“Adele” di Rossana Carturan

 

“Adele” di Caracò Edizioni è l’ultimo lavoro letterario di Rossana Carturan.

Un romanzo di grande personalità, un generoso cuore centrale imperniato su uno stile narrativo dai tratti a volte veristi, lucidamente annichilito dal dramma dell’assurdo inevitabile e rivestito da un’architettura concentrica e labirintica di azioni e avvenimenti. Questi ultimi, apparentemente usati a distogliere l’attenzione dal senso drammatico e inevitabile dell’esistenza e degni di una commedia di Ionesco, sono a totale servizio dello stile narrativo rafforzando una verità multipla sapientemente affrescata dall’autrice, quasi incidentalmente, en passant direi, racchiusa nell’ermetismo di un destino umano recluso in ruoli dai quali ci si riscatta attraverso un’esperienza di determinazione, dettata dalla sofferenza e dal dolore.

Questa prima sommaria lettura, condotta con l’approccio del romanzo-azione potrebbe già esaurire la soddisfazione di un lettore che si accosta emozionalmente alla vicenda, favorito dalla familiarità e dalla sapienza della scrittrice tali da adoperare il linguaggio con grande destrezza e utilizzare suggestioni di diverso tipo come i suoi efficaci piani-sequenza, per usare un termine cinematografico, o gli incipit poetici che precedono l’inizio di ogni nuova scenografia.

Questo è quanto colpisce inizialmente e che paralizza a tratti la coscienza, richiamata bruscamente a confrontarsi con la sostanza magmatica dell’ipocrisia sociale che, accuratamente celata nello scorrere cadenzato della quotidianità, cela a lungo il suo veleno potente e del quale si comprende la vera pericolosità nel momento in cui il salotto buono viene destabilizzato da qualcosa di più grande e non preventivato.

Nulla è casuale nella trama o ha la funzione canonica di semplice protagonista-antagonista, anzi, le vicende convulse e drammatiche che prendono il sopravvento nella seconda parte del racconto su una realtà di provincia antica e segnata dalle frustrazioni interpersonali, rappresentano la via salvifica all’affermazione del Sè. Nessuna interpretazione di matrice sacrificale in questo ( la Morte che apre il passaggio alla Vita ) ma solo un’esperienza di corporeità cosciente che spezza la posizione subalterna del soggetto gregario, una tempesta violenta che si abbatte su una coscienza fiaccata da un ruolo imposto per cultura e favorito da una natura propensa a percepirsi come umile fiore di campo invece che rosa vermiglia e passionale.

La Carturan conduce attraverso metafore sottintese a una conclusione dal sapore asprigno, con un sarcasmo femminile del tutto nuovo ed efficace ( concedendomi un neologismo personale nell’attribuire una valenza positiva a un termine dalla valenza ambigua….), espediente inconsapevole nell’approdare a una strategica irrisolutezza di fondo e scongiurando così il banale tentativo speculativo di trovare una soluzione finale alla diatriba tra esistenza e sopravvivenza. E’ solo un apparente atto di rinuncia e di abiura verso l’eresia dell’Amore vero e della ribellione.

L’azione autentica, mossa da una denuncia non belligerante e veterofemminista nei confronti del Potere declinato nella sua manifestazione privata con la raffigurazione verghiana di un uomo emotivamente sterile, quella sociale misogina e cruda in un momento storico e politico dai toni drammatici, è la volontà di dichiarare attivamente la fine delle ostilità alle infinite dichiarazioni di guerra della vita. Non è certo un atto di pavido armistizio tornare dopo il doloroso romitaggio nel nido vuoto, anticamente reo di finissimi inganni, da unica e legittima padrona.

Questa ennesima provocazione di un libro da leggere con estrema cura, ricco com’è di verità abilmente nascoste, non potrebbe mai essere interpretata come una resa passiva di una natura femminile che combatte gli insulti della vita praticando l’etica coraggiosa della Cura, forza infinita delle amazzoni primitive e odierne, e ricercando nella vera Poesia la linfa a cui attingere a piene mani.

Torna, Rossana con la sua Adele, in quel nido distrutto e popolato da ombre perchè le appartiene e non rinnega, torna a calpestare la creta vergine della sua infelicità tra i muri sordi e insensibili alla sua fuga, coltivando il distacco e l’indifferenza di chi ha subito lo stupro spirituale del tradimento, ormai forgiata da nuova sostanza.


Antonella Rizzo

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