“Venere e Freud” Sono bella ma non è colpa mia. L’inconvenienza dell’avvenenza

Ero e sono un caso clinico da manuale. Mi riferisco al male quotidiano e all’inadeguatezza di vivere che mi attanaglia. Non riesco a praticare una buona prassi di civismo e di legalità. Cerco di trasgredire nelle piccole cose secondo una scala di valori personale e primitiva scivolando nella fragilità più totale al cospetto della violenza gratuita verso esseri umani e animali.

A volte credo sia il continuo tentativo, per quelli che hanno sempre fame e sete di attenzioni, di stupire e scioccare in modo bambinesco e innocuo. C’è un’autoassoluzione in questo, alla faccia dei miei simili. Qualche volta sale l’angoscia, un calderone amaro di sensi di colpa, smarrimento, incapacità di orientarsi nei troppi stimoli.

Non ho nessuna intenzione di ascoltare chi mi trasmette sicurezza in cambio di obbedienza, non voglio nutrire narcisistiche velleità di educatori che esaurito ogni potenziale erotico si sono dedicati all’insegnamento. Alla fine gli uomini mi hanno scaricata tutti quanti, cercavano un alter ego meno scomodo e più accomodante e le donne mi hanno evitato come la peste.

Eppure la mia bellezza ha sempre avuto un taglio discreto ed elegante pur mantenendo una capacità irrefrenabile di infiltrare qualsiasi tessuto biologico, realizzando mosaici di fibre e reti interminabili di trasmissioni neuronali da un corpo all’altro. Ma proprio perché così umani nelle manifestazioni emotive le Deità si accanivano nel flagellare la gratuità della bellezza e del fascino come un dono immeritato e di pessimo gusto. Fui causa di disputa e costretta a sposare Efesto e a nulla valsero i tentativi di cercare l’amore in ogni volto di forestiero, umiliata dalle parole crude delle femmine che mi accusavano di mercimonio sessuale.

Il dottor Freud era l’uomo migliore che io avessi mai conosciuto….un vero illuminato. Presi vita in un pomeriggio d’inverno durante il suo thè del sabato di fronte a un ovale di rara preziosità, dai lunghi capelli color dell’ebano.

Ebbene, il mio mondo pagano dell’infanzia riacquistò la dignità che aveva perduto: la natura, il corpo, la madre Terra, la mia stessa avvenenza non vennero più mortificati e miseramente distrutti dalle crociate cieche di coloro che uccisero il mio mondo, la mia storia e dominando i superstiti con la terribile arma del Senso di Colpa e del Castigo Eterno.

I suoi Rabbini lo misero al bando come un fomentatore e un distruttore della legge morale e minacciarono chiunque parlasse di lui e delle sue idiozie libertine. Discutevamo su questi fatti e mi confessava con il piglio di un monellaccio che, tutto sommato, ciò che contava veramente era vivere degnamente e con gioia senza preoccuparsi troppo.

Avevo accumulato talmente tanta, tanta rabbia per non aver avuto risposta ai miei desideri che di fronte alla scelta di ricevere i colpi a testa bassa senza neanche potermi difendere o esplodere in un tripudio di vitalità sensuale non ebbi un attimo di esitazione.

Ho scelto la mia colpa, che nella mia lingua forse deve voler significare “causa della mia esistenza”. E con essa quel bagaglio di stranezze, di ombre, di armonie che mi hanno sempre accompagnato e che un uomo, sospinto dalla sete di conoscenza saprà riconoscere in un volto magnifico, davanti al thè del sabato.

Scritto da Antonella Rizzo

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