Antonella Rizzo su “E fu sera e fu mattina” di Daniela Rindi

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“E fu sera e fu mattina”. Un titolo dal sapore biblico per l’ultimo romanzo di Daniela Rindi pubblicato da Intermezzi Editore, un atto creativo compiuto che ricalca, nella cadenza dei giorni segnati dall’autrice, una genesi metafisica e kafkiana ambientata nella quotidianità.

La Rindi ha una intuizione felice nella stesura del romanzo, la recherche del particolare nel microcosmo familiare, il coraggio di desacralizzare la relazione e di descrivere in efficaci fotogrammi dai piani sequenza drammatici e veristi un rapporto culturalmente escluso dall’analisi: la feroce dolcezza della consuetudine familiare. La strategica sobrietà della trama, oscurata dalla crescente intensità della parola conduce il lettore a un finale visionario e aperto senza ricorrere a scenari d’effetto. C’è bisogno di un lavoro introspettivo profondo e una complicità assoluta con sé stessi per orientare con destrezza le pulsioni scomode senza incorrere nella solita operazione noir, di effetto ma priva di contenuto.

In realtà il lavoro della Rindi è molto lontano da una speculazione di questo tipo e dalle ultime generazioni di thriller, anzi, si avvicina molto di più al romanzo realista temperato americano di inizio 900 per la modernità dell’impianto narrativo che abbatte il sentimentalismo senza una eccessiva franchezza verbale, cara invece ai francesi.  Il ricorso ad accostamenti interdisciplinari nella nota finale del romanzo ad opera della stessa autrice che rimandano al simbolismo di Magritte rivelano una vocazione alla ricerca e alla libertà interiore che non subisce la coercizione del rapporto affettivo in quanto tale.

Molto intensi appaiono i dialoghi tra madre e figlia, parole-frasi o richieste pressanti, calati in un rapporto di tensione dialettica molto forte e fisica, parassitaria a tratti, completamente spogliata da quei corredi ipocriti di sostantivi e aggettivi di circostanza che invece di impreziosire vanno a banalizzare i dialoghi. In effetti l’incubo è una percezione realistica di sensazioni legate a momenti di tensione materiale, vitale di un vissuto momentaneo di dolore di cui la malattia rappresenta un momento di squilibrio tipico con gli odori, sapori, visioni in totale dissonanza armonica con lo stato di benessere.

Quello che potrebbe sembrare un epilogo fantastico, annebbiato dal movente dell’allucinazione patologica è una rottura fisiologica di un dualismo che si fonda sul legame pervasivo del rapporto genitoriale fino al compimento della sua funzione naturale ed equilibrata. Un ottimo testo, sperimentale e  che conferma le qualità indiscusse di Daniela Rindi.

Antonella Rizzo

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