Andrea Mariotti su “Confessioni di una giovane eretica”

INTORNO ALLE CONFESSIONI DI UNA GIOVANE ERETICA DI ANTONELLA RIZZO

Nel leggere le poesie incluse nella nuova raccolta di Antonella Rizzo, Confessioni di una giovane eretica, Roma, Lepisma Edizioni, 2013; con prefazione di Rocco Paternostro, la prima impressione è quella di trovarsi di fronte ad un lavoro poetico denso e stilisticamente interessante. Accantonando gli indugi, converrà focalizzare subito la nostra attenzione sulla quarta lirica del libro, L’ultimo senso, una piccola gemma da intendere, a parer mio, quale vero e proprio vestibolo della poetica della Rizzo:

“Scrivo col sonno le confessioni

non parlo d’albe serene

d’amore cortese.

Ho timore di quei sensi

che sanno prima di vedere

labbra nauseate dal sentore

ad un passo dall’assaporare.”

la “giovane eretica”, dunque, scrivendo “col sonno”, non intende parlare “d’albe serene/ d’amore cortese” (e si noti qui, intanto, la quasi-rima, cioè la calcolata assonanza “serene-cortese”); non intende parlare di ciò, la voce poetica che si esprime responsabilmente in prima persona in quanto, con folgorante cambio di ritmo, aggiunge: “Ho timore di quei sensi…”. Una volta di più, sarà l’analisi metrico-stilistica a permetterci di cogliere tutta la forza di tale cambio di ritmo da parte della Rizzo, nella poesia in oggetto. Leggendo infatti con attenzione i quattro versi dei quali il primo è quello appena citato, noi ascoltiamo, in profondità, gli accordi di una “musica senza canto” (volendo rammentare con precisione un enunciato felice e suggestivo di Walter Binni, l’insigne critico perugino di cui ricorre quest’anno il centenario della nascita e opportunamente chiamato in causa da Rocco Paternostro nella prefazione alla silloge della nostra poetessa). Ebbene, Antonella Rizzo non avrebbe potuto attivare meglio la carica potente dei suddetti versi se non forgiandoli, dal punto di vista metrico-stilistico, del tutto privi di sinalefe. Leggiamoli con rinnovata attenzione, tali versi, per renderci conto della frequenza degli oggetti all’interno di essi, grazie all’urto delle parole non legate da un fenomeno metrico qual è per l’appunto la sinalefe, strumento per eccellenza del canto, in poesia. A riscontro ulteriore della spoglia robustezza di significato dei suindicati versi, ecco gli ultimi tre formare davanti ai nostri occhi un vero e proprio trittico di consonanze in chiusa (”vedere”, “sentore”, “assaporare”; non più, pertanto, una o più facili assonanze); per tacere poi dei due infiniti sostantivati (terz’ultimo e ultimo verso; e ancora in chiusa, in entrambi i casi): infiniti che ci dànno conto di un sofferto viaggio interiore della poetessa suggellato da una dolente agnizione dei sensi: “sanno prima di vedere…/ad un passo dall’assaporare”). Una piccola gemma -ripeto- risulta quindi la lirica sulla quale abbiamo finora riflettuto; in quanto davvero essa fa partire alla grande queste poetiche confessioni: sorrette da una voce, quella di Antonella Rizzo, non disposta ai facili vocalizzi vuotamente estetizzanti.

Ma basta leggere la lirica successiva, Primavera, per verificare come la poetessa non disdegni rigidamente il canto, assecondando in questo caso la materia tematica:

“Alza la polvere il vento indiscreto

spezzando le piccole ali di fata

a giovani insetti e a cime di fiori

folate di nuovo, di sacro, di incanto.

