodi da quell’aria fritta che ci avrebbe avvolti come di fatto sovente accade, in tanta (cattiva) poesia odierna, a fronte di insopportabili gorgheggi. Del resto, aderendo al testo e non allontanandoci da esso, cosa leggiamo all’altezza dell’ultimo verso di Primavera? “e il senno si perde in timidi azzardi”: “il senno”, quindi, non il sogno, a ribadire una volta di più la presenza cosciente di una poetessa contraria al facile idillio, al quadretto di genere, considerando l’insidia della stagione poeticamente cantata. Giustamente Rocco Paternostro, nella prefazione alla silloge della Rizzo, ha parlato di “toni poetici appassionati, vibranti e originali nel loro appartenere alla tradizione colta della poesia italiana”; e , a questo proposito, il mio pensiero va alla lirica che segue nella raccolta Primavera, ossia Malinconia (e si noti come io stia alludendo alla presenza di un bellissimo polittico formato da tre pagine susseguenti di Confessioni di una giovane eretica). Ma ecco la lirica Malinconia, terza tavola in versi del suddetto, immaginato polittico:

“Malinconia unico amore

tra passaggi d’anime

non conosci il tradimento

tant’è forte la passione.

Quanto ti vorrei lasciare

per bordelli di colore

unirmi ai violini assatanati

senza vincolo nuziale.

Tu mi soffochi di bene

tra le nenie di rabbini

che mi soccorrono col fiele

nella sinagoga vuota.”

…quale carica vitale, espressa da questa lirica (“unirmi ai violini assatanati/ senza vincolo nuziale”…)! ché subito, leggendo il titolo di essa, la memoria è andata alla famosa poesia di Umberto Saba intitolata La malinconia amorosa (inclusa nella celebre raccolta Trieste e una donna, 1910-12; ora naturalmente leggibile nel Canzoniere del grande poeta triestino); ebbene, tornando alla lirica di Antonella Rizzo in oggetto, come non vedere l’accantonamento, da parte della nostra poetessa, dell’acquerello, delle luci soffuse, nell’esprimere poeticamente un sentimento che, grazie alla sua voce, assume al contrario una intonazione sferzante, tale da inchiodare per così dire il lettore a una fruizione non evasiva dei versi? pare quasi di vederla, la Rizzo, a braccia tese sulla tastiera d’organo della nostra tradizione poetica; all’atto di scagliare lontano da sé il “bene”, in quasi-rima col “fiele”: lasciando quindi intendere, la “giovane eretica”, di essere tutt’altro che propensa a ripiegarsi nel suono flautato d’una malinconia distante dalla vita. Così dicendo, eccoci giunti di fronte a una poesia che, verso la metà del libro, risulta a mio avviso la più significativa fra tutte quelle in esso incluse. Si tratta de L’egoista:

“Tu sei l’uomo

a cui tutto è stato tolto

il gioco, il cadere

l’alfabeto di una madre.

Tu sei colui che tutto domina

e di tutto ha potestà

vecchi danni di guerra

amaramente resi.”

una lirica, questa -vediamo bene- mirabilmente asciutta; non a caso dall’incedere quasi maestoso, a pieno titolo ascrivibile alla tradizione della poesia gnomica: dunque di tono morale, sentenzioso ma non retorica; e ciò, per il brillio del pensiero che in essa risale verso la superficie della scrittura, consegnando al “Tu” per la seconda volta chiamato in causa, un irrefutabile vuoto a perdere al posto del regale scettro. Corre l’obbligo di evidenziare, nella poesia in oggetto, il già citato “Tu” in bellissima anafora con quello incipitario; dall’effetto scultoreo e direi in progress: nel senso che, ne L’egoista, una cognizione aguzza snida, strada facendo, la marmorea pena che opprime l’animo di colui il quale, illusoriamente, tutto crede di dominare; giacché, di contro, gli “è stato tolto/ il gioco”, “l’alfabeto di una madre”. Così, coerentemente, ecco i settenari finali della poesia risolvere sul piano artistico la freudiana e sempre sperimentabile verità, credo, della coazione a ripetere: “vecchi danni di guerra/ amara-mente resi” (corsivo nostro; allo scopo di segnalare la plausibile scomposizione di un avverbio che allude alla coscienza amara rimasta in dote a chi muove i propri passi egocentrici con i fari spenti del cuore). In conclusione qui, all’altezza di questa poesia, le Confessioni di una giovane eretica nel loro insieme, ben al di là del mero autobiografismo, o di un seducente e urlato “maledettismo”, raggiungono l’acme in quanto a potenza d’emissione di senso (donando in effetti al lettore una verità sofferta ma ricca di aspirazione al benessere interiore). E qui viene il bello della strategia di un libro di poesia. Intendo dire che un evidente nesso di natura intertestuale fa sì che all’occhio del lettore non possa sfuggire l’onestà di pensiero che qualifica La vestale cieca, poesia successiva, nella silloge della Rizzo, a L’egoista:

