Franca Palmieri legge “Plethora”

È un’ abbondante affluenza di sangue la definizione che più si addice alla raccolta poetica della Rizzo, poiché nel leggere i suoi versi in Plethora, si avverte qualcosa che ribolle nelle vene profonde dell’essere e cerca di fluire in canali ormai stretti per contenere l’enorme massa di espressioni che li pervade. È incontenibile tutto ciò che la scrittrice sente e che ha urgenza di svelare. La passione la nutre e la ispira. Nel mondo odierno è più facile assistere a una mancanza di emozioni, sentimenti, coraggio di parlare e di agire, piuttosto che a una così forte presenza di moti dell’anima ed è questo che sorprende a ogni lettura e rilettura delle sue poesie.

Istintivamente si potrebbe pensare che ogni eccesso sia negativo, ma non è così, in quanto la poeta osserva e descrive l’eccedenza con attenzione e acume, interrogandosi fuori e dentro di sé, provando a dare delle risposte. In tal modo suscita curiosità e stimoli di approfondimento. Quando si parla di sangue, naturalmente si parla del corpo in cui scorre, perché è il sangue che lo alimenta e lo ossigena e il corpo è preso in grande considerazione.

La poesia della Rizzo è ricca di effetti ritmici e musicali come in Ildegonda

Kikirikì këndoj gjeli/ pjetri bëri buk meli…

Cjè marjana doj një cik/ e barkan preu me at thikë…

Un istante al crepuscolo
e il tempo si vuota

tra le tenebre e il giorno.

Così ricordo in quel contraltare

gli anni della grande solitudine

segnarmi il corpo con la Croce

cercando la tua testa in mezzo ai banchi

Kikirikì këndoj gjeli/ pjetri bëri buk meli…
Cjè marjana doj një cik/ e barkan preu me at thikë…

Me një thikë

Antica nenia arbereshe: Chicchirichì cantò il gallo / Pietro mangiava pane di miglio… Zia Marianna ne voleva un po’/ e la pancia lo tagliò con il coltello…

Tra gli ultimi bagliori di luce e le prime ombre della sera, appare il ricordo ancora dolorante di una solitudine totale, vissuta in precario equilibrio dove si fa strada con forza il sano desiderio di una presenza femminile rassicurante, come una nenia dell’infanzia. La lirica debutta con ritmo piuttosto rapido, reso musicale da allitterazioni e assonanze fino all’allungarsi dei versi in un crescendo di pathos che culmina nell’ultimo, accompagnato dalla spiccata sonorità tranquillizzante della filastrocca, che riaffiora per mitigare la sofferenza provata. La poesia in questo caso ha, come afferma Leopardi, il compito di conservare il passato per redimerlo alla luce dell’oggi.

Altri effetti sono dati dal numero delle sillabe, accenti, pause, anafore che rinviano o suscitano particolari e immediate sensazioni (Il primo cristallo si rompe. Il secondo cristallo si rompe. Il terzo cristallo si rompe. […] – Il cenacolo umano); asindeti (… senza sangue, storia, una dimora – Adamo); inversioni; enjambement. Il ritmo dei versi segue emozioni e stati d’animo, ne asseconda l’andamento e per questo, non risulta mai monotomo, come accade per le strofe.

I testi poetici evidenziano un rapporto molto forte tra forma e contenuto tale da creare un’unione indissolubile. Gli effetti sonori, intrecciandosi con immagini simboliche, rendono estremamente espressivi i messaggi trasmessi: Si fa immobile il sole. Ecco perchè cerco luce / ma luce piccola e lieve/ di una lanterna notturna / retta in mano durante un travaglio (Il sole immobile-Sostizio d’inverno).

Il linguaggio è ricercato attraverso l’uso di termini inusuali, tratti da linguaggi specifici di arti e discipline, versatili e coloriti, stranieri, latini o derivanti dal latino e dal greco (Sono l’unica padrona / di questo confino / e tu il predatore gagè – Inside).

Le tematiche vengono presentate con stile raffinato e colto (Genesi imperfetta / della parola amante / servitù inattuabile di carne sovrana – Insubordinata all’amabile);  in alcuni casi il registro linguistico si fa più quotidiano e colloquiale (Sono qua / ad aspettare il giorno / con un canestro di verbi nuovi – Ex voto al poeta – Dio, sono una ladra! – Chincaglierie), facendo emergere la personalità dell’autrice, capace di coinvolgere e scuotere dall’immobilità. La silloge è suddivisa in quattro parti: Genesi, Fuori dal corpo, Dell’arte nel corpo (reciprocità), Eros e Thanatos.

