Maurizio Alberto Molinari su “Cleopatra. Divina Donna d’Inferno”

Cleopatra di Antonella Rizzo è un’opera senza dubbio atipica e molto originale a cominciare dalla scelta della sua forma: il prosimetro. E si tratta di un prosimetro che raccoglie abilmente i territori della narrazione e della poesia disegnando una trama avvolgente che emana profumi intensi di prosa poetica, di contenuto, di emozioni, d’amore, di dolore e di una sensibilità speciale e viva che ne determina connotati dettagliati e specifici, dal sapore quasi personale.

In questa opera la Rizzo si immerge in “Cleopatra” vivendo una sorta di simbiosi con questo personaggio dell’antichità, diventandone una sorta di propaggine, una identificazione reale e contemporanea.

Il linguaggio che ne deriva è un condensato di concretezza e chiarezza, una lingua variegata e forbita, mai banale e, soprattutto, di attualità.

Cleopatra-Antonella è una donna che parla del suo sentimento in maniera autorevole e autobiografica, ci conduce nel suo intimo vivere, ci accompagna in riflessioni filosofiche sull’amore e sul senso della vita, una vita che per certi versi rappresenta un passaggio e non un arrivo, un tratto intenso e importante della più elevata tradizione orfica.

“Vi racconto della mia morte/ affinché possiate capire/ che la gloria di una regina/ è misera cosa rispetto all’Amore” (pag 9) è l’esergo di chiusura di Antonella Rizzo al primo testo che appare nel suo “Cleopatra”, struggente e condensato di questo alone che ci accompagnerà per tutto lo svolgimento di questo libro, un libro che ci parlerà dell’Amore con la A maiuscola, un Amore finalmente interpretato e riportato alla sensibilità femminile.

La Poesia di Antonella Rizzo è di uno spessore elevato, ogni singola parola s’inchina a quella successiva danzando sul senso e sul significato, cullando audacemente il verso libero con una musicalità che è sempre presente e pressante, regalando note, sillabe e congiunzioni come fossero il volo di una farfalla su un fiore(Avrò gesti lascivi/ dolci ricompense/ e al battesimo dei sensi/ affogheremo insieme/ nudi come anime – pag. 13).

In questo susseguirsi di aliti preziosi Antonella-Cleopatra ci insegna (a pag. 14) che “Sto impazzendo/ So che il veleno continuo era/ solo brace per nutrire un amore destinato/ a finire come tutte le cose del mondo”. In questo nuovo esergo è palese la densità del dolore, il riflesso di una somma che non si traduce in numero, il vuoto lacerante della mancanza, il sapore eroico della sopravvivenza nelle sembianze di una donna che non può fare a meno di essere ciò che è: una donna-altro, dotata di intelligenza e sensibilità fuori dalla norma.

Il senso della futilità si trasforma in una forma reazionaria in cui il culto della bellezza e dell’essere femmina diventa un orologio di passaggio in questa esperienza del dolore, della perdita e della mancanza dell’Amore assoluto a cui Lei anela.

È in questo modo che Cleopatra-Antonella manifesta tutta la sua capacità di sedurre, la sua arte di conquistatrice, l’abilità di comunicare con quel corpo che parla un linguaggio superiore, costruendo nei movimenti e nelle sue pause, una tensione che seduce più della bellezza stessa (Non avevo arti lunghi né ciglia lunghe ma gli occhi bistrati e quei particolari eleganti e originali mi fecero diventare una delle donne più desiderate della stirpe dei Tolomei – pag. 17).

Così come disegna meravigliosamente la sua personale costruzione del ricordo, intesa come consapevolezza del proprio sentire, della sua precarietà esistenziale, di questo tratto della vita che vive come una transizione, l’ennesimo passaggio a cui prepararsi, per diventare altro: un nuovo spessore, una nuova coscienza, una nuova costanza, un nuovo modo di vivere il proprio spazio al femminile.

… E intorno a questi riflessi emergono potenti la fascinazione, l’estasi della simbiosi carnale, l’incanto cerebrale che Cleopatra personifica “Sapevo quello che si sarebbe detto sul mio conto e nutrivo dei sensi di colpa ma quella era la mia libertà più grande, quella di lasciarmi ora incatenare, ora adorare, poi fuggire e ricominciare, ma ero io la Regina. Io ero l’Amore, l’Odio e la Vendetta” (pag. 21) – “Eppure ti sdrai dal lato del cuore / e l’aria intorno ti sembra pesare / sei carne e dolore se giaci assopito / appresso all’amore carnale e ferito / le serpi intessute non hanno partita” (Pag. 22).

