Hypatiae Festival 2017

Parteciperò al Festival “Hypatiae 2017” con la plaquette “Lettera di Ipazia a Teone” di prossima pubblicazione per Fusibilia Libri e la performance teatrale “Bavaglio” con Fabrizia Ranelletti. La gioia di chi ama contaminarsi.

http://www.hypatiae.com/?page_id=967cervelloHypatiae Festival 2017, dedicato al Cervello, dal 20 al 22 Ottobre a Piazza Plebiscito: Artisti e Scienziati per un Festival di Cultura Pubblica. Il Festival fa parte della Rassegna Itinerante, patrocinata anche dall’Unesco, “la Luce nell’Arte e nella Scienza” che dopo Pavia, Genova, Pozzuoli e Minori farà tappa a Napoli a Piazza Plebiscito.
Opera creata dall’artista Marisa Vanetti.

Hypatiae Festival sarà dedicato al Cervello, in tutte le sue declinazioni emozionali, razionali e di creatività.
Il festival a tu per tu con il cervello avrà quattro aeree:
Emozione…Rosso
Ragione…Azzurro
Creatività…Giallo
Sessualità…Verde.

Il Festival sarà a Napoli, in Piazza Plebiscito, posto prestigioso e di grande bellezza per ospitare al meglio la Cultura Pubblica e porterà la cultura nella vita dei cittadini, mediante il divertimento, la passione e la sperimentazione con un ricco e variegato panorama di iniziative. Il Festival renderà PUBBLICA la CULTURA, grazie alla varietà degli argomenti trattati e alla partecipazione attiva alle iniziative in programma, accessibile a tutti: al grande pubblico di diverse età, agli studenti e agli esperti.

Dialoghi appassionati, Momenti Conviviali, Conferenze Artistico-Scientifica, Laboratori di Arte e Scienza Pubblica, Performances Artistico e Scientifica, Cene Artistico-Scientifica, sorprendenti racconti dai confini della conoscenza, sono iniziative dell’associazione e protagonista è sempre la cultura intesa come sensibilità alla bellezza nell’arte e nella scienza. Artisti e scienziati sono di volta in volta chiamati a interagire con il pubblico, facendo partecipi uomini e donne del loro sguardo appassionato sulla realtà per osservarla e interpretarla, ognuno con le proprie energie intellettuali e la propria sensibilità personale. Tutto questo vuole contribuire ad una cultura attiva e propositiva che ha la cifra particolare della creatività e della concretezza.

“Oltre il buio” alla Casa delle Letterature

Oggi, insieme a Dona Amati e Maria Carla Trapani ho potuto dare il mio casa delle letteraturemodesto contributo al progetto “Appendere ad Arte” della instancabile Laura Lucibello. Nella meravigliosa cornice della Casa delle Letterature ho rincontrato dopo un paio d’anni Catherine Louise Geach, un’artista che voglio farvi conoscere attraverso la narrazione della sua vita straordinaria.