In Genesi si torna alle origini dell’uomo e della donna;  alcune delle prime riflessioni riguardano proprio quest’ultima. Nel mondo femminile si è ben accolti e compresi, anche se quello spazio riservato racchiude grandi sofferenze (Cadranno i singhiozzi nella pozza madre, Alle mie donne). Il dolore comune apre la via a un ricordo lontano che fa ancora male, ma viene smorzato dagli anni e da suoni confortanti che affiorano delicatamente (Così ricordo in quel contraltare/ gli anni della grande solitudine, Ildegonda). Sorgono con impeto domande su falsi comportamenti, desideri di guardare in profondità le cose, di sentirsi ancora in patria, berne l’acqua ristoratrice (Io venivo a bere ed assetata / tornavo più avida di prima – L’acqua del Crati).

La pietà

Sapete, ogni uomo è un errore.
Ogni donna, ogni bambino

può trasformare un orizzonte

in una coltre di fumo nero.

Potranno erigere piramidi sacre

ammazzare bacilli, amare o tacere

tagliare cordoni, frantumare zolle.

Ma l’opera dei becchini ambiziosi

trasforma ogni zona, seppur franca,

in un popoloso cimitero.

L’uomo è uno sbaglio in quanto unico essere vivente in grado di oscurare i propri orizzonti. Si impegna a onorare i morti confidando in un aldilà, va avanti con il progresso scientifico per debellare ogni malattia, a volte manifesta l’amore, a volte non si esprime affatto. Incoraggia l’autonomia, lavora instancabilmente, ma è talmente ambizioso da non avere alcuna attenzione per i suoi simili, così da spopolare la terra, trasformandola in un enorme e agghiacciante necropoli.
In Fuori dal corpo emerge spontaneamente la pietas, come sentimento che induce amore, compassione e rispetto verso il prossimo, oggi quasi scomparsa per l’individualismo dominante. L’ambizione che tutti rincorrono non porta nulla di buono e oscura qualsiasi possibilità di futuro (Ma l’opera dei becchini ambiziosi / trasforma ogni zona, seppure franca / in un popoloso cimitero, La Pietà). L’autrice consapevole del fatto che viviamo un tempo di morte, va alla ricerca della bellezza e, quando vicende avverse la trascinano, avverte la pesantezza e l’inutilità delle falsità;  preferisce ascoltare le voci e i pianti dei suoi simili, li accoglie e tiene con sé il segreto (L’abisso non piange, / reca il segreto/ che è meglio / affamarsi d’aria e di pane / che gettarsi nel vuoto sfamati, Pescatrice di perle). Si muore perché si è persa la capacità di scegliere (Il tempo di morire / assomiglia alla guerra dell’ultimo notiziario / che mostra i bisturi di nuova generazione, Morte moderna).
Dell’Arte del corpo (Reciprocità). L’ispirazione nasce dal rapporto che la Rizzo ha con l’arte, in particolar modo con pittori quali Ortona, Tortorella, Rapsa, Von Stuck  e poeti. Si sofferma sulle opere di Rapsa in cui viene “sedotta dall’innocenza del bianco”, diventa spirito errante, invitata dall’artista che l’“assedia nel cuore”, si immedesima in Circe, Santa Sara la Nera, che attende la devozione di pellegrini gitani per celebrare la Resurrezione. Infine disegna con ammirazione e gratitudine due indimenticabili immagini di poeti (La figlia di Ishtar, immune a tentativi di conquista… femmina amorosa, Poeta Donna – Il poeta… avvoltoio e Cerbero. / S’accoda all’umanità piangente / gode dei languori mai narrati / similitudini tra mali, Ex voto al Poeta).

