Su Culturamente il mio primo articolo dell’anno “Londra: la forza lavoro è donna e indossa l’hijab”

http://www.culturamente.it/societa/donne-hijab-londra-femminicidio/

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A Londra thijab rionfa il hijab in tutte le sue versioni. Mentre in Italia ci affanniamo con i soliti sofismi sull’intimità delle culture altrui, sulla realtà celata dietro all’immagine, qui crolla miseramente ogni posizione ideologica.

La verità è che la forza lavoro circolante nella City è donna e veste in hijab.

I soliti polemici parleranno di sottomissione chic, come lessi tempo fa su un editoriale de Il Foglio, ma il pragmatismo dei londinesi non concede spazio alle speculazioni sociologiche e mediatiche dei nostri esperti. Tanto più che proprio enfatizzando determinati comportamenti sociali si indirizza il pensiero delle masse e questo mi rende diffidente verso i detrattori del “burkini“.

La verità è che mi sono sentita a mio agio a farmi consigliare il colore del rossetto da questa ragazza da non subire nessun impatto emotivo.

Le donne in questione, in maggioranza giovani, svolgono tutti gli impieghi comuni che muovono l’economia e i servizi di una città immensa e cosmopolita come questa. Un esercito di cameriere, impiegate, commesse di grandi magazzini, giornaliste abbigliate in tutte le versioni del velo islamico nelle sue diverse tipologie e impreziosito in alcuni casi da vere fashioniste.hijab

Eppure il british style rimane inossidabile nella sua particolarissima atmosfera natalizia, fiero di resistere nei secoli e per nulla intimorito dall’umanità circostante.

Attentissime ai particolari scoperti del viso le nostre “hijabiste” fanno uso del maquillage più alla moda: un sapiente contourig del viso, ciglia finte, smoky eyes, un trucco sofisticatissimo che rivela una femminilità intensa e definita. Si relazionano con competenza, affabilità, naturalezza.

Trattiamo sul prezzo, chiedo consiglio sulle taglie. Nella grande catena di abbigliamento Primark sono l’ottanta per cento delle lavoranti e tutte al di sotto dei 30 anni.

Sinceramente, penso alla nostra Italia dal grande cuore che fa di tutto un grande plastico da portare in televisione, sviscera situazioni e organizza crociate ma non consentirebbe mai una donna in hihijab jab di partecipare alla vita economica del paese.

Si solleverebbero dibattiti lunghissimo su crocifissi nelle scuole e presepi e sul pericolo del ritorno del felice Saladino, su quello che avviene nelle loro case, sull’interpretazione ortodossa o liberale del Corano e sull’Iran, sulla democrazia oscurata dagli ayatollah.

Penso in un attimo che la civilissima Europa ha un tasso di femminicidi vergognosamente elevato e che addirittura i Paesi come Danimarca e Norvegia hanno una percentuale di omicidi nei confronti delle donne più alto che in Italia.

E allora l’aiuto concreto alle donne, qualsiasi sia il loro retaggio, va dato coinvolgendole nella vita sociale, senza limitazioni aprioristiche, in modo che possano sviluppare gli strumenti per operare con una coscienza autonoma ed essere libere dal bisogno. Per me la libertà è quella che appare agli occhi con naturalezza, senza celata presunzione di innocenza o colpevolezza: rischierei la paralisi del pensiero.

Antonella Rizzo

Il “Notturno bizantino” di De Pascalis Su CulturaMente

http://www.culturamente.it/2016/09/notturno-bizantino-la-fine-di-un-impero-luigi-de-pascalis-la-lepre-edizioni.html

