Lettera di Ipazia a Teone

8 marzo 415: la filosofa e scienziata greca Ipazia viene massacrata dai cristiani Parabolani, accoliti del vescovo Cirillo, che ora la santa (si fa per dire) madre chiesa annovera tra i suoi dottori. Ipazia, simbolo del martirio per il libero pensiero. Antonella A. Rizzo le ha ridato voce in un’immaginaria lettera, uno struggente testamento emotivo al padre Teone. Micaela Latini ha scritto l’introduzione, Tonia Losco ha firmato l’appendice e Dona Amati sta per pubblicarla. La plaquette sarà in tiratura limitata. Prenotatela su fusibilia@gmail.com

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Lettera immaginaria di Ipazia a Teone

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Ipazia d’Alessandria nacque nel 350 d.C. e morì nel 415 d.C. Filosofa neoplatonica, matematica, astronoma, scienziata di grande ingegno diresse il Museion, la più famosa Accademia dell’antichità. Fu martirizzata e uccisa dai monaci parabolani al servizio del vescovo Cirillo, divenuta figura scomoda per il nuovo potere religioso.

Padre,

i miei pensieri attraversano le colonne del tempio di Serapide per giungere a te.

Seppur confusi, stipati come gli adorati volumi, in continua ribellione, io li governo tutti. Sono i solchi del tuo viso la spinta alla mia conoscenza e la sorgente madre dove abbevero la mia inquietudine. Siamo materia viva, fatti di involuzioni ed evoluzioni e i pensieri sono ciò che plasma il nostro destino, destinandoci alla vita o alla sopravvivenza. I miei sono di una sostanza incandescente poichè non riuscirò mai a placare il loro moto, forse  fuoco vivo nel deserto, ma sono certa che sono architrave e timpano della nostra volontà, così fragile ed effimera.

Credo che il mio tramonto avverrà con le sembianze di uno spicchio di luna intriso di sangue. Che le mie parole non siano veleno per il tuo male, Padre, perché ciò che abbiamo edificato a sostegno della libertà non potrà difendersi dai tempi. Ma saprò sacrificare la mia vita, se necessario, per la verità e la mia scienza. Ho dovuto superare la tormenta dell’invidia, morbo mortale, muro invalicabile che gli uomini di potere hanno eretto per proteggersi da una donna sola con un vecchio padre, rea di conoscere la matematica e la filosofia.

Vedi, Padre, ho scelto la solitudine e l’infertilità per essere madre di tutti e figlia del dubbio che mi tormenta.

Io ho scelto. I miei figli, i miei discepoli mi nutrono con le loro attenzioni, le domande che aspettano bramose un cenno di risposta, l’opposizione alla scoperta che genera altre verità, sono questi i doni continui che mi vengono serviti come offerte agli Dei.

Oggi ti ringrazio ancora una volta di avermi spalancato le porte del cielo perché la tua saggezza non andasse dispersa e di avermi concepito Donna, come Aspasia di Mileto e Diotima di Mantinea. Null’altro potrei volere se non averti a lungo nella mia vita in questo squarcio di notte, mai asservita alla pratica del sonno ma alla contemplazione degli Astri e all’esercizio del pensiero. Quando tace il giorno ciarliero e produttivo qui, nel nostro tempio di antichi papiri di cui siamo indegni custodi, si apre una voragine nella volta celeste.

Ha il colore delle piume dei pavoni e mozza il fiato, Padre, quando lo fisso.

Il tempo diventa luce e la mente è libera dal giogo degli affanni, dalla fatica della pietà giusta verso i buoni servi che rimettono a noi i loro guai. Mi perdo e tutto mi appare comprensibile e umano, ciò che è scritto e ciò che dobbiamo ancora scoprire. La beatitudine del sapere è la vera gioia e l’unica ragione di vita.

