Antonella Rizzo su “Basterebbe il cielo” di Ugo Capezzali – Zona contemporanea Edizioni

 cpezzali

Ho incontrato la poesia di Ugo Capezzali in occasione di un reading a L’Aquila. Ho percepito immediatamente la sensibilità ruvida dei suoi versi inusuali, a parer mio, nei poeti della sua generazione. Conoscendo meglio la sua storia artistica, svelata dai gesti e dal physique du role di un giovane attore contaminato da influenze di un passato relativamente remoto, la struttura poetica potente e suggestiva è apparsa ancor più chiara e comprensibile nella sua efficacia. Il tratto lapidario e fiero di una scrittura ricca di personalità e di forza, composta nei versi intimi e privati ma sfacciata nell’affermazione di un manifesto ideologico tra trasgressione e valori primitivi.

“Nella vita che resta / si nasce / ogni volta / che si attraversa la strada.” E’ per la strada, come Kerouac direbbe, che ci si imbatte nella vita. Difficile trovare questo dualismo nella poesia odierna spesso cristallina negli intenti ma vuota di potenza individuale, o talmente esistenzialista da risultare egocentrata. Ma lo stile rimane intatto e attraversa il sottosuolo con un tratto estetico che scongiura il rischio di collocare l’immagine poetica in gabbie di impronta sociologica.

Pervasi da una dolcezza appena sussurrata sono i versi che parlano di sentimento, con giochi ed assonanze che rivelano il dualismo costante di un’emotività in bilico tra quiete e belligeranza, gesti che riportano a suggestioni d’antan “Sei qui / ma sai farti vento”.

“Dovevo uscire da qui /  e tornare / a dove ero nudo” è il bisogno insopprimibile di valicare il confine della decenza formale di una maturità gestita solo in parte dalla razionalità, al quale Ugo Capezzali risponde con una vitalità esplosiva come il suo rock e le vie della sua città, misterica e quiscente, sembrano rispondere al grido di battaglia di Joe Strummer con “The guns of Brixton”. Ci vuole talento per decidere di essere tutto e il contrario di tutto.

Antonella Rizzo

“Spada, sangue, pane e seme”: la poesia di Isoke Aikpitanyi

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Genova, 19 luglio 2013.

Lavinia Dickinson Editore ha pubblicato l’opera prima della poetessa e attivista nigeriana Isoke Aikpitanyi: “Spada, sangue, pane e seme”. E’ un libro bellissimo che turba e costringe a riflettere sul destino di tante donne che vengono dall’Africa e rischiano sempre di cadere nelle mani delle mafie, divenendo oggetti d’uso sul mercato della prostituzione. La caduta, la tragedia, il riscatto e infine… la Poesia di Isoke, una donna coraggiosa e piena di talento, che oggi è un simbolo per migliaia di donne che grazie al suo esempio e al suo aiuto (Isoke è alla guida di un’associazione contro la tratta, estremamente attiva ed efficace) riescono a dire: basta!Una raccolta di poesia che esprimono attraverso versi indimenticabili la vicenda umana e artistica di Isoke. Il percorso di questo libro sarà lungo e porterà importanti valori letterari e civili dove serve. “Questa è la poesia che siamo orgogliosi di scoprire e portare alla luce,” scrive in una nota il curatore Roberto Malini, “che è poesia della bellezza e dell’energia viva. Poesia del coraggio e del cambiamento. Poesia che mette l’indifferenza e la disumanità di fronte alle loro responsabilità. Dopo Steed Gamero con ‘I ragazzi della casa del Sole’, già portavoce di una nuova anima della poesia, arriva – sempre grazie a Lavinia Dickinson Editore – il canto di Isoke…”.

Bellezza e armonie

Introduzione di Roberto Saviano

Conosco Isoke da un po’ di anni. Ha una bellezza rara. Con rara intendo non di quelle bellezze misurabili in forme, centimetri, quantità, foto. Bellezza come insieme di complessità, tracce, armonie. Isoke è una ragazza africana di trentatré anni. Nigeriana. È arrivata in Italia nel 2000 sognando un lavoro, invece le mafie nigeriana e italiana l’hanno obbligata a prostituirsi. Dopo tre anni è riuscita a liberarsi e ha deciso di non tacere. Isoke ha raccontato cosa vuol dire per lei la parola “strada” a “Quello che (non) ho”, il programma televisivo che ho condotto con Fabio Fazio l’anno scorso. Ora è un viso noto: scrive libri, va in tv, riesce a raccontare la sua storia e facendolo cerca di attirare l’attenzione di tutte le ragazze che vogliono lasciare la strada. Testimonia che esiste un’alternativa e con il suo esempio le invita a prendere coraggio. Isoke mi ha insegnato a comprendere l’inferno della tratta. A distinguere, da una voce al telefono, una escort d’alto bordo da una ragazza sfruttata. A capire messaggi in codice e meccanismi delle organizzazioni nigeriane. Mi ha insegnato a non temere la caduta, perché ci si può rialzare. Ma mi ha insegnato anche che per rialzarsi serve una mano. Mi ha insegnato a tenderla quella mano e a non temere una realtà che sembra remota.