“Io odo le garrule risate

nelle fabbriche di ami e di idiozie.

Dispensano parole come miele

sfornate senza premura

da uteri amari come il fiele

parole di rabbia e di possesso.

Io vedo femmine di iene

dagli ovuli tenaci e pregni

come gramigna fecondata al vento.

Ho paura e raccolgo le ginocchia

tra le braccia tremule e gelate

paio una vestale cieca

che l’uomo ha lasciato consumare

assieme ad un fuoco che non è.”

sì, la nostra poetessa, da “eretica” autentica, non fa sconti; lasciando capire che la conflittualità tra il femminile e il maschile non può e non deve presupporre quella dicotomia al ribasso fra donne e “maschietti”, per rifarsi a uno stereotipo fin troppo trìto; poiché, come lei stessa riconosce nei suddetti versi, vengono dispensate “parole come miele/ sfornate senza premura/ da uteri amari come il fiele”. Il “miele” rima con “il fiele”, per la Rizzo; e si osservi, nello sviluppo della poesia, lo splendido fonosimbolismo di versi come “dagli ovuli tenaci e pregni/ come gramigna fecondata al vento”: versi palesemente egemonizzati a livello sonoro dalla consonante liquida vibrante erre e davvero non a caso (così come accade in quel segreto regno della Musa laddove il poeta non sa quel che dice; obbedendo ad una armonia prestabilita, finalizzata in questo caso ad esprimere una scomoda verità). E ha “paura”, chi parla più che mai in prima persona in questa poesia; raccogliendo “le ginocchia/ tra le braccia tremule e gelate” di fronte “ad un fuoco che non è”. Nettezza nichilista di uno sguardo interiore più potente di quello esterno che non sa di non scorgere la pena già iscritta nel piacere. Naturalmente altre liriche della silloge in oggetto -esigua nella sua fisica consistenza ma di peso letterario; quasi un simbolo toccante della ambivalenza della poesia, fragile e potente ad un tempo- altre liriche della raccolta, stavamo dicendo, meriterebbero qui una riflessione attenta, simile a quella riservata alle poesie finora citate per intero: essendo la concentrazione anziché la distensione, lo stilema evidente del ductus poetico di Antonella Rizzo; sicché, in sintesi, nella loro intensa brevità, ecco che le poesie citate (come del resto tante altre incluse nel libro) confermano appieno quanto indicato da Rocco Paternostro nella sua prefazione, e cioè “La forte capacità tensiva all’arte” della nostra poetessa; arte di presa sul reale, converrebbe aggiungere da parte nostra, piuttosto che di impressionistica resa di “poetiche” emozioni.