Libro : Notturno Bizantino di Luigi De Pascalis

Il suo ultimo romanzo Notturno bizantino.La lunga fine di un impero, candidato al Premio Strega 2016, segue di un anno l’ultima pubblicazione per la stessa casa editrice che si contraddistingue per le sue scelte editoriali di grande spessore letterario. Dal tragico epilogo di un impero, narrato nei modi del grande storico, si sviluppa un disegno concentrico di riflessioni, principi filosofici, estetici, di vita assimilabili all’opera portante di una corrente mistica, tanto il carattere universale e al contempo iniziatico del romanzo è sottilmente palesato. La considerazione inizialmente più evidente è legata al lavoro certosino dell’autore nel reperire fonti testimonianze utili alla ricostruzione minuziosa di quei tragici ricorsi storici, cari persino allo scenario della situazione geopolitica odierna. Ma nell’eterno scontro di culture, in quei frammenti di Pangea che affermando la loro identità vengono irrigati da lacrime e sangue, accade di ritrovare la verità filosofica di un essere umano ancora in preda agli esperimenti alchemici tesi a raggiungere l’armonia universale, lontana dall’Essere ma centrata ancora sull’Avere.
Il costrutto storico fornisce in questo caso il pretesto intellettuale di affermare attraverso una letteratura aulica le Verità celate nell’espressione ferina dei sentimenti ridotti all’osso, spogliati dal conformismo della quiete e della pace. Le chiavi di lettura a questo punto sono molte, a diversi livelli, e si propongono al lettore in base al suo stadio di coscienza: possono sedimentarsi a livello materialista-sociologico o favorire l’illuminazione finale in un contesto di pensiero antroposofico moderno. De Pascalis ha una grande abilità nel muoversi dialetticamente in questo dualismo e usa un virtuosismo letterario di classe per rispondere ai quesiti più immanenti della storicità come potrebbe essere la composizione di una polvere da sparo e adottando invece un atteggiamento ermetico, cabalista, aristocratico quando a parlare è la dimensione spirituale dei sentimenti e dell’agire umano. Lucas Pascali, protagonista del romanzo, attraversa l’inferno di una esistenza tormentata tra le rovine del grande impero bizantino, compiendo un viaggio iniziatico di una durezza incredibile e attraversando un mondo smantellato dalla logica, dove la pietas si compie nel ricordo doloroso e impossibile di ciò che non può essere vissuto, a causa dell’economia della Storia e della contingenza umana.
Di contro, se la Rivelazione è figlia della conoscenza deve essere presente nel corpo incorruttibile dell’Idea; c’è nel sincretismo pagano della Fratria e nel suo carattere neoplatonico la risposta all’agonia dei corpi mortali, una dichiarazione di intenti chiara del percorso umano e spirituale di Lucas. Egli attraversa la carnalità con l’atteggiamento del mistico e non del corruttore percorre la sua strada abbracciando l’ascetismo melanconico del non-sentimento di Teodora, figura chiave delle narrazione. Una donna che sublima l’amore nella ricerca della vera Scienza e ripercorre nell’anima fatta a pezzi il supplizio della stessa Ipazia, martirizzandosi però per sua stessa mano nell’atto disperato di evitare la schiavitù morale al figlio Ieroteo. E’ con il racconto delirante degli ultimi attimi della sua vita senziente che la figura ultraterrena di questa donna, ormai spettro della sua coscienza, regala alla narrazione il culmine del climax e la nuda sacralità del miracolo letterario dopo la meticolosa descrizione degli avvenimenti storici.
Ci si trova di fronte a un’opera di grandi proporzioni che nei momenti salienti sa ridurre al principio primo e generatore i grandi temi dell’esistenza umana.
Antonella Rizzo

Su Giroma la mia recensione a “Miles.Poesie in presa diretta”

http://www.giroma.it/index.php/2012-04-06-21-41-13/libri/5379-giromalibri-miles-poesie-in-presa-diretta.html

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L’opera di Claudio Marrucci “Miles. Poesie in presa diretta” per Fusibilia libri è un necessario maremoto creativo nel panorama della poesia contemporanea.Esiste fortunatamente una zona franca dell’arte dove il meticciato culturale rappresenta la regola, un luogo ideale di sperimentazione dove vengono a mancare le barriere dogmatiche tra espressività e tecnica. Il libro è scaturito dalla partecipazione dell’autore al Festival di Performazione Nostos organizzato dall’artista-attore-performer Antonio Bilo Canella ed è arricchito dalla prefazione di Alberto Toni, poeta contemporaneo e dalla postfazione di Maria Borgese, danzatrice e performer.