“Kampot Traditional Music School for Orphaned and Disabled Children – Khmer Cultural Development Institute” è un organizzazione umanitaria Cambogiana senza scopo di lucro, i cui dipendenti sono tutti di nazionalità Cambogiana, fondata nel 1994 da Catherine Geach (violinista Inglese) durante la guerra civile per conservare la musica e la cultura tradizionale Cambogiana e per assistere e aver cura dei bambini orfani e disabili senza parenti o casa.
Nei primi anni novanta, Catherine Geach, da sola all’età di 18 anni, si recò in Cambogia per redigere un rapporto sulla violazione dei diritti del Uomo da parte dei Khmer Rossi, come protesta contro il sostegno di cui godevano i Khmer Rossi all’interno della comunità internazionale. Al diretttore dell’Università delle Belli Arti della capitale Phnom Penhfu chiesto di tornare ad insegnare, poiché quasi tutti gli insegnanti di musica occidentale erano morti. Dopo la compilazione del rapporto, all’età di 19 anni, Catherine si laureò violinista concertista alla Royal Academy of Music di Londra e tornò in Cambogia grazie al finanziamento ricevuto in seguito all’assegnazione del premio per la pace (Bernard Brett Peace Bequest). Cominciò, così, ad insegnare il violino nel dipartimento occidentale dell’Università di Belle Arti.
La musica tradizionale Cambogiana corre il grave pericolo di scomparire per sempre, perché la morte di così tanti musicisti durante il genocidio ha reso molto vulnerabile questo eredità culturale, trattandosi di una tradizione orale trasmessa di generazione in generazione dal Maestro all’allievo.
Negli anni in cui Catherine ha insegnato musica tradizionale Cambogiana agli ex-soldati non vedenti mutilati di guerra in un centro di riabilitazione si è resa conto che la musica ha un effetto molto profondo e positivo su questi uomini e vivendo in un villaggio molto povero senza acqua o elettricità ha toccato con mano l’effetto della povertà sui bambini. Sulla base di questa esperienza ha deciso, allora, di fondare una scuola per la conservazione della musica tradizionale Cambogiana e la cura dei bambini orfani e disabili. Ottenendo l’autorizzazione dal Ministero della Cultura ha fondato un’organizzazione senza scopo di lucro e ha dato inizio alla ricerca per i fondi. Nel corso di questi anni muore quasi tutta la sua famiglia in Inghilterra (tranne sua sorella) e grazie all’eredità ricevuta riesce a proseguire la propria attività come volontariato.
Nel frattempo il sindaco della città e Provincia di Kampot (Sud-Ovest della Cambogia) dona a Catherine un pezzo di terra nel centro di Kampot, ma Kampot in quel tempo fu colpito della guerra civile, perché i Khmer Rossi avevano la loro roccaforte nelle montagne vicine. In quel periodo non si poteva viaggiare dopo le ore 15 e spesso la strada principale fra la capitale e Kampot veniva bloccata a causa dei bombardamenti. Durante la costruzione della scuola, si avvicendò al potere un nuovo sindaco, che insieme con altri ufficiali cercò di ottenere una percentuale dalla costruzione della scuola, ma Catherine rifiutò e subito venne minacciata di rapimento e morte. Decise, quindi, di rivolgersi al Ministro dell’Interno per denunciare tale situazione. La scuola fu così costruita con i fondi dei governi Britannico, Giapponese e Canadese e fu completato nell’Agosto 1994, dando avvio al suo programma di “restauro” della musica antica e della cura dei bambini. Per la cerimonia d’inaugurazione il Kampot fu considerato troppo pericoloso, tanto che nessun rappresentante dei tre Paesi donatori presero parte alla cerimonia. Soltanto nel 2002 quando il 4 edificio fu costruito, l’ambasciatore giapponese presenziò all’inaugurazione!
Presto la scuola si è sviluppata, aggiungendo anche le discipline della danza antica ed del teatro antico.
Il Kampot Traditional Music School è stata la prima scuola del suo genere al di fuori della università delle Belle Arti. Soltanto 7 grandi Maestri di Musica e 5 Maestri di ballo sono sopravvissuti al genocidio.
La scuola è situata in un giardino pieno di fiori ed alberi e laghetti ed è un oasi di pace e cultura. Nel 1995, il Kampot Traditional Music School ha vinto il premio dell’UNESCO ed è tutt’ora considerato un modello per il resto della Cambogia per la conservazione e sviluppo del patrimonio artistico.
Oggi la scuola garantisce l’insegnamento di musica, ballo e teatro ad oltre 400 bambini poveri della Provincia di Kampot. Allo stesso tempo viene insegnata musica a 11 bambini non-vedenti di cui 4 vivono nella scuola con altri 16 bambini orfani, grazie al programma Residenziale a lungo termine. I bambini orfani e disabili del programma Residenziale seguono il Curriculum Artistico e vanno a scuola per lezioni scolastiche, ricevono le cure vivono nella scuola dall’età di 6 anni finché non iniziano a frequentare l’Università oppure finchè non trovano un lavoro.