In Eros e Thanatos, le pulsioni di vita o di morte, che scandiscono la dimensione psichica e biologica di ogni essere vivente, si delineano volta per volta in sguardi silenziosi che accendono i sensi, scivolando in una fantasia erotica condivisa e realistica (dagli accenti tonici mi sembra / che inarchi il corpo con amore e insieme si chiudono a compasso / frugando labbra da baciare I due del tavolo accanto) o nel sacrificio di chi, pur avendo un’anima che trapassa il tempo, diventa carne e s’immola alla verità, senza compromessi (Se non è questo il sacrificio… / farsi carne e sentirne la crudezza / quando l’anima è fuori da ogni tempo e già divina nelle parole Poesia per Pasolini).

Infine la Rizzo si domanda dove finiranno gli innumerevoli sedicenti poeti, che sognano di entrare nella Storia della Letteratura, dopo aver riempito abbondandemente le biblioteche con i loro versi e poemi.

Il suo desiderio invece, è nutrirsi smisuratamentedi tutto ciò che la circonda, come un mitico animale, per sentirsi parte integrante di un tutto. Questo le permette di esprimere i diversi aspetti della sua identità e di sentirsi appagata nelle relazioni con gli altri. Il passo successivo è descrivereil mondo con cui è entrata profondamente in contatto, in completa autonomia e indipendenza.

E dopo questa grande abbuffata immagino di ritirarmi in una caverna lussuosa […] e di passare il resto della mia vita a descrivere le caratteristiche di tanta appassionata libagione.

Franca Palmieri 18 Marzo 2017

Beppe Costa Blog: Su “Plethora” di Antonella Rizzo (o su una eccezione non casuale)

http://beppe-costa.blogspot.it/2017/02/su-plethora-di-antonella-rizzo-o-su-una.html?m=0

Su “Plethora” di Antonella Rizzo (o su una eccezione non casuale)

ISBN 9788890899584, p. 64, € 10.00
In copertina Lʾiride del tempo di Emanuela Del Vescovo

È proprio vero che le polemiche attorno alla poesia e ai poeti non finiscono mai.

Ma è sempre stato così. Quello che oggi è cambiato riguarda l’intimità e l’apparire: a partire da questo, il fenomeno si mostra in tutta la sua evidenza.

Se in passato gruppi di artisti si riunivano per discutere di poesia, questo avveniva in ambiti ristretti, molto spesso con attacchi feroci, ora pressoché sconosciuti. Al giorno d’oggi i critici, poeti a loro volta, non fanno che elogiarsi vicendevolmente, seguitando a scambiarsi premi e inviti. La rete che potrebbe e dovrebbe essere un mezzo per una maggiore informazione, non fa altro che amplificare questo fenomeno e renderlo più visibile.

Lo stesso Pasolini (forse l’ultimo che ha avuto il merito di esercitare una critica feroce e sincera nei confronti di ciò che era corrotto) cercava complici per poter vincere qualche premio importante. Non riuscendoci si scagliava poi contro gli stessi giurati.

Fra i tanti volumi che a lungo rimangono sulla mia scrivania, ce ne sono alcuni – naturalmente di poesia – piuttosto dignitosi, questi però presentano un grande difetto: sono corredati di introduzioni o note che nulla hanno a che vedere con l’opera che trattano e, semmai, diventano una sorta di complice, ma anche incomprensibile, testimonianza pro-autore. Il linguaggio ottuso e/o astruso che vi si usa allontanerebbe chiunque, lettore di poesia o no, ancora abbia voglia di accostarsi a cotanta novità editoriale.

Ogni tanto però qualche eccezione esiste, e non a caso, introdotta da uno che della poesia e solo di questa ha fatto lo scopo della propria vita: Antonio Veneziani. Ma di certo qui non desidero scrivere di lui, semmai invece riportare alcune delle parti che egli ha posto a presentazione di “Plethora” (Nuove Edizioni Aldine, 2016), il bel nuovo libro di Antonella Rizzo.

Beppe Costa

Da: “Cartoline per Antonella Rizzo e il suo Plethora” (prefazione al libro citato)

Non è facile classificare i poeti, vivono e prosperano, tutti, in zone d’ombra, anche quando agiscono in piena luce e parlano di sole e di riverberi.

Antonella Rizzo poi è più sfuggente ancora, cambia pelle ad ogni libro pur restando la sua una voce sicura, potente, piena di sfumature e di colorazioni, modulata anche nell’urlo, dato che per lei la parola è origine e prosecuzione del dire e del fare.

Un poetare che viene dal sangue e nel sangue del lettore va a depositarsi.