Così, con sguardo d’assieme, come non riportare almeno i versi finali della lirica L’abbraccio (che, guarda caso, precede di due pagine nel libro L’egoista e La vestale cieca?):

“Ti chiedo che i nostri pensieri

siano tralci della stessa vite

seminati in terre diverse

ma uniti nella solitudine.”

ecco, di fronte a questi versi tali da suscitare il senso di un severo diletto (mio questo ossimoro, utile, credo, a dare conto di una poesia, quella della Rizzo, tutt’altro che evasiva; al contrario semanticamente densa, sì da ripudiare sovente l’uso della interpunzione); di fronte a questi versi, avevo cominciato a dire, noi non possiamo che essere profondamente grati ad Antonella Rizzo, poetessa capace di donarci una lirica matura, consapevole, criticamente al passo con i tempi. Infatti, a ribadire il rifiuto radicale d’ogni possibile frivolezza poetico-sentimentale valgono i versi conclusivi della poesia Oggi, nella raccolta della Rizzo:

“Sarà opera infinita

sciogliere nodi

nascondere i danni

finito è il tempo in cui

aspettavamo candidi

il sabato Santo.”

ché certamente occorre prendere atto, oggi, d’una comunità sfibrata: la nostra, all’interno della quale non è più tempo di celebrare in falsetto la febbre del sabato sera; a fronte dei gravi danni radicati nel sostrato antropologico per effetto di sottoculture più che mai galoppanti. Ed è significativa, infine, la posizione di un celebre imperativo poetico del nostro Novecento che la Rizzo ci offre nel suo libro (volendo qui citare i versi iniziali di Testamento, penultima poesia di Confessioni di una giovane eretica):

Ascoltami,

non voglio la mia gente

a darmi compagnia.”

laddove il suddetto imperativo, verso incipitario nella poesia in oggetto (corsivo nostro) costituisce in effetti l’omega del libro della Rizzo; rispetto all’alfa che esso rappresenta (sempre come verso incipitario più articolato) nella celebre poesia I limoni, praticamente all’inizio del memorabile libro d’esordio di Eugenio Montale, Ossi di seppia (1925): “Ascoltami, i poeti laureati…”. Sì, la voce di Antonella Rizzo, nella sua appartenenza “alla tradizione colta della poesia italiana” -così conclude Paternostro nella prefazione più volte da noi chiamata in causa- va attentamente ascoltata per la sua verace ma critica partecipazione al nostro tempo; in virtù soprattutto di quella tensione poetica attiva nei versi aguzzi di Confessioni di una giovane eretica, come abbiamo cercato di mostrare nel presente scritto. Alla Rizzo, in conclusione, rammentando il lusinghiero favore di critica e di pubblico riservato alla sua precedente silloge Il sonno di Salomè (Pescara, Edizioni Tracce, 2012), non possiamo che dire grazie per questa seconda raccolta ricca di autentica poesia.

Andrea Mariotti, settembre 2013

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Recensione di Rocco Paternostro a “Confessioni di una giovane eretica”

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I versi forti e insieme carezzevoli che conferiscono luce e ombra, suoni e silenzi, colori e immagini alla parola-voce della Rizzo, con un andamento prosodico-metrico ora incalzante, ora di apparente tranquillità, sono segno tangibile, simbolo, metamorfosizzazione compiuta e perfetta dell’ardua e faticosa ricerca di quel “Sublime” quotidiano che è nelle grandi e nelle piccole cose e che a tutti, nei giorni banali e senza senso, è dato scoprire, cui la Rizzo, in questa sua interessantissima silloge Confessioni di una  giovane eretica  non si sottrae, in una continua sfida con il proprio sentire e il proprio sapere e voler amare, ma anche con il proprio volere intendere, che  è come dire con la propria passione e il proprio intelletto, insomma con la propria anima.

Appunto di ciò la poetessa si confessa. Si confessa di questo suo sentirsi eretica, perchè oggi, in questa sorta di sterpeto di sentimenti, è eresia – come ella ci dice – la tensione che spinge a parlare d’anima; ma  proprio perchè parla di anima l’eresia è, diviene, l’esperienza più eclatante dell’esistenza.

La forte capacità tensiva all’arte, di tendere a – come direbbe un grande maestro della critica quale è stato Walter Binni – ovvero la capacità di tradurre la sua poetica programmatica in alta e sentita poesia fa di Antonella Rizzo una Voce vera, sincera, dai toni poetici appassionati, vibranti e originali nel loro appartenere alla tradizione colta della poesia italiana.

Rocco Paternostro