Mio grande Teone e padre adorato, grazie alla tua immensa saggezza gli insegnamenti di Platone e di Plotino hanno attraversato il mare burrascoso della storia e tu non hai mortificato la mia natura femminile per rendermi erede dei tuoi saperi. Hai compreso la mia fedeltà alla grande anima dello spirito ellenico di cui i semi sono germogliati nel mio essere, la mia incorruttibile speranza in un mondo governato da filosofi giusti, la mia generosità. E’ immenso il tuo dono e lo amministrerò con tutta la cura possibile. E continuerò ad aprire la nostra casa a tutti coloro vorrano unirsi al nostro cerchio ad apprendere la sacralità della matematica e dell’astronomia.

Padre, io non vedo Ebrei, Cristiani, Pagani ma solo uomini. Il mondo argina a fatica la materia malvagia che sta emergendo ma farò in modo che la nostra casa sia il fulcro della libertà dove verrà avversata ogni forma di crudeltà e di prevaricazione.

Tu ricordi Sinesio, uno dei miei più cari discepoli: egli è cristiano ora, ma sempre a me devoto. Le nostre anime sono in completa comunione, ed egli si rivolge a me grato della luce che porta nel cuore, della sapienza che non conosce religione, o razza alcuna e si fa condurre nella nostra casa ogni volta che le decisioni più gravi lo assillano e lo tormentano. Questo è ciò che ho appreso dal tuo esempio.

So che non temi la morte ma la mia incolumità. Ma io sono qui, a seguire le traiettorie della volta celeste che è infinitamente più grande di ogni paura e a fissarne i meccanismi con foga, senza badare ai bisogni del corpo. Le sue leggi ci mettono in comunicazione con l’immensità del mondo conosciuto e sconfiggono la nostra dipendenza dai manipolatori, dalle religioni che predicano pace e praticano vendetta. Tu mi hai insegnato che la geometria è l’anima delle cose, della giustizia e della bellezza e io ammiro l’opera di Dinocrate ergersi in tutta la sua magnificenza e splendore nella luce incerta del mattino che pone fine al mio peregrinare, e so che la divinità è nell’uomo stesso e nelle sue azioni complesse.

Quello che tu temi, e io più di te, è quell’uragano di forza incontrollata che sta attraversando il nostro tempo. Ciò che avevamo realizzato, un cenacolo di menti votate alla scoperta del cosmo intero e delle leggi che ne regolano i processi, è minacciato dalla furia cieca dei tori nel recinto.

Ebbene, ci sono bestie di tutte le razze nei fossati e ognuna vorrebbe cospargere di sangue il passato che lo ha umiliato. Le loro divinità sono il pretesto per esercitare la tirannia e la bramosia di potere ne è la vera motivazione. Costoro armano eserciti di affamati di cibo e speranza per difendere i loro interessi e mirano alla distruzione del nostro sapere, il nemico più temibile delle loro coscienze.

Ma io, Padre, esco dal nostro tempio e mi rallegro quando sento tirarmi le vesti, chi per un quesito, chi per ringraziarmi dei gratuiti insegnamenti, altri ancora dicono di scorgere un lume di speranza nei miei occhi. Essi si nutrono del fatto che in me non risiede la mendacia e l’inganno, poiché anche coloro che predicavano la liberazione dalle catene ne stanno forgiando delle altre, lavorando alacremente alle incudini .

Alessandria vedrà legionari distruggere le sue mura e i suoi papiri. Per distruggere un uomo occorre distruggere la sua storia, e la libertà capitolerà insieme a tutte le teste mozzate.

Ma io, Ipazia di Alessandria, figlia di Teone, temo solo le tenebre dell’anima e non la fine della mia esistenza.

