Su Giroma “La terra di tutti” di Massimo Pacetti

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Massimo Pacetti appartiene a quella schiera di autori incollocabili in un genere preciso.

Oggi la letteratura stagna in una palude di personaggi in cerca d’autore, di manifesti esistenzialistici, di status di ogni tipo.

Posso azzardare che le cose che leggo ultimamente sono intrise di un moralismo post-industriale che teme l’azzardo visionario dell’autore di razza, sfuggente e indefinibile per natura. La sua ultima opera “La terra di tutti” porta la firma della storica casa editrice Edilazio, che ha appena festeggiato in Campidoglio i suoi 50 anni di attività con la partecipazione di illustri esponenti del mondo culturale, artistico e politico del Lazio.

Io non sono una viaggiatrice e neanche Pacetti lo è nel senso letterale del termine. Lo affermo con una sorta di sfida contemplando i suoi versi asciutti che rincorrono l’angolo e sbucano in una viuzza di Harlem passando dal Tropico del Capricorno……Lo dico perché reputo che il viaggiatore non sia colui che si sposta compulsivamente ma l’uomo che contempla, che non compie razzie di emozioni in terra altrui riportando orgogliosamente ferite di viaggio.

Il viaggiatore dell’anima, spinto dalla contingenza e dalla necessità fisica e psicologica, non programma la sua vita con metodicità, a tavolino ma viene risucchiato, desiderato, fagocitato dagli eventi e si abbandona alla sincronicità delle coincidenze, domando con grazia e saggezza l’onda anomala della cattiva sorte.

“…quando la morte

si ferma sulla vetta

di una montagna

le parole sono il sogno

di un eroe che è morto

là dove voleva vivere”.

Così sono le sue liriche. Egli è un uomo formato alla politica e conosce i meccanismi perversi e complessi di chi si occupa della cosa pubblica ma la sua personalità emerge miracolosamente incontaminata dalle leggi economiche che paralizzano l’intelligenza emotiva e la creatività umana.

Sono ammaliata dalle sue descrizioni, minuziose ed eleganti, fatte di versi intensi, scanzonati e gravi, pregni di quell’ironia positiva di cui l’esistenza ha un assoluto bisogno. La ricerca del particolare e il bisogno di comunicare con le istanze fisiche del nostro pianeta lo rende produttore di cultura vera, non viaggiatore di frodo ma rispettoso fruitore di esperienze e di emozioni.

“Sono salito fra i boschi

per fotografare la voce degli uccelli

e il gorgogliare

dell’acqua del ruscello

nascosto nell’erba

e per udire le ondeggianti

vette dei pini e degli abeti

e tenere nella mano le pietre:

che da millenni erano ad aspettarmi”.

Pochi giorni fa si è festeggiato il Terra madre day, uno dei tanti disperati ed encomiabili tentativi di incutere consapevolezza attraverso un programma di responsabilizzazione. Ottima iniziativa, ma il senso intrinseco della pienezza della parola terra ancora ci sfugge. Tutti noi siamo diventati dei consumatori voraci di vita e abbiamo occultato la faccia vera della medaglia, quella che regola i rapporti tra i viventi. La Madre Terra, da entità superiore e trascendente divinizzata nelle civiltà antiche si è trasformata in un una miniera a cui attingere con un rapporto di sudditanza inversa, schiavizzata dal sistema di produzione che rappresenta la nostra emancipazione.

Così si sono evoluti anche i rapporti tra gli esseri umani, fratelli nel cosmo ma acerrimi nemici in una lotta intestina che vede contrapposte culture e fazioni, come in una lontana preistoria del mondo dove la lotta, finalizzata alla sopravvivenza, era però regolata da un codice etico a noi sconosciuto.

Questo mi ha profondamente colpito nell’ultima silloge di Pacetti, scrittore prolifico e fecondo: l’amore per la Terra di tutti, la capacità di riunire prassi e cuore in una sola percezione, splendidamente suggerita da parole suggestive e non banali. Una conoscenza del mondo come patria comune, come momenti di tempo che si alternano in una meridiana di luoghi ameni eppure vicini alla sensibilità di ognuno, quel concetto di conoscenza che rispetta i principi archetipici insiti nell’immaginario collettivo, malgrado la forza distruttrice della globalizzazione che vorrebbe operare una distinzione netta tra locali e globali, relegando i primi alla non-conoscenza e alla subordinazione nei confronti dei secondi.

E nei suoi versi si rivela l’uomo, generoso e incosciente nel valicare pregiudizi e confini mentali, malgrado le severe lezioni della vita che avrebbero potuto paralizzarlo e confinare la speranza in una torre inaccessibile. Egli osserva con rinnovato stupore i meccanismi che regolano la conflittualità umana, le ingiustizie, la terra arida sterile di frutti e il sinuoso movimento dell’animale, come nella lirica dedicata ai gatti. Pacetti è un uomo politico, inteso come significato etimologico ed opera una speculazione verbale e intellettuale nella società che lo circonda in modo attivo, costantemente presente.