Il reading performativo Bavaglio è liberamente tratto dalla plaquette “Lettera immaginaria di Ipazia a Teone”, scritta da Antonella Rizzo ed edita per Fusibilia libri. Sfondo integratore della narrazione è l’appassionato testamento spirituale che Ipazia riassume in una lettera al vecchio padre. Fabrizia Olimpia Ranelletti, con la sua brillante sceneggiatura, intende creare un punto di contatto e di comunicazione tra scienza e umanesimo che trova la massima rappresentazione nella figura di Ipazia d’Alessandria, matematica e filosofa (370 – 415). 

Si esamineranno figure artistiche legate alle arti visive, letterarie e musicali che hanno contemplato nei loro interessi anche la matematica e l’astronomia come Leonardo da Vinci, Giacomo Leopardi, Pink Floyd; la filosofia verrà rappresentata da temi filosofici e sociologici come il platonismo e il concetto di alterità. La privazione della libertà sarà il triste epilogo di un esame storico che sottolinea la tragedia dell’eterno bavaglio inflitto come castrazione al libero pensiero.

Bavaglio è una delle performances inserite nel progetto interdisclipinare “Il moto del sapere” curato dall’associazione Hypatie arte e scienza proposte al Festival della Scienza di Genova 2017 e nell’Hypatie Festival, rassegna itinerante a cura della stessa associazione.

Interpreti

Antonella Rizzo – Ipazia

Fabrizia Olimpia Ranelletti – Corpo, non proprio, celeste

Voce fuori campo Alessandro Galli

In nome di Ipazia

Franca Palmieri legge “Plethora”

È un’ abbondante affluenza di sangue la definizione che più si addice alla raccolta poetica della Rizzo, poiché nel leggere i suoi versi in Plethora, si avverte qualcosa che ribolle nelle vene profonde dell’essere e cerca di fluire in canali ormai stretti per contenere l’enorme massa di espressioni che li pervade. È incontenibile tutto ciò che la scrittrice sente e che ha urgenza di svelare. La passione la nutre e la ispira. Nel mondo odierno è più facile assistere a una mancanza di emozioni, sentimenti, coraggio di parlare e di agire, piuttosto che a una così forte presenza di moti dell’anima ed è questo che sorprende a ogni lettura e rilettura delle sue poesie.

Istintivamente si potrebbe pensare che ogni eccesso sia negativo, ma non è così, in quanto la poeta osserva e descrive l’eccedenza con attenzione e acume, interrogandosi fuori e dentro di sé, provando a dare delle risposte. In tal modo suscita curiosità e stimoli di approfondimento. Quando si parla di sangue, naturalmente si parla del corpo in cui scorre, perché è il sangue che lo alimenta e lo ossigena e il corpo è preso in grande considerazione.

La poesia della Rizzo è ricca di effetti ritmici e musicali come in Ildegonda

Kikirikì këndoj gjeli/ pjetri bëri buk meli…  

Cjè marjana doj një cik/ e barkan preu me at thikë…

Un istante al crepuscolo  
e il tempo si vuota           

tra le tenebre e il giorno. 