È dunque di una donna molto consapevole che si racconta in questo volume, di una donna che non dimentica nulla del suo ruolo, specificatamente del suo essere madre (magica, adorabile, misteriosa, mitica, mistica). “Mio figlio era malvisto dal popolo. Non si parlava d’altro, della mia smisurata ambizione incarnata in lui, il figlio della strategia, della politica. Ed io a vedere il suo profilo che si stagliava contro il candido lino mi sentivo morire, straziare; mi chiedevo perché lingue così malvagie osavano sputare sentenze come il veleno del cobra. Che ne sapevano i maledetti dell’amore di una madre, della tenerezza muta nel stringere l’uomo che amavo fatto carne nuova? Che il resto del mondo non aveva forse ambizioni per i propri figli, che gli schiavi immaginavano forse una vita di stenti rimirando i loro pargoli? Io nascevo di stirpe nobile e suo padre discendeva da Enea figlio della stessa Venere. Cosa avrei potuto sognare per mio figlio se non il trono dell’Impero e le terre di mio padre sotto un’unica effige?” (pag. 23).

Chiave del mio cuore./ Figlio dell’unico sangue/aulente e dorato narciso./ Quale Dio digiuno di pace/ copre il sonno di agnello immolato./ L’ira di madre protegge le culle/io sottomessa al desìo della notte/ salvo il mio nome e sciolgo la sorte/ dai nodi spinosi di resa e peccato./ Sono la Madre e la Fine dei tempi/ di uomini imberbi che giocano all’asta/ io che disprezzo risa e bruttezza/ pelli innocenti seccate al solstizio (pag. 25).

In questo suo vivere Cleopatra alterna l’ampiezza del suo amore di madre a quello infinito del proprio cuore: Amore, Altissimo, Assoluto: Mai uomo fu più coraggioso di lui. Ero pietra grezza nei sentimenti, perché avevo votato il mio sapere al raggiungimento di alcuni scopi. Lui aveva l’Impero nelle mani e la sua formazione non era di un comune stratega ma di un illuminato. Conosceva la legge e la religione dei suoi avi, la sostanza del suo popolo e dei forestieri. Era il Pontefice Massimo. Vicino alla plebe ma di formazione aristocratica, talmente il suo carisma fu grande che irretì la storia. E Roma non concedeva questa dittatura di pensiero. La morte fu l’unico modo di fermare un Sole senza tempo, senza rivali. E quale donna non sarebbe impazzita dinanzi a una creatura ciclopica e immensa che non teme morale né legge dinanzi a un amore comparso di notte avvolto in un tappeto di pregio? (pag. 30) – Lui è stato il mio unico, grande amore (pag. 31).

E di rilevanza non minore appaiono, a tratti, sezioni purissime di “visioni” al femminile. In questi squarci ogni singola parola si contorce per prendere nuova forma: ecco un notiziario, uno stralcio di lucida cronaca, una descrizione rassegnata del tempo fuggito, il riassunto di una nuova dinastia: Roma non era la città dei marmi dei suoi successori. Cesare intuì la necessità d’imporre il suo rigore a questo immenso formicaio e stava approntando un piano per rendere Roma lo stupore del mondo. Ancora il disordine regnava tra costruzioni di fortuna e la plebe pressava per diventare parte integrante della vita cittadina. L’Egitto non era ancora una provincia romana e lo diventò con Ottaviano… Ero molto più giovane ma scaltra nei modi e nell’approccio. Il mio parlare era come dolcemente ingannevole poiché non proferivo verbo che non fosse frutto meditato sulla complessità dell’azione che la parola scatena.

Come un sasso nell’acqua forma delle onde concentriche che si allargano man mano, così la parola è una pietra lanciata all’uditore. È arte raffinata concatenare i pensieri e le espressioni in modo armonico e intenzionale, e mai le nostre intenzioni devono essere palesate, ma avvolte in tela preziosa e profumata. Non sia mai che ciò che il nostro pensiero intenda possa diventare una temibile arma da usare contro noi stessi… una donna dovrebbe sempre tenere a mente questo concetto (pag. 32).