Scritto da Antonella Rizzo 

La profumeria

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So di essere estremamente vintage ma se c’è una cosa che mi manca da morire durante i rari momenti di shopping è la vecchia profumeria. Vecchia, dico vecchia perchè quelle moderne sono tecnologiche, zeppe di specchi, con angoli futuristici dedicati al make up tanto da sembrare cabine di simulazione di volo. Scaffali ordinati in ordine alfabetico, scatole di strisce depilatorie e assorbenti per signora vicino ai sali da bagno e ai piegaciglia. La morte della femminilità. Per me la profumeria era il lettino dello psicanalista, un luogo magico, piccolo, con una signora di mezza età sorridente e profumata che mi mostrava orgogliosa l’ultimo ritrovato in fatto di contorno occhi. Seduta in una poltroncina rivestita di tessuto zebrato si alzava appena varcavo la soglia del mondo magico e si apprestava a condividere, come in un circolo iniziatico, i rituali segreti pronunciando parole incomprensibili come “aldeidato”, “legno del Madagascar”, “rosa tea” mentre mi mostrava i preziosi flaconi retrò che contenevano le preziose essenze. E siccome l’olfatto è il primo senso con cui mi contamino con la realtà avvicinarmi a quei paradisi liquidi significava dimenticarmi dei debiti, delle scadenze, degli sgarbi ricevuti durante la giornata. La preziosa ampolla veniva esplorata dalle mani e poi dagli occhi per stabilire con esattezza il luogo di provenienza del sortilegio. Parigi, Londra, un’eccezione alla bottega di Frau Tonis a Berlino, la famosa profumeria della Dietrich ma niente di più. Il resto era volgare merce da bancarella per cani da tartufo. Poi l’attenzione cadeva su un teca di legno stile impero lunga e stretta che mostrava collane in pietre dure e meravigliosi orecchini cabochon e smalto come bottoni di una giubba napoleonica. La signora sorridendo mi porgeva uno specchio ovale con le mani da geisha, rosso lacca sulle unghie e la sterlina appesa ai cerchi del bracciale. Alzavamo nello stesso momento la testa e incrociavamo lo sguardo, compiaciute e complici.

A volte mi sento davvero vintage.

Scritto da Antonella Rizzo

“Venere e Freud” Sono bella ma non è colpa mia. L’inconvenienza dell’avvenenza

Ero e sono un caso clinico da manuale. Mi riferisco al male quotidiano e all’inadeguatezza di vivere che mi attanaglia. Non riesco a praticare una buona prassi di civismo e di legalità. Cerco di trasgredire nelle piccole cose secondo una scala di valori personale e primitiva scivolando nella fragilità più totale al cospetto della violenza gratuita verso esseri umani e animali.

A volte credo sia il continuo tentativo, per quelli che hanno sempre fame e sete di attenzioni, di stupire e scioccare in modo bambinesco e innocuo. C’è un’autoassoluzione in questo, alla faccia dei miei simili. Qualche volta sale l’angoscia, un calderone amaro di sensi di colpa, smarrimento, incapacità di orientarsi nei troppi stimoli.

Non ho nessuna intenzione di ascoltare chi mi trasmette sicurezza in cambio di obbedienza, non voglio nutrire narcisistiche velleità di educatori che esaurito ogni potenziale erotico si sono dedicati all’insegnamento. Alla fine gli uomini mi hanno scaricata tutti quanti, cercavano un alter ego meno scomodo e più accomodante e le donne mi hanno evitato come la peste.

Eppure la mia bellezza ha sempre avuto un taglio discreto ed elegante pur mantenendo una capacità irrefrenabile di infiltrare qualsiasi tessuto biologico, realizzando mosaici di fibre e reti interminabili di trasmissioni neuronali da un corpo all’altro. Ma proprio perché così umani nelle manifestazioni emotive le Deità si accanivano nel flagellare la gratuità della bellezza e del fascino come un dono immeritato e di pessimo gusto. Fui causa di disputa e costretta a sposare Efesto e a nulla valsero i tentativi di cercare l’amore in ogni volto di forestiero, umiliata dalle parole crude delle femmine che mi accusavano di mercimonio sessuale.

Il dottor Freud era l’uomo migliore che io avessi mai conosciuto….un vero illuminato. Presi vita in un pomeriggio d’inverno durante il suo thè del sabato di fronte a un ovale di rara preziosità, dai lunghi capelli color dell’ebano.

Ebbene, il mio mondo pagano dell’infanzia riacquistò la dignità che aveva perduto: la natura, il corpo, la madre Terra, la mia stessa avvenenza non vennero più mortificati e miseramente distrutti dalle crociate cieche di coloro che uccisero il mio mondo, la mia storia e dominando i superstiti con la terribile arma del Senso di Colpa e del Castigo Eterno.