[…]

La poesia di Antonella Rizzo è sorgiva ma sempre incanalata su una strada di raziocinio, irrazionale ovvio, come tutta la vera poesia.

[…]

Scrittura pulita, ricercata, zeppa di rimandi letterari, molti femminili da Elisabeth Bishop ad Antonia Pozzi, da Margherita Guidacci ad Anne Sexton… Insisto nel fatto che la poesia della Rizzo, pur avendo una forma assai ricercata, questa non sovrasta mai il contenuto. Dunque una forma pulita, elegante, perfetta fino allo sfinimento, ma sempre pregna di sensualità e sensazioni derivanti da un anticonformismo di fondo, che nascono e procedono su quella strada.

[…]

[Quella di Antonella Rizzo] è una poesia che dialoga con specchi; specchi poetici, come ho già affermato, e specchi reali-quotidiani presentando a suo modo gli accidenti e gli accadimenti dell’assistere e del sognare l’esistenza. Visionaria e colta, le sue parole sono un controcanto alla durezza del sopravvivere, con poesia.

Per parafrasare Woody Guthtrie: «Una buona poesia può solo fare bene» e quella di Antonella è buona poesia; essa non insegna a vivere ma paradossalmente può far vivere meglio. Il problema è che la poesia purtroppo consuma chi la scrive e chi la legge.

Cees Nooteboom dice: «In questo momento storico le persone si sentono sole. E la poesia offre qualcosa che va oltre la vita di ciascuno, trasporta in un luogo che sta più in alto della quotidianità. Compie questo strano miracolo per cui parte da un punto molto personale e arriva all’universale».

Perché la poesia, quasi sempre, si legge da soli, ma mette in comunicazione con l’anima del mondo e con gli amici degli amici e degli affini, e questo è un miracolo di cui la poesia della Rizzo è generatrice.

Bisogna avere il coraggio della visione ma anche quello della realtà e allora leggere «Plethora» è un atto di intelligenza verso se stessi e verso il mondo. Infatti dopo vi sentirete meglio o peggio, dipenderà da voi […]

 Antonio Veneziani

Adamo

Adamo non perdonerò mai

la natura stessa dellʼinganno

farti cimice insignificante

senza sangue, storia, una dimora

farti monaco, romita, clericale

caricare colpe a serpi e donne

nascondendo mele da addentare.

Morte moderna

Il tempo di morire

assomiglia alla guerra

dell’ultimo notiziario

che mostra i bisturi

di nuova generazione.

Hanno perso la capacità

di orientare la cesura

prestandosi alla civile convivenza

tra seni incisi per necessità

o per affabulazione.

Primavera araba

Così si riaffacciò

il tempo trascorso di Fahranez

insieme alle sue armi.

Il vuoto della solitudine

è sgombro da equivoci e da carezze

capitolate in un attimo.

Ci aspettavamo su sedili di legno

che inarcavano la linea ideale

del dorso, come canne per battere.

Io sono qui, figlia, per calmare

quella specie nuova di sindrome

che tolse vita a tuo padre

nel riconoscerti al mondo.

Io sono te

con la costola dellʼuomo

nascosta in una scatola.

Su “Tilla Durieux come Circe” di Franz Von Stuck

Ho un uomo accanto

e un amante pazzo della Giudecca

che disprezza quando il cielo piange.

Non sono lʼusignolo del mattino

pallidissima, la danzatrice calva

che chiama Amore le natiche di marmo

strette a forzare il rigor mortis

invidiando i coiti delle antilopi.

Come orfiche creature

anche i nostri, di ventri muliebri

hanno bisogno di cinta solide

e di stagioni, assalti e rotazioni

moti dʼanimo, razzie lucide

paralisi e preludi dʼattimo.

Così il Giorno porta consiglio

e dispiacere di essere figlia

di Ecate alla quale appartengo

monacazione, poi abiura e peccato

Circe novella dispensa vergogna.

Meglio figlia impura del volgo

e fiore estraneo alla serra

piuttosto, una lapide in fronti di guerra

dove ancora ergersi fiera, lontano

da fiorai importuni, come barbieri

che recidono steli come capelli

e quieti, dozzinali mazzi come parrucche

a riempire damaschi e potiche.