Così ricordo in quel contraltare 

gli anni della grande solitudine  

segnarmi il corpo con la Croce   

cercando la tua testa in mezzo ai banchi 

Kikirikì këndoj gjeli/ pjetri bëri buk meli…                                
Cjè marjana doj një cik/ e barkan preu me at thikë…                

Me një thikë

Antica nenia arbereshe: Chicchirichì cantò il gallo / Pietro mangiava pane di miglio… Zia Marianna ne voleva un po’/ e la pancia lo tagliò con il coltello…

Tra gli ultimi bagliori di luce e le prime ombre della sera, appare il ricordo ancora dolorante di una solitudine totale, vissuta in precario equilibrio dove si fa strada con forza il sano desiderio di una presenza femminile rassicurante, come una nenia dell’infanzia. La lirica debutta con ritmo piuttosto rapido, reso musicale da allitterazioni e assonanze fino all’allungarsi dei versi in un crescendo di pathos che culmina nell’ultimo, accompagnato dalla spiccata sonorità tranquillizzante della filastrocca, che riaffiora per mitigare la sofferenza provata. La poesia in questo caso ha, come afferma Leopardi, il compito di conservare il passato per redimerlo alla luce dell’oggi. 

Altri effetti sono dati dal numero delle sillabe, accenti, pause, anafore che rinviano o suscitano particolari e immediate sensazioni (Il primo cristallo si rompe. Il secondo cristallo si rompe. Il terzo cristallo si rompe. […] – Il cenacolo umano); asindeti (… senza sangue, storia, una dimora – Adamo); inversioni; enjambement. Il ritmo dei versi segue emozioni e stati d’animo, ne asseconda l’andamento e per questo, non risulta mai monotomo, come accade per le strofe. 

I testi poetici evidenziano un rapporto molto forte tra forma e contenuto tale da creare un’unione indissolubile. Gli effetti sonori, intrecciandosi con immagini simboliche, rendono estremamente espressivi i messaggi trasmessi: Si fa immobile il sole. Ecco perchè cerco luce / ma luce piccola e lieve/ di una lanterna notturna / retta in mano durante un travaglio (Il sole immobile-Sostizio d’inverno).

Il linguaggio è ricercato attraverso l’uso di termini inusuali, tratti da linguaggi specifici di arti e discipline, versatili e coloriti, stranieri, latini o derivanti dal latino e dal greco (Sono l’unica padrona / di questo confino / e tu il predatore gagè – Inside).

Le tematiche vengono presentate con stile raffinato e colto (Genesi imperfetta / della parola amante / servitù inattuabile di carne sovrana – Insubordinata all’amabile);  in alcuni casi il registro linguistico si fa più quotidiano e colloquiale (Sono qua / ad aspettare il giorno / con un canestro di verbi nuovi – Ex voto al poeta – Dio, sono una ladra! – Chincaglierie), facendo emergere la personalità dell’autrice, capace di coinvolgere e scuotere dall’immobilità. La silloge è suddivisa in quattro parti: Genesi, Fuori dal corpo, Dell’arte nel corpo (reciprocità), Eros e Thanatos.

In Genesi si torna alle origini dell’uomo e della donna;  alcune delle prime riflessioni riguardano proprio quest’ultima. Nel mondo femminile si è ben accolti e compresi, anche se quello spazio riservato racchiude grandi sofferenze (Cadranno i singhiozzi nella pozza madre, Alle mie donne). Il dolore comune apre la via a un ricordo lontano che fa ancora male, ma viene smorzato dagli anni e da suoni confortanti che affiorano delicatamente (Così ricordo in quel contraltare/ gli anni della grande solitudine, Ildegonda). Sorgono con impeto domande su falsi comportamenti, desideri di guardare in profondità le cose, di sentirsi ancora in patria, berne l’acqua ristoratrice (Io venivo a bere ed assetata / tornavo più avida di prima – L’acqua del Crati).

La pietà

Sapete, ogni uomo è un errore.
Ogni donna, ogni bambino

può trasformare un orizzonte

in una coltre di fumo nero.

Potranno erigere piramidi sacre

ammazzare bacilli, amare o tacere

tagliare cordoni, frantumare zolle.

Ma l’opera dei becchini ambiziosi

trasforma ogni zona, seppur franca,

in un popoloso cimitero.