La vocazione performativa di Claudio Marrucci mi ricorda il lavoro di Peter Larsen, un biologo ricercatore che, esaminando le variazioni di alcune popolazioni di microrganismi viventi nelle acque della Manica, scoprì che erano dotate di una certa armonia; invece di quantificare tali cambiamenti sui grafici convertì in musica i dati e, ispirandosi alle improvvisazioni bebop, produsse alcuni brani jazz. Intuizioni comuni anche agli artisti visivi: al Mart di Rovereto nel 2008 fu allestita la mostra “Il secolo del jazz, da Picasso a Basquiat”. Si trattava di un tema nuovo per la museografia italiana e di grande interesse culturale che riguardava la relazione tra arte e musica. Celebre esempio è il quadro di Piet Mondrian “Brodway Boogie Woogie”, una trasposizione figurativa di musica e danza che ha lo scopo di riprodurre il frenetico ritmo del Boogie-Woogie suggerendo un effetto di vitalità della Broadway durante gli anni 40.  Marrucci, poeta sensibile e intellettualmente agile da sempre, ha colto l’essenza vera della performazione e ha composto questi testi sulla base di questo principio di corpo mistico qual è l’azione creativa autentica: un organismo vivente, sessuato, pensante che attraverso la registrazione emotiva dei flussi emozionali crea infinite propaggini espressive, coreografie vive di microbi, note o parole. L’esperimento letterario di Marrucci va a colmare quel grave ripiegamento autoreferenziale della poesia contemporanea attraverso questa operazione di purificazione ideologica, di autenticità del gesto e dell’ascolto.

La mia parola ti invoca e dalla profondità dello spirito / costruisce un castello dorato che domina boschi, armenti e campi arati / per favore, non trasformiamolo, in una prigione di marmo.

E’ una produzione lirica spogliata dall’artificio strumentale dell’uso del linguaggio e dall’affabulazione compiacente. Come nella scrittura dei testi musicali l’attenzione alla sonorità della parola-verso gioca un ruolo fondamentale e si rivela nella semplicità del giro armonico delle parole che segue la filosofia del jazz modale di Miles Davis, nello stesso tentativo di liberarsi dalle gabbie degli accordi lasciando lo spazio massimo all’improvvisazione. Atto artistico da cui scaturiscono infinite suggestioni che, partendo dalla purezza di ogni parola-accordo, centro tonale della composizione letteraria e musicale, creano quella malinconia intensa presente nella poetica di Marrucci così come nelle composizioni di Davis. La locuzione “presa diretta” è sicuramente la modalità migliore per esprimere quello che si manifesta come un vero atto di forza pacifico, un sollevamento eretico dalle costrizioni formali e accademiche di ogni scuola poiché testimonia la volontà ferrea di aderire alla dichiarazione d’intesa tra le emozioni di qualsiasi natura, da qualunque istanza esse provengano. Non si creda operazione semplice, questa, o ispirata da un riduzionismo ingenuo; è piuttosto un meccanismo di condensazione della parola finalmente feconda, di maturità poetica e di autonomia di pensiero.

La libertà è un esercizio vincente.

Antonella Rizzo

 

Su Culturamente la soprano Chiara Taigi di Antonella Rizzo

http://www.culturamente.it/2016/07/chiara-taigi-soprano-premio-troisi-alla-carriera.html?spref=fb

Chiara Taigi è un nome di spicco della lirica internazionale. Ci si rende conto della sua eccezionalità assistendo alle magnifiche esibizioni e ammirando i fotogrammi che ritraggono uno sguardo che si allunga otticamente oltre il confine dell’orizzonte percepito, a cercare nell’anima.

E’ ingenuo credere che un’artista sia un magnifico involucro tecnicamente perfetto che contiene una prosaicità lontana dalle scene. Lei stessa è la Bellezza che incarna, l’irraggiungibile Chimera, il mito, l’umanità dolente. Chiara, per citare il suo amato Pirandello e gli infiniti ruoli che la vita ci sollecita ad impersonare, è il solleone d’agosto e la melanconia delle notti lunari; impersona perfettamente il mito, l’archetipo del femminile che si personifica in Ecate e in Emera, dee rispettivamente della notte e del giorno, potenti entità che regolano le burrasche della vita e che coesistono in antitetica armonia. Questa riflessione vuole tratteggiare la mia percezione di questo grande talento lirico italiano, l’aspetto tangibile di una personalità fuori dal comune che, come tutti i grandi artisti, si fa carico delle umane emozioni catalizzandole e veicolandole attraverso un ruolo “medianico”, nel senso spiritualistico del termine.

La Taigi possiede un’eleganza innata e una prossemica naturale che accoglie con naturalezza lo spettatore spaesato e il melomane più esigente, cosciente della missione che una grandissima interprete come lei deve portare a termine alla fine di ogni esibizione. E’ così che i più grandi teatri del mondo l’hanno fortemente voluta, come dal prestigiosissimo curriculum di cui riporto un breve estratto.

