Giorgio Ghiotti sulla mia raccolta “A quelli che non sanno che esiste il vortice” Lavinia Dickinson edizioni

E’ un viaggio impervio quello affrontato dai versi di Antonella A. Rizzo nella silloge di poesie dal bel titolo “A quelli che non sanno che esiste il vortice” (Lavinia Dickinson Edizioni), è un regressus verso la propria isola, nel centro dell’uragano, in quella zona di quiete assoluta nella quale portare in salvo, come un bottino segreto, i vasi d’infanzia, gli anni di una guerra condotta in punta di penna, il peso degli anni, parole recitate, biglietti e ricordi di viaggio, cani, uomini e santi, reliquie quotidiane divenute simboli, immagini che appartengono alla poeta per intercessione della parola, per miracolo della lingua, per appartenenza a un popolo, a un tempo, a un genere, a una storia che la precede e la comprende. La poesia di Antonella Rizzo ha la capacità straordinaria di alimentarsi, di ricaricarsi a ogni rilettura, e davvero sembra parlare, la poesia, per bocca dell’autrice in questi due splendidi versi: “Io venivo a bere e assetata / tornavo più avida di prima”.

Ho scritto di cose che attraversano
la storia del mondo nel quale sto vivendo.
Le ho riunite.
Sono vissuta emotivamente raminga
con l’ossessione di trovare la mia isola
come fecero i miei antenati balcanici.

*

L’ultima reliquia è un cartoncino bianco
custodiva lo scontrino del bistrot
circondato da vetri, vicino San Giovanni.
L’ultimo caffè, quello che sapeva di ricordo
la storiografia del momento lieve
di un posto illuminato, un giardino d’inverno
un prezzo esibito con eleganza.

*

Invoco il vuoto, il danno ai ricordi
lo stimma dei vecchi e il loro silenzio.
La memoria che usura, ammala, che sfianca
riduce i limiti e quindi col tempo
racconta la morte degli eroi, amatissimi figli
fertile e rustica come gramigna.
Voglio le sacche svuotate dai mali.

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