14 settembre 2017

La terribile pulsione che spinge all’omicidio di una donna è il risultato di un atteggiamento culturale nei confronti dei sentimenti. C’è un tale concentrato di ipocrisia quando si parla di amore che la raffigurazione ideologica che propiniamo con l’educazione diventa un mostro difficile da combattere. Fino a che il sentimento sarà appannaggio del cuore sarà difficile il controllo degli istinti: i giovani sono i più vulnerabili, immersi come sono nella passione magmatica dell‘adolescenza. Perché non educare all’uso della mente? Insegnare ad amare l’amore e non l’amato in modo totalizzante, relativizzando il sentimento? Perché tatuarsi il nome del compagno/a, invocare con prepotenza l’amore eterno, propagandare la gelosia come antidoto all’usura dei rapporti? Quale responsabilità abbiamo, come genitori, nei confronti della loro vita sentimentale? Bisogna chiederselo, e non spacciare fuffa.

4 settembre 2017

Ma dove è questa sostanza morale che si cerca nell’arte, in questi piccoli gruppuscoli che confabulano tra loro i piccoli desideri di epurazione? E che nascondono il loro livore con piccoli gesti assertivi che poi rinnegano poche ore dopo? Sono più conformisti e borghesi di quanto si sforzino di non apparire. Siete come le vecchie dame che fanno beneficenza e preparano veleni. Non conoscete la misericordia, l’arte dell’ascolto ma quello del sondaggio, del sapere per sapersi regolare. Siete arrivati ad apprezzare ciò che era innominabile, la brutta poesia, le persone mediocri, le strade più corte. Datevi pure contegno con l’indignazione per nascondere la fragilità, che invece vi renderebbe sicuramente più affascinanti e piacevoli. Libera!

C’è razza e razzìa

Quello che è accaduto alla mia amica Patrizia Prestipino mi rende cosciente del fatto che oggi avere un ruolo pubblico è un’impresa di grande coraggio, addirittura un segno di tendenza al masochismo. È veramente difficile reggere l’impatto della moltitudine degli occhi, delle parole, dei cervelli impegnati a sviscerare ogni tuo respiro e ad aspettare il pasto della carogna con pazienza instancabile. Patrizia ha pronunciato una parola politicamente scorretta, forse goffa per la circostanza, talmente lontana dalla sua educazione e dal suo background culturale che, francamente, solo uno sciocco potrebbe pensare a un lapsus freudiano. “Razza italiana”, un termine tradizionalmente associato ad ambiti zootecnici o di chiara matrice reazionaria.

Patrizia è una donna vivace, intelligente, intransigente nel suo impegno quotidiano, un’insegnante modello, una politica senza macchia. E fedele al suo credo, che piaccia o meno. Dico senza macchia perché sfido chiunque ad avere un curriculum immacolato come il suo, una storia di vita in mezzo alla gente. Patrizia è una di cultura, che non ha mai preteso sconti su niente; è la tipa che, dopo subissarmi di complimenti alla fine del mio spettacolo,  mi ha fatto notare una citazione errata sull’Eneide, frutto di distrazione. Me l’ha detto sorridendo, perché di una svista si trattava, e non capirlo sarebbe stato impossibile, in tutta sincerità. Una che non la manda a dire.

Cosa fare, adesso, se non consigliarle di non farci caso, di aspettare qualche giorno in attesa che la prossima vittima le rubi la scena mediatica e riempia le bocche avide di maldicenza. E come giustificare che proprio il Soviet ha analizzato i fatti e ha fornito la sua interpretazione incontrovertibile: di fascismo si tratta, e di propaganda reazionaria. Nessuna pietà per chi infrange il protocollo verbale. Ma la verità è lapalissiana e cavalcare lo tsunami delle cattiverie è così sfacciatamente volgare che, se fossi in loro, ci penserei mille volte prima di parlare.

Lasciali perdere, Patrizia. Sono abituati a fare razzia di tutto quello che sentono: è questione di razza.

30 aprile 2017

Quella che chiamano “informazione libera”, veicolata dai social nella maggior parte dei casi e che comprende in larga misura menzogne, notizie distorte, bufale, insinuazione di complotti costituisce l’altra faccia del potere (anche economico), un sottobosco pericoloso organizzato come una formazione paramilitare. Ho ridimensionato il mio giudizio su tante persone grazie alla visibilità e alla circolazione libera delle loro idee, francamente in imbarazzo per l’ortodossia dei loro editti. Detto questo, ho l’impressione che ci sia comunque molto pudore ad esprimere veramente quello che si pensa e, oggi come ieri, in politica ci si trincera sempre dietro al detto “Roma ladrona” piuttosto che ammettere un pensiero positivo o riconoscere con semplicità un’evidenza.

Credo che oggi questo sia stato ampiamente dimostrato anche se le polemiche non mancheranno, inevitabilmente.

Di Massimo…

Io di Massimo ricordo il modo gentile con cui cercava di non ferire la sensibilità di nessuno. La sua tempra forte di uomo venuto dalla terra, dolori come zolle da rimestare. Così in difetto con la sua sopraggiunta posizione di autorevolezza da dover scontare in ogni momento con atti garbati. Eravamo  contenti di incontrarci agli eventi di poesia per dissacrare bonariamente gli intellettuali ingessati e la politica mondiale giocando a fare i nostalgici del comunismo reale, tu,  vero ragazzone politicamente scorretto e generoso fino al midollo.
Sono felice di aver presentato il tuo libro La terra di tutti a Velletri insieme al caro amico comune Marco Onofrio e di aver ricevuto le tue belle parole alla mia presentazione solo un mese fa, da Lettere Caffè.  Era autentico il tuo entusiasmo verso l’arte degli altri e il tuo bisogno di essere in pace con tutti, tu che avevi perso il bene più prezioso e ti scandalizzavi di certe conseguenze del narcisismo umano.

Ci mancherai, sul serio stavolta.

​Una donna, un uomo, che si professano seguaci o semplici simpatizzanti di ideali elevati devono essere emancipati totalmente dalle dipendenze.  La dipendenza più grande è quella dalla propria soggettività: andare invece controcultura, se necessario, per affermare la giustizia. Poi viene quella legata al narcisismo che diventa il padrone e il modulatore dell’emotività nei rapporti con gli altri. Si può sopravvivere anche senza spargere l’ego come una pestilenza, credetemi.