Nel corso della sua prestigiosa carriera internazionale, la famosa soprano romana si presenta con il vasto bagaglio della sua intensa frequentazione esecutiva, operistica e concertistica, nei più importanti teatri europei e americani sotto la direzione di famosi direttori (tra cui Abbado, Muti, Tate, Chailly, Pappano, Scimone, Pidò, Gardiner, Queler, Metha, Gergiev, Temirkanov) e a fianco di grandi colleghi cantanti.

Il suo curriculum annovera sia un repertorio di rara esecuzione come L’amor rende sagace di Cimarosa, La marescialla d’Ancre di Nini, The turn of the screwe di Britten, Il convitato di pietra di Tritto, Il domino nero di Rossi, Penthesilea di Schoeke, Il concilio dei pianeti di Albinoni, Benvenuto Cellini di Berlioz, Il Corsaro e La battaglia di Legnano di Verdi,L’Africana di Meyerbeer (alla Carnegie Hall di New York), Le Villi di Puccini, Cyrano di Tutino, Lo stesso mare di Vacchi sia opere più popolari e suoi vividi cavalli di battaglia quali Bohème, Turandot (Liù), Tosca, Andrea Chénier, Nabucco, I due Foscari, Simon Boccanegra, Ballo in maschera, Aida, Otello, Medea, Tabarro, Suor Angelica, Cavalleria rusticana, Pagliacci.

Possiede una particolare predilezione inoltre per il repertorio d’impronta specificatamente religiosa che ben si accorda con la sua sensibilità in cui spiccano, tra le tante composizioni, il Requiem K.626 di Mozart e la Messa da Requiem di Verdi (cantati entrambi, tra l’altro, più volte a San Pietroburgo con la direzione di Gergiev) e in altre città russe dove si è esibita anche in Simon Boccanegra (diretta da Metha) e Aida. Ad Assisi ha cantato nella Basilica superiore di San Francesco in occasione delle manifestazioni per la visita di Papa Francesco del 2014 e a Bilbao quale Leonora ne La forza del destino. Tra altre importanti performances del 2014 l’edizione di Manon Lescaut nella produzione della Welsh National Opera diretta da Jan Latham Koenig per la regia di Mariusz Trelinski in tour in diverse città inglesi. Nel 2015 ha svolto una tournée di concerti e master class in Cina e ha partecipato ad un Gala al Bolshoi di Mosca, dove poi è nuovamente tornata per un ulteriore Requiem di Verdi, preceduto nell’estate dal debutto in Norma al Festival del Mediterraneo al Teatro greco di Siracusa, seguita da Don Giovanni (Donna Anna) al Festival di Taormina; in agosto ha cantato un concerto a Parigi con un gruppo cameristico dei Wiener Philharmoniker. Recentemente ha tenuto una masterclass di canto a Madrid invitata dalla Casa de Cantabria. I prossimi appuntamenti la vedranno in Russia per Tosca e Aida, a San Pietroburgo per il Concerto di Capodanno e in Macbeth al Colòn di Buenos Aires. E’ attivissima nella prosecuzione del Progetto “Quando il Canto è Pace” in tutte le Cattedrali del Mondo tra cui la La Sagrada Familia di Barcellona con Musiche di Mozart ed Haydn. Nei prossimi giorni riceverà il Premio Troisi 2016 alla carriera ed è proprio per celebrare il suo ennesimo riconoscimento che abbiamo voluto dedicarle questo spazio sul nostro sito.

 

D: Gentilissima Chiara, il mio approccio alla sua arte è dettato da un approccio emozionale piuttosto che da una disamina tecnica, spettante propriamente agli esperti del settore che l’hanno definita una delle migliori voci sopranili al mondo. Credo però che la straordinarietà di un’artista come lei consista nel suscitare emozioni così forti e a colorare le sue straordinarie capacità vocali con una grande capacità empatica. E’ d’accordo?

R. Io interpreto e lo faccio col cuore. Di lì a d essere la migliore, non saprei dirle sicuramente. Lo ripeto, in tutto quello che faccio ci metto la passione più profonda, la verità ed è solo questo che, forse, ha creato una differenza.

D: Il suo repertorio vanta delle interpretazioni particolari, direi di nicchia. Crede che il futuro dell’opera lirica sia destinato a consolidare una tradizione elitaria o a contaminarsi, come in qualche caso accade?