Miracolo di rosa nera

unica e vera regina, in mezzo alle scorie

zona franca da patrie e da limiti

come nel Donbass i cimiteri.

E fiore bastardo che porti vertigine

rosa mistica, unica e trina

custode di numeri, ansa di fiume

Madre guerriera, Dea della Cabala

Santa Sara che aspetta gli zoccoli

di puledri alle rive, cavalcati da zingari

la notte di Maria della Camargue.

A Dio la sentenza metafisica

sui diaspri di luce e su spore

impazzite, che fuggono.

Ex voto al poeta

Sono qua

ad aspettare il giorno

con un canestro di verbi nuovi.

Il poeta, o chi conduce il tempo

è avvoltoio e Cerbero.

Sʼaccoda allʼumanità piangente

gode dei languori mai narrati

similitudini tra mali,

al lavoro alacre dei Pastori

nei lanzichenecchi globali

dei nostri giorni.

Il cenacolo umano

Seduti. Davanti a Rasputin

mascherato

da angelo buono.

Il primo cristallo si rompe.

E appresso le speranze vane

se ne vanno in pezzi,

dannazione.

Ora è di nuovo lʼora

di figurarmi arditamente

masticare bolo e grazia.

Il secondo cristallo si rompe.

Ma non è posto questa mensa

per metà donna e metà sauro

urla il monaco adirato.

Il terzo cristallo si rompe.

Streghe perfide,

è meglio la puttana di un re

che la serva dʼuno schiavo!

Inside

Non puoi impedire

dʼabitarmi dentro.

Sono lʼunica padrona

di questo confino

e tu il predatore gagè.*

Fuori il solfeggio

di strumenti scordati

alienano la testa

lʼillusione graffiata

di sentirmi unʼorchestra.

*Gagè: Il termine gagé indica nella lingua romanì 

il non essere rom o meglio il non appartenere alla dimensione romanì.

Poesia per Pasolini

Ti ricordo come un iconico santo

in un soprabito stretto, dai colli generosi

strizzato in una vita da silfide maschio

troppo povero per i ricchi

troppo ricco per i miseri.

Difficile immaginarti prono

immerso in una pozza di sangue.

Stavi difendendo la mia natura

notturna e candida

implume e maliarda

che si sveglia con i segni delle corde.

Eppure, ho sentito stupirsi

rinnegando il canto del gallo

parlando di amore e madrigali

le vipere e i guardoni del Palazzo.

Hai seminato le crepe e i cortili spogli

erano fertili, sapevano di talco

e di giovani vecchi armati fino ai denti.

Se non è questo il sacrificio…

farsi carne e sentirne la crudezza

quando lʼanima è fuori da ogni tempo

e già divina con le sue parole.

Plethora

Lo spirito sovrabbonda

doppio e unico

supplica spazio

per esistere.

Si arrocca scabro

sul cratere lavico

talvolta è così,

minimo,

estinguendosi al limite.

Si riaffaccia barbaro

cavalcando cieco

quella bestia dissimile.

Non pregarmi di scendere.

Cenni biografici

Antonella Rizzo è nata a Roma il 17 gennaio 1967 e vive a Campoleone. È poeta, scrittrice, docente, giornalista, performer. Ha al suo attivo: Il sonno di Salomè – Edizioni Tracce 2012; Confessioni di una giovane eretica – Edizioni Lepisma 2013; Cleopatra. Divina Donna dʼInferno – Fusibilia Libri 2014; Iratae pièce teatrale con Maria Carla Trapani – Fusibilia Libri 2015. Ha curato il volume: Haiku. Come fiori di ciliegio – Fusibilia Libri 2014 e Il morso verde nel 2016 per le stesse edizioni. È presente in molte Antologie di Poesia contemporanea e partecipa ad eventi culturali di carattere nazionale e internazionale, cortometraggi, pièces teatrali, in collaborazione con artisti visivi e musicisti. Scrive recensioni letterarie e musicali su riviste di informazione e cultura.

Alessia Pizzi su “Plethora”

http://www.culturamente.it/libri/plethora-antonella-rizzo-poesie-nuove-edizioni-aldine/

 

Plethora, la poesia come contemplazione della vita

Immaginate la vita come un grande quadro da ammirare: cosa ne farebbe un poeta se non raccontarlo? Antonella Rizzo regala questa sensazione con la silloge poetica Plethora, edita da Nuove Edizioni Aldine.

