LA BIBLIOTECA DI MACABOR: Antonella Rizzo

http://labibliotecadimacabor.blogspot.it/2015/08/antonella-rizzo.html?m=1

“Antonella Rizzo sceglie sempre protagoniste femminili al confine tra storia e mito. Basti ricordare i titoli delle sue precedenti raccolte: Il sonno di Salomè e Confessioni di una giovane eretica. È come se la sua poesia per dispiegare tutta la sua potenza, abbia bisogno di partire da lontano, da molto lontano. Interprete della migliore tradizione orfica, la Rizzo testimonia, anche in questo suo ultimo volume, che alla tavola imbandita della letteratura il posto per una poesia colta, visionaria, intessuta di umori e di valori ancestrali, è sempre quello centrale, il primo, il più importante.”

Questo è quello che afferma Claudio Giovanardi nella prefazione a questo prosimetro di Antonella Rizzo, Cleopatra – Divina donna d’inferno ( Fusibilialibri) e nei fatti che caratterizzano il percorso creativo di questa scrittrice romana di origine calabrese, dobbiamo dire, che ha perfettamente ragione.

La scelta poi della Rizzo di incanalare questo evento creativo in un genere letterario così raro è molto sottile ed è da ascrivere  probabilmente al tentativo di ricreare le condizioni espressive in voga in quel particolare periodo storico. Parliamo, per intenderci, del periodo tolemaico e del breve tempo in cui la regina egizia visse. Cleopatra, infatti, nasce ad Alessandria d’Egitto  nel 69 a.c. e qui poi morirà il 30 a.c.

Per quanto ne sappiamo, la nascita del prosimetro come genere letterario, che alterna in modo equilibrato prosa e poesia, è da collocare proprio in questo particolare periodo storico, e, precisamente,  nell’età cesariana.

Premesso ciò, bisogna dire che nell’immagginario collettivo la figura di Cleopatra non è quella tratteggiata nei libri di storia ma quella raccontata dalla letteratura e dai kolossal cinematografici. Shakespeare, Alfieri, Bernard Shaw, solo per citare qualche nome,  hanno scritto pagine di teatro memorabili su di lei senza contare che esiste una filmografia sul personaggio che parte dal 1899 che arriva fino ai giorni nostri e che sicuramente è destinata a continuare anche in futuro. Questo per dire che tutto quello che si poteva scrivere  di vero e di inventato sul personaggio è stato fatto ed ogni nuovo lavoro fatica e anche molto a mantenere caratteristiche vagamente originali.

La domanda da porsi dunque non può essere che questa: la Cleopatra di Antonella Rizzo che cosa presenta di nuovo?

La Rizzo, partendo da una citazione tratta dall’Inferno di Dante (“peccator carnali, / che la ragione sommettono al talento”), sente poi il bisogno di spiegare, in qualche modo, ai suoi lettori le ragioni della sua scelta:

Alla sua straordinaria complessità si rivolge la mia spontanea lettura del suo vissuto, a quella dicotomia intelletto-cuore di cui si tenta invano la separazione come garanzia di controllo delle azioni umane; augurandomi che si esaurisca l’immagine di una Donna protagonista minore di un morboso connubio sesso e potere.

A questo connubio bisogna aggiungere sicuramente la morte che nella Roma caput mundiraramente, almeno per quelli che direttamente o indirettamente rappresentavano il potere, avveniva per cause naturali. Complotti, assassinii, suicidii  in quel periodo non davano tregua. Un vero e proprio mattatoio ad orario continuato.

È chiaro che il destino di Cleopatra per il suo passionale rapporto prima con Cesare, poi con Marco Antonio, non poteva non intrecciarsi con le vicende della Roma caput mundi, con il finale che tutti conosciamo.

… Il mio rapporto con Cesare aveva del soprannaturale e del destinato, perché mai essere umano aveva rifiutato il mio regale ratto dell’anima e si era imposto una severità, una forza da risultare impenetrabile alle malie. Era lui che aveva seviziato il mio spirito indomabile con fuoco e flagelli. Avrebbe pagato con la vita il talamo di miele che gli preparavo al cospetto di Horus benevolo. I suoi Dei guardavano con sospetto la nostra unione e maledicevano il nostro palazzo con improvvisi venti bollenti che asciugavano la fertilità della terra e impaurivano gravide e vecchie. Chiunque sarebbe venuto dopo avrebbe scontato la maledizione degli Dei adirati e a nulla sarebbero valsi i bracieri arsi in loro onore e le bestie sacrificate. Nessun sangue placava la loro ira. Solo la morte ci avrebbe ricongiunto con la loro benevolenza.”