R. La lirica è stata dall’avvento del cinema contaminata ed il pubblico è vasto, si divide tra prosa, cinema e musica lirica. Siamo tutti elitari in un certo senso: esistono cinema d’essai, chi fa solo la tragedia greca e chi fa solo il barocco. Sarà bello avere gli stessi virus che portano ad un unico denominatore: l’Arte.

D. E’ stata definita dalla stampa russa la regina della lirica, emozionante immaginarla con le sue interpretazioni straordinarie e cariche di pathos nei Palazzi imperiali di San Pietroburgo… la sua arte la porta a conseguire naturalmente un atteggiamento cosmopolita. Quali sono le pietre miliari della sua vita che la tengono ancorata alla quotidianità e le garantiscono un equilibrio, così difficile da mantenere per chiunque?

R. Le risponderò con un insegnamento dei marzialisti e, precisamente, del maestro Lee. “L’equilibrio te lo dona il sapersi adattare ed avere una mente curiosa”. Ecco tutto. Non esistono riti o feticci amuleti o dipendenze dai maestri che aiutano nella quotidianità. Se qualcuno ci abbandona a metà di un cammino, si vede che eravamo pronti a proseguire da soli. L’equilibrio quotidiano è sapersi adattare. Per quanto riguarda il mio rapporto col pubblico russo, è consolidato quasi da dieci anni e mi sente vicina al suo cuore, perché io lo sono. Pensate, ho portato Aida in Udmurtia e c’era gioia nel sentire una voce differente, una linea di canto che si differenziava nel cantabile dove c’erano delle dinamiche. Ecco: scambio di cultura e cuore. Loro hanno dato molto a me ed io ho lasciato tutta la mia energia. 

D. La tenacia e il sacrificio sono gli strumenti che hanno permesso al talento innato di raggiungere una maturità vocale e artistica come la sua, fino ad essere definita la nuova Callas nella sua interpretazione di Medea. Quali sono stati i maestri che hanno ispirato il suo percorso musicale?

R. Volevo dire che prima di me molte altre artiste, dopo la Callas che considero l’unica Medea al mondo, sono state brave ad interpretare questo ruolo scritto tutto sul passaggio di registro con note acute ed estreme nell’ottava bassa. Forse, essendo una dolce conoscenza di Renata Tebaldi che io considero davvero più di una maestra, non è passato inosservato che io potessi affrontare un ruolo così dissimile dalle tante mie Desdemona ed altri ruoli molto angelici. La Callas nuova e vecchia è sempre la stessa, viene dalla Grecia, ha gli occhi neri ardenti, ed io sono romana con gli occhi verdi speranza.

D. Chiara, la sua umiltà la rende ancora più grande. Tra qualche giorno riceverà il Premio Troisi 2016 e tutti noi siamo orgogliosi di annoverarla tra le nostre eccellenze. C’è bisogno in questo momento storico del potere taumaturgico dell’arte, siamo contenti di averla con noi e le auguriamo dei traguardi sempre più prestigiosi.

R. Ringrazio sentitamente questo premio che segue al prestigiosissimo“Lorenzo il Magnifico” consegnatomi nel mese di giugno a Firenze. La sinergia che si è creata con l’assessore alla cultura di Messina Dott.ssa Daniela Ursino, durante un concerto dedicato ai beni culturali, mi hanno permesso di incontrare il Dott. Massimiliano Cavalieri che ha voluto insignirmi di questo premio che mi rende felice.

Antonella Rizzo

Su CulturaMente il mio articolo su Chiara Chialli

http://www.culturamente.it/2016/07/chiara-chialli-mezzosoprano.html

Quando si parla di arte declinata al femminile, penso subito alla grandezza della musica lirica.

Uno spazio senza confine per il talento delle donne, costellato da personalità decise e carismatiche. Tra le più grandi interpreti italiane di musica lirica sono particolarmente affascinata dalla mezzosoprano Chiara Chialli. Un curriculum, il suo, che intimorisce e affascina. Un’artista dalla grandissima carica vitale che incatena all’ascolto e non secondariamente alla visione di un’arte che usa il corpo nella sua interezza, dagli organi fonatori alla postura del corpo che si muove seguendo un percorso dominato da una poliedrica forza vitale. Forza che si esprime nel variegato mondo delle espressioni umane: da quelle raffinatamente ascetiche come nella sua interpretazione di Fenena nel Nabucco o di Adalgisa nella Norma, all’aspetto inferico e sanguigno della Maddalena nel Rigoletto, nella Medium di Menotti e nella Carmen di Bizet fino alle espressioni più comiche e sarcastiche come nella recente Matilde di Shabran di Rossini, incisa per la casa discografica Decca e affiancata dalla regia di Mario Martone.

