Antonella Rizzo su “Basterebbe il cielo” di Ugo Capezzali – Zona contemporanea Edizioni

 cpezzali

 Ho incontrato la poesia di Ugo Capezzali in occasione di un reading a L’Aquila. Ho percepito immediatamente la sensibilità ruvida dei suoi versi inusuali, a parer mio, nei poeti della sua generazione. Conoscendo meglio la sua storia artistica, svelata dai gesti e dal physique du role di un giovane attore contaminato da influenze di un passato relativamente remoto, la struttura poetica potente e suggestiva è apparsa ancor più chiara e comprensibile nella sua efficacia. Il tratto lapidario e fiero di una scrittura ricca di personalità e di forza, composta nei versi intimi e privati ma sfacciata nell’affermazione di un manifesto ideologico tra trasgressione e valori primitivi.

“Nella vita che resta / si nasce / ogni volta / che si attraversa la strada.” E’ per la strada, come Kerouac direbbe, che ci si imbatte nella vita. Difficile trovare questo dualismo nella poesia odierna spesso cristallina negli intenti ma vuota di potenza individuale, o talmente esistenzialista da risultare egocentrata. Ma lo stile rimane intatto e attraversa il sottosuolo con un tratto estetico che scongiura il rischio di collocare l’immagine poetica in gabbie di impronta sociologica.

Pervasi da una dolcezza appena sussurrata sono i versi che parlano di sentimento, con giochi ed assonanze che rivelano il dualismo costante di un’emotività in bilico tra quiete e belligeranza, gesti che riportano a suggestioni d’antan “Sei qui / ma sai farti vento”.

“Dovevo uscire da qui /  e tornare / a dove ero nudo” è il bisogno insopprimibile di valicare il confine della decenza formale di una maturità gestita solo in parte dalla razionalità, al quale Ugo Capezzali risponde con una vitalità esplosiva come il suo rock e le vie della sua città, misterica e quiscente, sembrano rispondere al grido di battaglia di Joe Strummer con “The guns of Brixton”. Ci vuole talento per decidere di essere tutto e il contrario di tutto.

Antonella Rizzo

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