“….qual era la forza immensa

che si stava prendendo la mia vita?

Dietro il tormento indecifrabile

Mi attanagliava la mente, il corpo

I muscoli, ogni parte vitale…”

Eppure non possiamo parlare di poesia sociale, termine restrittivo e categorizzante perché il poeta, nonostante attinga la sua ispirazione dalla realtà esterna e ne sottolinei velatamente le miserie, il baratro delle differenze come la bellezza delle uguaglianze e non si abbandoni facilmente all’introspezione egocentrata, sa mantenere i rapporti con le caratteristiche fondamentali della scrittura come Arte assoluta e non necessariamente funzionale a un fine secondario.

Il concetto di Bellezza si fa etica ed estetica nella poesia di Pacetti: le descrizioni delle città sono miniature di architetture preziose ma anche di sentimenti dignitosi, stradine che portano al cuore di donne e di madri, città come Lisbona morbidamente adagiate su dormeuse di velluti blu come il mare, mangrovie antropizzate come braccia umane. Metafore e suggestioni corrono su binari paralleli che, nonostante lo stile mai edulcorato, trasportano immagini e le trasformano in sentimenti.

La metrica libera ha una gradevolezza assoluta che mantiene la tensione emotiva dei primi versi fino alla fine, senza ripiegamenti ecolalici che nei componimenti di media lunghezza rischiano sovente di comparire nella ricerca di una musicalità della parola. È da apprezzare la modernità della scrittura, lineare ma non semplicistica, senza sovraccarichi stilistici e elaborazioni didascaliche in nome di una presunto intellettualismo di nicchia mai superato.

La realtà, presentata nella sua nudità percepibile dai sensi periferici si staglia lapidaria sui fogli di carta ma, come nelle essenze di alta profumeria, la nota di fondo arriva appena la fragranza ha stabilito il suo possesso. E qual è l’ingrediente prezioso e scarsamente segreto che mette in comunicazione due livelli non naturalmente comunicanti? È l’ironia, naturalmente.

L’ironia appartiene tanto alla sofferenza che alla felicità, e l’uomo che viaggia nella speranza di ritrovarsi porta sempre con sè e con la sua penna la capacità di sorridere e di prendere le giuste distanze dalla quotidianità e dalla dipendenza.

Antonella Rizzo

Ex voto al poeta

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Sono qua
ad aspettare il giorno
con un canestro di verbi nuovi.
Il poeta, o chi conduce il tempo
è avvoltoio e Cerbero.
S’accoda all’umanità piangente
gode dei languori mai narrati
similitudini tra mali
al lavoro alacre dei Pastori
nei lanzichenecchi globali
dei nostri giorni.
A.R.

“Riguardo all’obbedienza” di Dona Amati su Giroma

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Niente di più simile alla raccolta “Riguardo all’obbedienza” di Dona Amati, Fusibilia edizioni, avrebbe legato con la mia furastica sensibilità.

In realtà più che di una fortuita collisione tra poeti circolanti definirei l’incontro con questo volume un esempio di sincronicità occulta ed iniziatica che si rivela quando le parole chiave si palesano all’altro, in una successione spasmodica e raffinata di richiesta e di contemplazione.

La poesia di Dona non è rivendicazione a un istinto disordinato e aggressivo ma l’affermazione invece di un predominio della volontà femminile e della potenza dell’intelletto che piega il desiderio e la pulsione ad autodeterminazione storica e temporale. Non è il sentimentalismo bieco, fasullo delle penne lacrimanti, quello che confonde l’etica costruttiva femminile con la sudditanza al dolore e alla sofferenza.

“La mia mano è fiera di sedare quelle del ventre”

Il problema è questo: nell’antichità l’amore era compagno di Eros e passeggiavano insieme tra furibonde tempeste e sanguinari scontri. Una tale tensione emotiva era necessaria per gettarsi simbioticamente nell’altro, in maniera narcisistica e tirannica. Per la conservazione della specie l’attrazione è fondamentale e la discendenza è assicurata dai caratteri genetici dominanti e migliori, una Rupe Tarpea delle emozioni dove i vinti finivano nell’antro buio della disperazione e i vincitori attingevano nettare dionisiaco per le loro battaglie. Manna per alcuni, fiele per altri.

“Non lasci la testa nel cappio del sentimento ma il corpo biblico ne ha due, e la mia ne è strangolata”

La funzione sociale coesiva della coppia decretata dalla successiva tradizione giudaico-cristiana parla una lingua melliflua e ipocrita che spaccia per misericordia e compassione una forza necessaria e ispiratrice che nella Poesia di Dona Amati finalmente rivendica la sua dignità a un’esistenza autonoma e orgogliosa, un archetipo femminile potente e seduttivo lontano dalle sgradevoli virago che emulano i tratti negativi del potere anziché affermare la forza indiscussa dell’intelligenza emotiva e del sapere condiviso.

“L’amore non è mai innocente, nemmeno

fatto di tempi morti.