Chiara Chialli nasce a Sansepolcro (AR). Si avvicina alla musica all’età di 7 anni con lo studio del pianoforte e poi composizione con il prof. F. Sulpizi, presso il Conservatorio F. Morlacchi di Perugia. Ivi si diploma in canto nel 1996 con 10 e lode, nella classe della prof.ssa Anne E. Santucci. Si perfeziona nel canto e nella recitazione con Claudio Desideri, Mirella Freni, Carlo Bergonzi, Leyla Gencer, Renata Scotto, Ferruccio Soleri (l’Arlecchino di Strehler). Trionfa nel 1997, quale unica donna vincitrice, nel Concorso Europeo As.Li.Co. presso il Teatro Alla Scala di Milano, teatro che la rivedrà protagonista applauditissima del Moise et Pharaon di G. Rossini, scelta appositamente e diretta dal grande Riccardo Muti. Diversi i concerti quali rappresentante dell’Arena di Verona negli Stati Uniti, in Francia, Repubblica Ceca, Austria, Canada, Inghilterra e Israele. Si esibisce nei più importanti teatri: San Carlo di Napoli, Regio di Torino, Regio di Parma, Arena di Verona, La Scala di Milano, B.A.M di New York, Teatro Monumental di Madrid, Stadttheater di Berna, Teatro Guimerà di Santa Cruz di Tenerife e tanti altri, diretta dai più grandi Maestri come Riccardo Muti, Daniel Oren, Alberto Zedda, Donato Renzetti,Renèe Clemencic, Paul Dombrecht, Kery Lynn Wilson, e affiancata da registi quali Hugo de Ana, Luca Ronconi, Lamberto Puggelli, Mario Martone, Ariel Garcia-Valdès, David McVicar. Ha inciso per Radio Vaticana, RTVE spagnola, Radio France, TV sat 2000, Copenaghen Production e per le case discografiche Kho, Chandos, Kicco Classic, Dynamic, Decca. Tanti i premi alla carriera e i riconoscimenti, tra gli ultimi la benemerenza della sua città natale.
La Chialli, che ha anche una spiccata vocazione pedagogica, insegna al Conservatorio Nicola Sala di Benevento. Tiene Seminari sulla tecnica vocale presso il Corso di Laurea in Logopedia di Faenza (Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Bologna) diretto dal prof. Franco Fussi, e scrive articoli sull’insegnamento del canto e i suoi stili per lacollana La Voce del Cantante, a cura del prof. F. Fussi, edizioni Omega. E’ docente di canto presso il Conservatorio Nicola Sala di Benevento e presso l’Accademia Musicale di Tarquinia. La sua voce di mezzosoprano belcantista, dotata di una pastosità unica e di una lunghissima estensione, è omogenea e uniforme e capace di virare da toni profondi e drammatici del contralto come nei ruoli maschili en travesti del repertorio barocco a quelli del repertorio classicista e belcantista, che vanno a sconfinare nella tessitura sopranile della Donna Elvira nel Don Giovanni di Mozart, la Sinaide nel Moise et Pharaon di Rossini e concepiti per soprano drammatico di agilità o mezzosoprano dal timbro scuro ma pastoso, acuto e agile, peculiarità per la quale la Chialli fu scelta nel prestigioso debutto presso il Teatro alla Scala di Milano. Tutto questo è coltivato dal grande studio e dalla determinazione che Chiara mette ogni giorno al servizio del talento che ha ricevuto, e verso il quale si dedica con molta umiltà. La cosa che più le importa, come lei stessa dice, è poter essere strumento capace di trasfigurare l’agogica del pezzo e le sfumature del personaggio dal punto di vista musicale e scenico. Si rivolge al suo pubblico con la malizia intelligente di un talento vocale sostenuto anche da una grande presenza scenica. Chiara catalizza la nostra ammirazione perché grandissima artista e donna fiera e risoluta. Da un anno è madre del piccolo Roberto, che calca con lei palchi e aule di Conservatorio, beneficiando di quell’energia speciale che regala la femminilità consapevole. E alla stessa energia che attingono i suoi allievi che hanno già conseguito successi internazionali, consolidando la fama dell’artista.
Nel nostro gineceo di donne d’arte, la Chialli siede tra i posti d’onore.
Antonella Rizzo