Io che raccolgo i pochi pensieri

vanno sbrigliati da gioghi e da santi

poi li rincorro nei Dedali, avanti

e il senno si perde in timidi azzardi.”

ebbene, di fronte ai suddetti versi, occorrerà comunque prendere subito atto della soluzione stilistica offerta da Antonella Rizzo, poetessa tutt’altro che sedotta dagli svolazzi non di rado correlati al tema in oggetto a causa delle cosiddette “anime belle” della poesia. Concentrando infatti la nostra attenzione sul sostrato fonematico del ductus poetico della Rizzo, possiamo qui apprezzare il geometrico splendore di una vera e propria diagonale che viene a incidere la lirica: “Alza la polvere il vento indiscreto/ spezzando…” (corsivo nostro, per sottolineare un gerundio di qualità architettonica, portante, in apertura del secondo verso; in posizione forte per eccellenza, grazie soprattutto al raddoppiamento, in esso, della consonante zeta; che rappresenta, come sappiamo, il suono affricato dentale, sordo e sonoro). Ora si posi il nostro sguardo sull’ultima giuntura della lirica, tale da produrre ossimoro: “timidi azzardi.”…(di nuovo corsivo nostro, per evidenziare, circa la diagonale sopra accennata, l’altro vertice della stessa; oggetto del medesimo raddoppiamento consonantico del primo). Severità martellante degli accordi di fondo in Primavera, pertanto; muri perimetrali che comunque consentono un canto, nello sviluppo della lirica, mirabilmente leggero; con due accavallamenti del verso “fiori/ folate”; “pensieri/ vanno sbrigliati” tali da richiamare, agli occhi del lettore, i salti sintattici in essi presenti e grazie ai quali la primaverile ispirazione di Antonella Rizzo si fa gioiello d’intimità espressiva; agli antipodi da quell’aria fritta che ci avrebbe avvolti come di fatto sovente accade, in tanta (cattiva) poesia odierna, a fronte di insopportabili gorgheggi. Del resto, aderendo al testo e non allontanandoci da esso, cosa leggiamo all’altezza dell’ultimo verso di Primavera? “e il senno si perde in timidi azzardi”: “il senno”, quindi, non il sogno, a ribadire una volta di più la presenza cosciente di una poetessa contraria al facile idillio, al quadretto di genere, considerando l’insidia della stagione poeticamente cantata. Giustamente Rocco Paternostro, nella prefazione alla silloge della Rizzo, ha parlato di “toni poetici appassionati, vibranti e originali nel loro appartenere alla tradizione colta della poesia italiana”; e , a questo proposito, il mio pensiero va alla lirica che segue nella raccolta Primavera, ossia Malinconia (e si noti come io stia alludendo alla presenza di un bellissimo polittico formato da tre pagine susseguenti di Confessioni di una giovane eretica). Ma ecco la lirica Malinconia, terza tavola in versi del suddetto, immaginato polittico:

“Malinconia unico amore

tra passaggi d’anime

non conosci il tradimento

tant’è forte la passione.

Quanto ti vorrei lasciare

per bordelli di colore

unirmi ai violini assatanati

senza vincolo nuziale.

Tu mi soffochi di bene

tra le nenie di rabbini

che mi soccorrono col fiele

nella sinagoga vuota.”

…quale carica vitale, espressa da questa lirica (“unirmi ai violini assatanati/ senza vincolo nuziale”…)! ché subito, leggendo il titolo di essa, la memoria è andata alla famosa poesia di Umberto Saba intitolata La malinconia amorosa (inclusa nella celebre raccolta Trieste e una donna, 1910-12; ora naturalmente leggibile nel Canzoniere del grande poeta triestino); ebbene, tornando alla lirica di Antonella Rizzo in oggetto, come non vedere l’accantonamento, da parte della nostra poetessa, dell’acquerello, delle luci soffuse, nell’esprimere poeticamente un sentimento che, grazie alla sua voce, assume al contrario una intonazione sferzante, tale da inchiodare per così dire il lettore a una fruizione non evasiva dei versi? pare quasi di vederla, la Rizzo, a braccia tese sulla tastiera d’organo della nostra tradizione poetica; all’atto di scagliare lontano da sé il “bene”, in quasi-rima col “fiele”: lasciando quindi intendere, la “giovane eretica”, di essere tutt’altro che propensa a ripiegarsi nel suono flautato d’una malinconia distante dalla vita. Così dicendo, eccoci giunti di fronte a una poesia che, verso la metà del libro, risulta a mio avviso la più significativa fra tutte quelle in esso incluse. Si tratta de L’egoista:

“Tu sei l’uomo

a cui tutto è stato tolto

il gioco, il cadere

l’alfabeto di una madre.