L’uomo è uno sbaglio in quanto unico essere vivente in grado di oscurare i propri orizzonti. Si impegna a onorare i morti confidando in un aldilà, va avanti con il progresso scientifico per debellare ogni malattia, a volte manifesta l’amore, a volte non si esprime affatto. Incoraggia l’autonomia, lavora instancabilmente, ma è talmente ambizioso da non avere alcuna attenzione per i suoi simili, così da spopolare la terra, trasformandola in un enorme e agghiacciante necropoli. 
In Fuori dal corpo emerge spontaneamente la pietas, come sentimento che induce amore, compassione e rispetto verso il prossimo, oggi quasi scomparsa per l’individualismo dominante. L’ambizione che tutti rincorrono non porta nulla di buono e oscura qualsiasi possibilità di futuro (Ma l’opera dei becchini ambiziosi / trasforma ogni zona, seppure franca / in un popoloso cimitero, La Pietà). L’autrice consapevole del fatto che viviamo un tempo di morte, va alla ricerca della bellezza e, quando vicende avverse la trascinano, avverte la pesantezza e l’inutilità delle falsità;  preferisce ascoltare le voci e i pianti dei suoi simili, li accoglie e tiene con sé il segreto (L’abisso non piange, / reca il segreto/ che è meglio / affamarsi d’aria e di pane / che gettarsi nel vuoto sfamati, Pescatrice di perle). Si muore perché si è persa la capacità di scegliere (Il tempo di morire / assomiglia alla guerra dell’ultimo notiziario / che mostra i bisturi di nuova generazione, Morte moderna).
Dell’Arte del corpo (Reciprocità). L’ispirazione nasce dal rapporto che la Rizzo ha con l’arte, in particolar modo con pittori quali Ortona, Tortorella, Rapsa, Von Stuck  e poeti. Si sofferma sulle opere di Rapsa in cui viene “sedotta dall’innocenza del bianco”, diventa spirito errante, invitata dall’artista che l’“assedia nel cuore”, si immedesima in Circe, Santa Sara la Nera, che attende la devozione di pellegrini gitani per celebrare la Resurrezione. Infine disegna con ammirazione e gratitudine due indimenticabili immagini di poeti (La figlia di Ishtar, immune a tentativi di conquista… femmina amorosa, Poeta Donna – Il poeta… avvoltoio e Cerbero. / S’accoda all’umanità piangente / gode dei languori mai narrati / similitudini tra mali, Ex voto al Poeta).

In Eros e Thanatos, le pulsioni di vita o di morte, che scandiscono la dimensione psichica e biologica di ogni essere vivente, si delineano volta per volta in sguardi silenziosi che accendono i sensi, scivolando in una fantasia erotica condivisa e realistica (dagli accenti tonici mi sembra / che inarchi il corpo con amore e insieme si chiudono a compasso / frugando labbra da baciare I due del tavolo accanto) o nel sacrificio di chi, pur avendo un’anima che trapassa il tempo, diventa carne e s’immola alla verità, senza compromessi (Se non è questo il sacrificio… / farsi carne e sentirne la crudezza / quando l’anima è fuori da ogni tempo e già divina nelle parole Poesia per Pasolini).

Infine la Rizzo si domanda dove finiranno gli innumerevoli sedicenti poeti, che sognano di entrare nella Storia della Letteratura, dopo aver riempito abbondandemente le biblioteche con i loro versi e poemi.

Il suo desiderio invece, è nutrirsi smisuratamentedi tutto ciò che la circonda, come un mitico animale, per sentirsi parte integrante di un tutto. Questo le permette di esprimere i diversi aspetti della sua identità e di sentirsi appagata nelle relazioni con gli altri. Il passo successivo è descrivereil mondo con cui è entrata profondamente in contatto, in completa autonomia e indipendenza.

E dopo questa grande abbuffata immagino di ritirarmi in una caverna lussuosa […] e di passare il resto della mia vita a descrivere le caratteristiche di tanta appassionata libagione.

Franca Palmieri 18 Marzo 2017