Una Cleopatra, questa, che parla attraverso la voce della Rizzo, già conscia del suo destino, viva nella passione del suo rapporto d’amore con Cesare, che appare qui sotto una luce nuova, più vicino, dal punto di vista di intensità, a quello con Marco Antonio tanto esaltato dalla Letteratura e dal Cinema.

Un testo davvero importante questo di Antonella Rizzo, un prosimetro da leggere o magari anche da ascoltare, seduti sulla comoda poltrona di un teatro, luogo sicuramente congeniale per accogliere  i protagonisti di questa vicenda rivissuta sulla pagina da una scrittrice sicuramente di talento.

Bonifacio Vincenzi

La mia lettura di “Tutto così regolare tutto così prevedibile” di Claudio Giovanardi

È in libreria l’ultimo libro di narrativa di Claudio Giovanardi “Tutto così regolare, tutto così prevedibile”, una serie di racconti per la casa editrice Manni che segue di due anni la pubblicazione di “Mamma ricordi” per le stesse edizioni. Giovanardi è un intellettuale romano, Professore Ordinario di Linguistica Italiana presso l’Università Roma Tre, ateneo della capitale. Ha al suo attivo decine di pubblicazioni accademiche sulla lingua italiana e tiene conferenze nelle sedi culturali più prestigiose in Italia e all’estero.

Il volume supera brillantemente il confronto con la precedente pubblicazione, nonostante la differenza dell’impianto narrativo e la caratteristica di aulicità che connota invece “Mamma ricordi”. Anche in questo caso il lettore può comprendere empiricamente la linea di demarcazione tra una pubblicazione di facile successo editoriale e un’opera di Letteratura vera e propria. Si ritrova, qualità sempre più dismessa, il segno distintivo dello scrittore di razza che sa tracciare con intensità anche scenari di ordinaria amministrazione: verità conclamate, incertezze cosmiche, tentativi di fuga, sentimenti profondissimi, disincanto. Tutto ciò che lo scibile umano per una volta si trova ad affrontare è racchiuso in parole-gioiello, costruzioni perfette ma fuori dalla rigidità del purista. Un lavoratore accademico atipico definirei lo scrittore, colui che non immagazzina concetti cattedratici ma che vive una dimensione sociale di testa, carne e sangue, come un organismo animale che si riproduce attraverso il rilascio delle conoscenze: questa è la Cultura.

Rischio la retorica affermando che è facile commuoversi durante la lettura ma non è il sentimento a basso prezzo che inchioda il raziocinio ma il paradosso continuo, tenero e letale della quotidianità, i desideri abortiti, la pantomima dell’assurdo, la felicità felliniana e giostraia che fanno precipitare le inibizioni e ci procurano quel sottile e piacevole ennui che tanto occorre a farci sentire vivi.

Si percepisce la sensazione dell’assenza di un tempo cronologico nelle descrizioni, nulla è prima o dopo ma gli avvenimenti sembrano frutto di una inevitabile e rassegnata sincronicità degli eventi che si rivelano invece di manifestarsi. Tutto questo grazie al ritmo equamente ripartito dei periodi cesellati ad arte che mantengono in questo modo costante la tensione narrativa anche in assenza di dialoghi. La parola si fa estetica della vita in tutta la sua potenza medianica ed assolve il suo compito privilegiato: quello di evocare, curandera dei nostri giorni, la Bellezza in una dimensione esistenziale laica altrimenti priva di senso.

Un costrutto sostenuto da un’abilità scontata per le competenze del romanziere ma sorprendente per la profondità dell’uomo, che si rivela in uno specchio lacaniano senza connotazione di bene e di male ma piuttosto nella sensualità dell’animale notturno che trasgredisce per coerenza al proprio destino biologico, quindi senza traccia di colpevolezza. L’infanzia, una goccia d’acqua persecutoriamente kafkiana, la donna e uno stralcio di cielo, tutto rappresenta la speranza e nel contempo il rifiuto aristocratico del vivere quotidiano: una dimensione autentica e struggente preclusa agli occhi curiosi della folla che non si accorge della complessità dell’anima e crede che tutto sia così regolare, così prevedibile.

Uno dei libri migliori che io abbia letto.

Antonella Rizzo

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