Sogno balcanico

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Ho sognato, come da consuetudine notturna, la surreale casa della mia infanzia.
Quasi tutte le notti, in fase Rem, mi trovo ad attraversare un corridoio lungo e angusto. I muri sono rivestiti da carta da parati sbiadita e mancano dei pezzi, coperti strategicamente da brutti quadri con cornici similoro. La cucina e il bagno poi sono di una bruttezza angosciante, la prima con mobili di formica scompagnati pieni di ogni genere di suppellettili, come a suggellare nel sopore la reale tendenza compulsiva di mia madre all’accumulo. Il bagno rivestito da ceramiche spizzate da cantiere raggiunge il suo climax nel coperchio della tazza, di plastica nera e di un ovale dal diametro stretto.
Sono in attesa come al solito di risolvere il problema dello sfratto incombente e mi sento male al pensiero di abbandonare lo squallore quotidiano. Persino il trespolo con la pianta di Pothos mi sembra una mercanzia alla quale è impossibile rinunciare.
Ma l’incubo stanotte è diverso. La mia casa si trova in una remota località balcanica, dove il bianco, il nero con tutte le gradazioni intermedie sono gli unici colori presenti. I palazzi appaiono eleganti ma man mano che si salgono le scale lo stile è gradualmente più dimesso, fino ad arrivare a dei ballatoi comuni dove si aprono in cerchio le porte di ferro dei miseri alloggi, che ricordano le insule dei servi. Corro trafelata le scale fino a scorgere i fili dei panni stesi nella zona franca e il momento di aprire la porta è una roulette russa.
La casa sarà ancora mia?
Saranno venuti già a mettere i sigilli?
Chi troverò al posto di mio padre che avevo lasciato a dormire in quella camera scura, con la savonarola ai piedi del letto dove buttava solitamente i calzoni sporchi di urina prima di addormentarsi? Dio, riuscirò ad aprire la porta?
Stavolta sono con degli amici che alleviano la mia angoscia. Mostro la nudità del mio alloggio, fortunatamente ancora inviolato, con una nota di vanto: quello è un posto da artisti, spiego, e c’è sovente la fila per visitarlo. E il mio appartamento, ripeto con fierezza, è il più bello.
Varcata la soglia ecco il miracolo che avevo promesso loro: la casa di casta operaia è completamente circondata da un fiume; le finestre affacciano direttamente sull’acqua svelando un paesaggio a dir poco incredibile: una Venezia montenegrina o albanese  sovrastata all’orizzonte da un cielo di piombo grigio come gli anni del regime.
L’acqua sporca di guano si infila in strettoie delimitate da alte piante acquatiche e si fa nutrimento di selve lussureggianti. Si placa ogni tormento nel cullare lo sguardo durante la navigazione  e assaporo il piacere imprevisto dell’accoglienza e dell’orgoglio.
Ad un certo punto metto le mani in bocca e scopro di avere i denti in doppia fila, così da formare due arcate sovrapposte sopra e sotto. Una agghiacciante sensazione metafisica sentirsi come parte di un dipinto di Bosch tra le anomalie di una natura ribelle.
Ho solo paura di non ritrovare la strada quando mi assenterò perché non ci sono numeri, nomi, campanelli sulle porte. Tutto è identico e ho la consapevolezza di non avere più la capacità di contare i piani. 
È ora di ritornare tra le certezze della veglia. Alla prossima notte, e che la memoria mi assista.

Antonella Rizzo

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