Tu sei colui che tutto domina

e di tutto ha potestà

vecchi danni di guerra

amaramente resi.”

una lirica, questa -vediamo bene- mirabilmente asciutta; non a caso dall’incedere quasi maestoso, a pieno titolo ascrivibile alla tradizione della poesia gnomica: dunque di tono morale, sentenzioso ma non retorica; e ciò, per il brillio del pensiero che in essa risale verso la superficie della scrittura, consegnando al “Tu” per la seconda volta chiamato in causa, un irrefutabile vuoto a perdere al posto del regale scettro. Corre l’obbligo di evidenziare, nella poesia in oggetto, il già citato “Tu” in bellissima anafora con quello incipitario; dall’effetto scultoreo e direi in progress: nel senso che, ne L’egoista, una cognizione aguzza snida, strada facendo, la marmorea pena che opprime l’animo di colui il quale, illusoriamente, tutto crede di dominare; giacché, di contro, gli “è stato tolto/ il gioco”, “l’alfabeto di una madre”. Così, coerentemente, ecco i settenari finali della poesia risolvere sul piano artistico la freudiana e sempre sperimentabile verità, credo, della coazione a ripetere: “vecchi danni di guerra/ amara-mente resi” (corsivo nostro; allo scopo di segnalare la plausibile scomposizione di un avverbio che allude alla coscienza amara rimasta in dote a chi muove i propri passi egocentrici con i fari spenti del cuore). In conclusione qui, all’altezza di questa poesia, le Confessioni di una giovane eretica nel loro insieme, ben al di là del mero autobiografismo, o di un seducente e urlato “maledettismo”, raggiungono l’acme in quanto a potenza d’emissione di senso (donando in effetti al lettore una verità sofferta ma ricca di aspirazione al benessere interiore). E qui viene il bello della strategia di un libro di poesia. Intendo dire che un evidente nesso di natura intertestuale fa sì che all’occhio del lettore non possa sfuggire l’onestà di pensiero che qualifica La vestale cieca, poesia successiva, nella silloge della Rizzo, a L’egoista:

“Io odo le garrule risate

nelle fabbriche di ami e di idiozie.

Dispensano parole come miele

sfornate senza premura

da uteri amari come il fiele

parole di rabbia e di possesso.

Io vedo femmine di iene

dagli ovuli tenaci e pregni

come gramigna fecondata al vento.

Ho paura e raccolgo le ginocchia

tra le braccia tremule e gelate

paio una vestale cieca

che l’uomo ha lasciato consumare

assieme ad un fuoco che non è.”

sì, la nostra poetessa, da “eretica” autentica, non fa sconti; lasciando capire che la conflittualità tra il femminile e il maschile non può e non deve presupporre quella dicotomia al ribasso fra donne e “maschietti”, per rifarsi a uno stereotipo fin troppo trìto; poiché, come lei stessa riconosce nei suddetti versi, vengono dispensate “parole come miele/ sfornate senza premura/ da uteri amari come il fiele”. Il “miele” rima con “il fiele”, per la Rizzo; e si osservi, nello sviluppo della poesia, lo splendido fonosimbolismo di versi come “dagli ovuli tenaci e pregni/ come gramigna fecondata al vento”: versi palesemente egemonizzati a livello sonoro dalla consonante liquida vibrante erre e davvero non a caso (così come accade in quel segreto regno della Musa laddove il poeta non sa quel che dice; obbedendo ad una armonia prestabilita, finalizzata in questo caso ad esprimere una scomoda verità). E ha “paura”, chi parla più che mai in prima persona in questa poesia; raccogliendo “le ginocchia/ tra le braccia tremule e gelate” di fronte “ad un fuoco che non è”. Nettezza nichilista di uno sguardo interiore più potente di quello esterno che non sa di non scorgere la pena già iscritta nel piacere. Naturalmente altre liriche della silloge in oggetto -esigua nella sua fisica consistenza ma di peso letterario; quasi un simbolo toccante della ambivalenza della poesia, fragile e potente ad un tempo- altre liriche della raccolta, stavamo dicendo, meriterebbero qui una riflessione attenta, simile a quella riservata alle poesie finora citate per intero: essendo la concentrazione anziché la distensione, lo stilema evidente del ductus poetico di Antonella Rizzo; sicché, in sintesi, nella loro intensa brevità, ecco che le poesie citate (come del resto tante altre incluse nel libro) confermano appieno quanto indicato da Rocco Paternostro nella sua prefazione, e cioè “La forte capacità tensiva all’arte” della nostra poetessa; arte di presa sul reale, converrebbe aggiungere da parte nostra, piuttosto che di impressionistica resa di “poetiche” emozioni.