I suoi Rabbini lo misero al bando come un fomentatore e un distruttore della legge morale e minacciarono chiunque parlasse di lui e delle sue idiozie libertine. Discutevamo su questi fatti e mi confessava con il piglio di un monellaccio che, tutto sommato, ciò che contava veramente era vivere degnamente e con gioia senza preoccuparsi troppo.

Avevo accumulato talmente tanta, tanta rabbia per non aver avuto risposta ai miei desideri che di fronte alla scelta di ricevere i colpi a testa bassa senza neanche potermi difendere o esplodere in un tripudio di vitalità sensuale non ebbi un attimo di esitazione.

Ho scelto la mia colpa, che nella mia lingua forse deve voler significare “causa della mia esistenza”. E con essa quel bagaglio di stranezze, di ombre, di armonie che mi hanno sempre accompagnato e che un uomo, sospinto dalla sete di conoscenza saprà riconoscere in un volto magnifico, davanti al thè del sabato.

Scritto da Antonella Rizzo

“Sono bella ma non è colpa mia” L’inconvenienza dell’avvenenza

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Prossima uscita FusibiliaLibri, “Sono bella, ma non è colpa mia” a cura di Maria Carla Trapani. Immagine di copertina per gentile concessione dell’artista Stefania Sergi. Nel volume, 27 donne e 1 uomo si raccontano sul disagio della bellezza. Prenotabile su fusibilia@gmail.com
Dalla prefazione di Maria Carla Trapani:
“In una società in cui la rappresentazione della ‘carne’ domina l’immaginario, non desta certo stupore che attorno all’esibizione del
corpo femminile possano aggrovigliarsi i nodi irrisolti della questione di genere. A volte capita anche che questo corpo, per natura o per scelta, sembri corrispondere ai rigidi canoni di bellezza vigenti. Ecco, considerare invece che questa corrispondenza, apparentemente fortunata, possa essere percepita come un ostacolo alla propria realizzazione, ci può portare a un interessante spostamento del nostro punto di vista abituale. […] Nella raccolta il mio racconto “Venere e Freud”

Inconsapevolezza del genio.

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Anne Sexton trascorre un’infanzia con un padre alcolizzato e una madre che cerca di soffocare il suo istinto poetico. Grande genio letterario, affetta dal disturbo bipolare, trascorre la vita tra psicofarmaci, alcool e amanti. Ha un pessimo rapporto con le figlie e muore suicida. Il talento si dimostra inconsapevolmente nelle diverse sfaccettature che vanno dalla solitudine ascetica a percorsi esistenziali traviati dal vizio, passando per le sfumature intermedie.

Il fiore dell’arte nasce dalla terra spaccata dal travaglio. C’è chi la crede una professione.

Simone de Beauvoir, l’esistenzialista da “Lilith e il nuovo femminile: storie di donne dal passato”

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Amo Simone come nessun’altra al mondo. Mi dà forza pensare a un’astro pensante e imperfetto come lei, mi conforta l’idea che chiunque venga flagellato dalle frustrate del conformismo può rivolgere il pensiero a lei, come un pellegrino verso la Kaaba.

Simone, figlia di una borghesia benestante e colta lega il suo destino a uno dei più grandi pensatori della modernità, Jean Paul Sartre, senza però rivestire un ruolo gregario o di secondo piano anzi, per certi versi, addirittura più determinante di quello del grande filosofo. Creatrice del manifesto femminista “Il secondo sesso” , nulla ha da spartire con le donne che raccolgono la sua eredità in modo maldestro.

Simone è di una bellezza indiscutibile che oscura l’aspetto trasandato di Jean-Paul ma la sua anima, tra circonvoluzioni di passioni erotiche e mentali, rimane fedele a quella del suo compagno di viaggio in un continuo  sperimentare la vita nei suoi lati più segreti. Seduta al caffè, elegantissima nei suoi gioielli e nella sua acconciatura raccolta, siede complice accanto al suo divino mentore e al suo “mal de vivre”.