Annamaria Ferramosca su “Il fazzoletto di stoffa”

Antonella Rizzo

IL FAZZOLETTO DI STOFFA

Kinetès Edizioni, 2021

Nota di lettura di Annamaria Ferramosca

Questo recente denso libro di Antonella Rizzo, con il suo andamento che fa trasparire note autobiografiche alternate a scene in cui domina la riflessione su più larghe dimensioni del vivere, mi è apparso all’inizio della lettura come un piccolo enigma. L’assenza di un filo conduttore narrativo fa porre da subito la domanda: è un romanzo? O una sorta di diario onirico?O un flusso di coscienza? Ma la risposta arriva presto. Ci si accorge che questa assenza è voluta, e l’intento dell’autrice è proprio quello di portare chi legge ad una più intensa riflessione sui nessi contenutistici che via via appaiono sempre più evidenti e densi di significato. Non si tratta dunque di brani dettati da casuali stati d’animo e d’ispirazione, ma di interrogativi e risposte che si addensano e intersecano lungo un cammino psicologico che lega con la sua forte necessità ogni pagina del libro. Ed è in questa insolita ricerca capace di attrarre e affascinare il lettore, che si evidenzia il senso originale e intrigante di questa scrittura.

Ma vediamone i vari passi. L’apertura è una dichiarazione adolescenziale d’amore per il mare e per i suoi luoghi estivi delle vacanze, dove protagonisti sono i primi turbamenti, le scoperte, le scorribande. In questa narrazione chi scrive è una ragazza dotata di acuta intelligenza, che essa stessa dichiara debordare in una specie di disturbo di personalità, una ossessiva fuga dalla realtà, il cui senso sembra sfuggirle, soprattutto per la mancanza di autentico amore. Gli incontri con personaggi di stramba umanità non aiutano a fare chiarezza. Ma lungo il cammino sotterraneo della Cloaca Massima le descrizioni sembrano rivelare il luogo come una metafora dell’attraversamento del mistero della vita, e della complessità oscura dell’anima. Il percorso, come in una bolla reale e al tempo stesso onirica, è denso di profonde riflessioni frammiste a note sapienti sulla perizia degli antichi architetti romani, e trascina il lettore in un mondo straniato, lacerato da inquietudini passate e presenti, che si avverte come profondamente vero. Sono in realtà stanze della mente, in cui esperienze e visioni si intersecano producendo in chi legge sensazioni raramente esperite in narrativa, bensì più frequenti in poesia, per il trovarsi, leggendo, immersi in un mondo altro, fuori dal tempo, dove scorre solo il libero pensiero.

Le fasi (o racconti, o paragrafi, o fasi) che si succedono presentano profili di donna, tra cui colpisce la figura di Anastasia, la folle parente dei Romanoff internata in un manicomio, che vive un lungo assurdo incubo. Ed è qui che la narrazione assume un andamento dal sapore autoanalitico, rivelando quell’ ”inadeguatezza del vivere” già evocata nella prima parte del libro, che è propria di ciascuno di noi oggi, soprattutto donne, in cui è facile riconoscersi. Esemplare infatti è l’immedesimazione nella figura di Venere, quel vedere la colpa del malessere nella propria bellezza fisica e potenza seduttiva, ma pure provare la felicità di vedersi compresa e amata da un Freud sapiente e rasserenante (ideale altra metà del cielo!).

E di grande impatto è il brano de Il femminismo chimico, in cui si fa un’analisi spietata del dominio ormonale che nella vita di una donna da sempre contrasta il cammino di emancipazione.

Con sapientissima capacità affabulatoria l’autrice crea note suggestive tra dimensione storica, attuale, e pure mitica e perfino esoterica, operando una sua acutissima analisi dei sentimenti. Leggiamo Il fazzoletto di stoffa, emblematico di questa analisi squisitamente femminile, che dà il titolo al libro. In tre cruciali pagine vi è la rivelazione di ciò che una donna deve saper cercare nell’uomo per poter riconoscere la verità di un incontro autentico, per lei giusto.

E si attraversano anche le stanze della malattia, in cui ancora una ferma lucidità, unita ad una sottile ironia, analizza profili umani, dinamiche e atmosfere che scorrono nella routine di un’ospedale.

Così, in questo racconto solo apparentemente spezzato, sembra di assistere al dipanarsi rivelatorio di fasi chiarificatrici, per una insopprimibile richiesta intima di ordine e pacificazione.

Come non alzarsi in piedi, infine -metaforicamente- e restare in silenzio di fronte all’ultima vicenda inscenata, che da un tribunale del dopo conflitto serbo-croato si proietta come esempio tragico della deriva dell’umanità oggi interamente coinvolta, dovunque. Dovunque accadono ingiustizie, dovunque resiste la cecità dell’odio e della sopraffazione, ma dovunque, ancora, sopravvive la potenza estrema dell’amore.

Tutto il libro dunque si rivela uno specchiarsi nella complessità vorticosa della vita, e un invito ad accogliere con sapiente leggerezza l’esistenza, facendosi vigili custodi di se stessi, conservando integrità e autenticità lungo il viaggio così vario e insieme così effimero del vivere.

Annamaria Ferramosca

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