Così, con sguardo d’assieme, come non riportare almeno i versi finali della lirica L’abbraccio (che, guarda caso, precede di due pagine nel libro L’egoista e La vestale cieca?):

“Ti chiedo che i nostri pensieri

siano tralci della stessa vite

seminati in terre diverse

ma uniti nella solitudine.”

ecco, di fronte a questi versi tali da suscitare il senso di un severo diletto (mio questo ossimoro, utile, credo, a dare conto di una poesia, quella della Rizzo, tutt’altro che evasiva; al contrario semanticamente densa, sì da ripudiare sovente l’uso della interpunzione); di fronte a questi versi, avevo cominciato a dire, noi non possiamo che essere profondamente grati ad Antonella Rizzo, poetessa capace di donarci una lirica matura, consapevole, criticamente al passo con i tempi. Infatti, a ribadire il rifiuto radicale d’ogni possibile frivolezza poetico-sentimentale valgono i versi conclusivi della poesia Oggi, nella raccolta della Rizzo:

“Sarà opera infinita

sciogliere nodi

nascondere i danni

finito è il tempo in cui

aspettavamo candidi

il sabato Santo.”

ché certamente occorre prendere atto, oggi, d’una comunità sfibrata: la nostra, all’interno della quale non è più tempo di celebrare in falsetto la febbre del sabato sera; a fronte dei gravi danni radicati nel sostrato antropologico per effetto di sottoculture più che mai galoppanti. Ed è significativa, infine, la posizione di un celebre imperativo poetico del nostro Novecento che la Rizzo ci offre nel suo libro (volendo qui citare i versi iniziali di Testamento, penultima poesia di Confessioni di una giovane eretica):

Ascoltami,

non voglio la mia gente

a darmi compagnia.”

laddove il suddetto imperativo, verso incipitario nella poesia in oggetto (corsivo nostro) costituisce in effetti l’omega del libro della Rizzo; rispetto all’alfa che esso rappresenta (sempre come verso incipitario più articolato) nella celebre poesia I limoni, praticamente all’inizio del memorabile libro d’esordio di Eugenio Montale, Ossi di seppia (1925): “Ascoltami, i poeti laureati…”. Sì, la voce di Antonella Rizzo, nella sua appartenenza “alla tradizione colta della poesia italiana” -così conclude Paternostro nella prefazione più volte da noi chiamata in causa- va attentamente ascoltata per la sua verace ma critica partecipazione al nostro tempo; in virtù soprattutto di quella tensione poetica attiva nei versi aguzzi di Confessioni di una giovane eretica, come abbiamo cercato di mostrare nel presente scritto. Alla Rizzo, in conclusione, rammentando il lusinghiero favore di critica e di pubblico riservato alla sua precedente silloge Il sonno di Salomè (Pescara, Edizioni Tracce, 2012), non possiamo che dire grazie per questa seconda raccolta ricca di autentica poesia.

Andrea Mariotti, settembre 2013

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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