Cesare era un patrizio, allevato fuori Roma da istruiti liberti e gladiatori coraggiosi che avevano segnato il suo cammino con staffilate di arte oratoria e nerbo di bue. La sua famiglia aveva creduto in lui affidando nelle mani di uomini scelti e alle preghiere dei Lari la sua formazione… – Io ero lunare, uterina e d’umore mutevole; il mondo elegante e divino che aveva circondato la mia infanzia vuota d’amore aveva prodotto delle ferite inguaribili nel mio profondo essere, che si manifestavano in accessi d’ira violenti o in un languore malinconico che molti scambiavano con bizze femminili (pag. 35).

“Verrà il tempo che il nostro amore sarà cagione di ogni male” ci comunica Antonella-Cleopatra a pagina 37, una pagina tra le più interessanti ed elevate dal punto di vista della bellezza e dei contenuti. Una magica alternanza di riflessioni, domande, spunti filosofici accompagnate da parole che cullano per mezzo di uno stile e di una prosa poetica che invita ad abbracciare prima il suono e poi il loro sentire: Verrà il tempo che il nostro amore sarà cagione di ogni male. Un gigante ridotto a polvere, una nave affondata appena salpata dalla riva. – Ma perché amare? Perché abbandonarsi impudentemente a quello che decreterà la nostra fine? Perché gli uomini si cibano di ciò? Che forse la vita non ci tortura ogni momento con la visione di tragedie ispirate al sentimento? – Nessuno dei miei Dèi e di quelli di Cesare fu grato all’Amore. Egli è, al contrario della Morte, causa di disordine e di rovina poiché non rivolge il suo movimento cieco a ciò che è bene ed è giusto per i mortali ma solo al proprio tragico egoismo. – Diverso è il sentimento verso l’amico caro o il proprio figlio e pure per l’animale sacro che veglia fedele la nostra esistenza. Creusa stessa mi sta a cuore più di ogni cosa al mondo e il terrore di perderla durante le sue febbri sconosciute mi getta nello sconforto più profondo. Ma mio figlio non nacque dalla stessa Bestia informe che ora disprezzo? – Luna, e la terra è fertile solo dopo l’inondazione malvagia che semina sconforto e terrore tra i pescatori e le loro donne. Essa, al suo ritrarsi, imbandisce una culla per la messe nuova. – È così, l’Amore è un’avversità necessaria nel ciclo della vita, una medicina dal sapore nauseabondo e necessaria alla reincarnazione.

La vita nasce dal sangue e dalla guerra, e similmente l’Amore distrugge e falcidia per rigenerare l’antica promessa. Anche il destino dell’Impero avvenne così (pag. 37-38).

È una sorta di tamburo che timbra il suo tempo all’infinito ma che, tuttavia, non emette mai esattamente lo stesso suono, innescando in questo modo “il circuito delle sensazioni e del senso esteso della vita”: amore, forza, coscienza, lirismo, sogno, trasformazione. E ancora tensione, intenzione, furore nel passaggio di chiusura successivo: Io non collezionavo gusci vuoti di mitili scartati dalla pesca, ma perle per completare la bellezza del mio gioiello. Cesare cadeva al suolo e portava in sé il segno della predestinazione. Lasciava che il suo corpo venisse rapito dall’uragano e la bava sacra lambisse il contorno delle sue labbra. Eravamo felici (pag. 39). E non meno potente appare la poesia che suggella la prosa precedente: Il potere di una donna ha ali libere / piedi feriti da spigoli e lacrime / marosi violenti in laghi di anime. / Io ti bramo in ogni tua sillaba / verbo d’unica voce che m’ospita (pag. 40). Il taglio femminile, il suo tratto-strato dell’esistere, tutto lo spazio sembra prendere coscienza e consistenza, ogni minuto è dedicato con fierezza al raggiungimento del proprio segno-sogno (il sapore dell’universo al femminile). Così come appare anche nella poesia a pagina 44 (davvero un gioiello) in cui Antonella ci regala passaggi splendidi “È un’arpa quel corpo nudo / sento le corde una volta dure / tendersi al tocco / di un dio di nome straniero… /… Accogli la mia solitudine / condita di ambra e papavero / che ti terrò stretto al petto /e baciando ogni respiro / piangerò la tua distanza.Sembra di sentire la caducità di quel papavero, la sua solitudine, il suo corto respiro, la sua distanza dalla propria ombra, una proiezione impalpabile e sfumata.

 Interessante anche l’utilizzo di alcune parole chiave che stimolano percorsi aforistici: Il potere è l’ozio del cuore. – Il potere è una magia che trasforma una giornata priva di senso ed espressione in un trionfo di gloria infinito – Il potere è una grazia concessa agli uomini eccelsi – L’uomo di potere avrà vita sobria e pasti frugali malgrado gli schiavi pronti e le femmine pazienti… (pag. 45).

