2 aprile 2018

Hecate - W. Blake
Hecate – W. Blake

Chiedo lumi alla mia assenza.

A un passo dalla verità

il meccanismo infallibile

di cambi, d’abito e di parole.

Ancora mi diverto a dondolare

sopra i tacchi immaginando

un copione a Earl’s Court, la mia isola.

Ho dato il mio frutto al mondo

non è stato facile

la notte vigilo ed il giorno

è una pena insopportabile.

Non posso legarmi più di un mese

senza avvertire la morsa della solitudine,

prima di uscire penso mille volte

al cielo fuori dalla mia casa

e ho paura di ascendere, di non reggere.

So che se avrò fortuna perderò il treno

o farò tardi all’appuntamento

e avrò un motivo per non sopportarmi.

Ho sempre abortito ogni grumo di vita

i miei sono embrioni non esseri

atomi di folla, persone in vitro

niente di compiuto da dichiarare.

Solo la tensione dell’attesa, il contatto,

quello fatale che incatena l’anima

poi la fuga dolorosa e scalza

come nei sogni ad occhi aperti.

La cura apparente della persona

il culto raffinato dell’incerto e del vago

sforzarsi di non provare nausea

ricambiare sorrisi con suppliche

tentativi disperati di apparire candida.

In realtà sono troppi gli spiriti che mi circondano

ed a ognuno mi sono promessa:

a quelli che non sanno che esiste il vortice

a quelli malati che vorrebbero una scala

per essere inseriti nella corte di Lucifero

figure esili in cerca di un dramma solido.

Una specie di Santeria governata da draghi e vergini

ma sono sola a domare il circo tragico

del senso di colpa atavico, stretto come una dote

e le figurazioni che crollano dall’alto

come pezzi di vetro che si schiantano e feriscono

un corpo che si immagina immortale.

Rimane incagliato al largo del mare gelido

con i cristalli tra le ciglia, sui polsi, sulle natiche,

cammina e sanguina come la sirena di Andersen.

 

Antonella Rizzo

 

 

 

 

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