E se si scortica l’anima a blandi pezzi,

è risulta di facili bocconi d’eros.

Non più giaciglio di sinapsi”

Mirabili passaggi questi dove è contenuta l’essenza di una Verità uccisa dalla storia e da una morale opportunisticamente repressiva. Finalmente un Amore privo di attributi medicamentosi, altruistici ma sublimamente raccontato nella sua nudità morale di forza incontrollata e intimamente connessa a Eros che ne decreta la specificità del sentimento. E tutto avviene attraverso questa fagocitazione di corpi ed anime che la Amati non demonizza come una pulsione animale frutto di impulsi nervosi e sensoriali ma vive con gioia e consapevolezza.

E’ una scrittura preziosa quella di Riguardo all’obbedienza, di una circolarità elegante e musicale.

Il canto d’amore a Lilith, per esempio, mirabilmente orchestrato in versi di velluto è un manifesto di bellezza e gioia, elogio di una gioia carnale che attraverso Eros e le sue implicazioni libera la prigionia dell’anima che tende per sua natura a volgere verso l’infinito:

“Sei bella.

Offerta nel profilo morbido che cede, come maleficio d’incanto.

Non è tempo di allentare il movimento

Della conoscenza, oscura attrice.

Voglio sciogliere lo sfinimento

Impallidirti del respiro tutto

Razziarti il fremito

Come innaturale preda

Che s’abbraccia di me, concessa”.

Eleganza ritmica e sintattica questa concessa a chi porta in sé il segno del vero poeta.

Antonella Rizzo

Nuccia Martire su “Cleopatra. Divina Donna d’Inferno”

Cleopatra,carne divina e la carne conosce il mondo d’Inferno prima di ogni altro quando ad abitarla è lo spirito di una dea.
L’opera di Antonella Rizzo desta stupore non soltanto perche’ appare come l’arazzo di un amore tra due centauri,Cesare e Cleopatra, ma anche per lo stile che l’autrice sceglie per rappresentarla : l’amplesso fecondo tra poesia e prosa, una commistione che trova il suo apogeo nel monologo della Regina d’Egitto posseduta da Cesare-Eros.
Nelle liriche “s’annida l’amore come sabbia fine portata dal vento”, “il riso amaro di una donna e di secoli”, si concentra il pathos della lacerazione per un sentimento che non dà tregua.Nella prosa, invece, Cleopatra-Antonella, artefice del suo destino,sembra più intenta a lasciare tracce della sua umana divinità,a raccontarsi nei gesti della quotidianità,ad essere una donna impavida perfettamente consapevole del suo fascino innato, regale derivante da una forza primordiale che sembra avere legami con il fuoco, l’acqua, l’aria, la terra,elementi della natura.
Cleopatra è donna e mito, il suo linguaggio la rispecchia e Antonella Rizzo si attiene a darle una parola senza orpelli, nuda che soltanto nella poesia trascende e diventa profetica e sacra. L’autrice,con la sua opera, ci conduce in un non tempo dove l’antichità e la contemporaneità si fondono come nell’amore si fondono la divinità della vita e della morte.

Nuccia Martire

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Davide Cortese è un giovane autore eoliano che vive a Roma ed è parte attiva della vita culturale della Capitale. Dopo varie sillogi poetiche, ha appena pubblicato il suo primo romanzo “Tatoo motel” con la casa editrice Lepisma, realtà di eccellenza nel panorama letterario nazionale. Tatoo motel presenta delle caratteristiche di grande interesse che lo rendono particolarmente raffinato e intrigante. Un poeta che approda alla prosa trasferisce l’eleganza del ritmo e le suggestioni della parola alle descrizioni e in Cortese, novello bohémienne della ricerca stilistica questo si rivela in tutta la sua potenza, con picchi di assoluto lirismo negli accenni poetici voluti a suggellare la profondità dell’immagine. Il ritmo serrato, evidenziato da un sapiente uso della punteggiatura, conferisce tensione e fluidità nella narrazione, di taglio moderno e musicale. Sembra di vedere il mondo dalla mongolfiera raffigurata nel famoso quadro di Odilon Redon: un occhio fantastico e delirante, rappresentato da simboli e alfabeti come l’arte del tatuatore Dino, un ragazzo tra la terra e il cielo che fatica a cavalcare i sentimenti. Mi piace questo uso del simbolismo e del linguaggio d’arte, con accenni allo slang giovanile dei miei tempi, ispirato dalla lettura degli scrittori “on the road” così amati da intere generazione. Le pagine brevi ma intensissime lasciano una traccia compiuta durante la lettura senza trascinare la tensione con linguaggi edulcorati: il dualismo perfetto tra sintesi e ricercatezza. Cortese esprime un sentimento cristallino, quasi pudico tra i personaggi, un amore sublime fatto di fedeltà e riti iniziatici, proprio come nella pratica degli antichi tatuatori: scrivere la propria storia sulla pelle.

Antonella Rizzo

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