La penna di Antonella Rizzo l’avevo già apprezzata nel prosimetro di Cleopatra, divina donna d’inferno. Un’opera in cui l’autrice incarna i desideri di un grande profilo storico nel panorama femminile: la bocca della donna contemporaneacopertina plethora antonella rizzo diviene lo sfogo di un’antica regina e trasporta il lettore nell’atmosfera di un passato degno di essere ricordato.

Poi è arrivato il momento di Iratae, la piece teatrale in cui lei e Maria Carla Trapani raccontano l’ingiusta fine di due donne storiche, Marie Madeleine d’Aubray e Olimpia Mancini.

Rizzo torna nel 2016 con una nuova opera, tutta poetica stavolta. Il titolo è “Plethora”, termine che nel suo significato lascia già intuire alcune delle caratteristiche della silloge. “Eccesso”, “Sovrabbondanza” sono i suoi significati e sono anche le caratteristiche, spesso, di una parola poetica alla ricerca di un qualche segno di apprezzamento, che si gonfia e diventa roboante, senza trasmettere poi chissà che.

La poesia firmata Rizzo si schiera contro questa tendenza sfoggiando eleganza, ricercatezza nei vocaboli, profondità di pensiero e, allo stesso tempo, una forte efficacia. L’influsso della cultura latina si fa sentire forte anche stavolta, a partire dal titolo, ovviamente.

Quanto dolore represso nel rassicurante oblio
di una pietraia disposta in cerchio
e chiamata focolare.

Molto interessanti sono i componimenti ecfrastici, quelli che descrivono un’opera d’arte. Tra questi anche uno dedicato a un’opera di Giorgio Ortona, artista recentemente in esposizione al Macro di Roma.

Mi ricordano gli epigrammi delle poetesse ellenistiche, divenute note per il genere. Tali artiste erano solite descrivere una statua o un quadro in forma impersonale, esaltando le virtù della persona rappresentata.  Nel caso di Rizzo, invece, l’esperienza viene fagocitata dall’autrice e raccontata in prima persona.  La descrizione va oltre l’oggettivo.

Potessi mordere gli spigoli
di quel muro di zigomi e pelle
un guanto di vecchia sartoria
farebbe scudo tra me e la mia febbre.

Per un veloce confronto si leggano i versi di Nosside di Locri (Ant. Pal. VI, 354): Anche da lontano appare riconoscibile l’effigie di Sabétide, | piena di forma e maestà. | Abbandonati a contemplarla: ti par di vedervi di lei la saggezza e la dolcezza. | Lode a te, mirabile donna!

Gli influssi comunque sono disparati, come le anche le ispirazioni, antiche e moderne. All’interno della raccolta troviamo anche suggestivi riferimenti alla nenia arbereshe:

Chicchirichì cantò il gallo / Pietro mangiava pane di miglio…
Zia Marianna ne voleva un po’ / e la pancia lo tagliò con il
coltello.

Una costante resta, però: pur cambiando le “corde poetiche” Rizzo continua a sprigionare la forte carica femminile, quasi ancestrale, che contraddistingue tutti i suoi scritti precedenti:

Io sono te
con la costola dellʼuomo
nascosta in una scatola.

Tra i tanti temi, protagonista è anche lo scorrere del tempo:

Torna il mio inverno e so che lʼalbero nudo è più forte
non porta germogli né futili fiori
nelle viscere buie scava caverne
dove è solitario padrone.

e l’ipocrisia della società:

Quanto dolore represso nel rassicurante oblio
di una pietraia disposta in cerchio
e chiamata focolare.

Infine, si parla anche d’amore. Ma quello degli altri, sempre descritto con sapiente sguardo ecfrastico. Come se il sentimento divenisse opera d’arte da contemplare, sublime creazione umana e vivente da raccontare:

Sul tavolo rovescia la Juliette,
dagli accenti tonici mi sembra
che inarchi il corpo con amore
e insieme si chiudono a compasso
frugando labbra da baciare.Se solo potessero parlare…

Con la sua penna di piuma, Rizzo regala emozioni da osservare, condividere, assaporare. Il libro si legge in un secondo, quasi si beve. Come la vita che trasuda dalle parole senza tempo di Plethora.