L’amore è assenza di pregiudizio. – L’amore è il futuro che non guarda a una risoluzione dei conflitti – L’amore abitua il corpo all’insonnia – L’amante prova orgoglio nell’esibire il suo stato innaturale – L’amore non è per i servi – D’altro canto i fiori rari abitano i giardini di corte e non i greti fangosi (pag. 48).

Il culto della bellezza imperversa nel testo in un diario prezioso e compreso della propria descrizione, dei tratti impavidi della sintesi e della divinazione: Le stanze di Roma sapevano di donna. – La mia casa è armonia e bellezza affinché il corpo sia degno custode dell’anima immortale; Osiris avrà clemenza nell’accogliermi. Per questo amo che il profumo degli incensi e della mirra salgano verso il Sole e rallegrino il Dio. La mia Creusa sa lavare sapientemente la mia pelle con sale e miele sciolti in un recipiente colmo di acqua argillosa di palude. – Poi mi cosparge di acque aromatiche ottenute da rose e gelsomini. – Nessuna ombra deve oscurare il colorito d’ambra.. – … un impasto di ossa di uccello tritate, sterco di mosca, sicomoro e succo di cetriolo. Alla fine la pelle riprendeva turgore con olio di mandorle e cannella. – …un piccolo cono aromatizzato di fragranze che sciogliendosi spandeva l’anima dovunque, fino al cielo (pag. 49).

Ti offro la bellezza, Iside mia / il colore dei campi e delle messi / l’acqua tersa della sapienza. / Luce della potenza è il creato / fiori di loto, mirto e cannella / per la tua benedizione. / Vivrò al tuo fianco avvolta d’eterno / dimentica, ti prego, / ciò che il silenzio ha cancellato (pag. 50).

 Avevo imparato che avrei ricevuto molto di più di quanto concesso solo usando l’arrendevolezza ragionata di una vera donna. Nessun uomo di valore concederebbe la sensazione, seppur fittizia, di una insubordinazione. Quella notte l’amore di frodo fu una festa per il cacciatore, poiché saggiamente lasciai che si consumasse la passione come una trappola per la selvaggina, una sanguinosa battaglia con la resa assoluta del perdente. E quella mia dolcissima schiavitù lo rese dipendente dal mio miele (pag. 51) – Ma l’amore ha spine irte e dolorose. Cesare mi aveva imprigionato come un usignolo in gabbia negli orti trasteverini e godeva della mia bellezza, l’ultima brezza della sua esistenza lasciandosi carezzare da onde di giovinezza audace (pag. 52).

Come penultimo atto eterno Antonella-Cleopatra ci regala un pensiero sulla morte e sulla sua comprensione, intesa come passaggio e non come ultimo comunicato di una fase semplicemente terrena: Addio. Mi rincresce ritirarmi all’improvviso ma il dolore consegnerà alla storia quello che è visibile ai più. Le opere dettate dal bisogno e dalla convenienza, le mura possenti edificate a custodia di un cuore carteggiato dalla speranza vana di vivere nella normalità una vita eccezionale… – Potrei assolvermi in qualunque momento ritirandomi nelle stanze buie della vedovanza amorosa ma forse non basterebbe, e cadrei pericolosamente nell’oblio delle vittime di guerra… – Lascio che la Morte, amica adorata, suoni trionfante lo strumento della vittoria e consegni quella verità ai miseri di spirito… – Quello che avverrà poi è scritto nella speranza del mio popolo, a cui consegno un cuore a pezzi (pag. 58).

Ecco. / Mi incanta l’ultimo, / caro respiro della bellezza / che vaga nelle stanze di Roma (pag. 59).

L’ultimo canto è un testo meraviglioso estrapolato dal Codice VI di Nag Hammadi (conosciuto come “Inno a Iside” – anonimo, IV sec. a.C.) che suggella questa opera Cleopatresca in condensato moderno: Perché Io sono il sapere e l’ignoranza. / Io sono la vergogna e l’impudenza. / Io sono la svergognata; Io sono colei che si vergogna. / Io sono la forza e la paura. /Io sono la guerra e la pace. / Prestatemi attenzione. / Io sono la disonorata e la grande… / Non ridete di me. / E non lasciatemi fuori tra quelli che sono uccisi nella violenza.  / Ma Io, Io sono compassionevole ed Io sono crudele (pag. 61).

Maurizio Alberto Molinari

 

 

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