Recensioni

“L’ascesi è in basso….tornare anima, e denudarla” di Plinio Perilli

Il sonno di Salomè è un incubo vitale, uno strappo di vitale, strepitosa energia… Antonella Rizzo prende in prestito questa biblica, antiqua metafora e la fa assolutamente moderna, l’incarna tutta dentro e anche fuori di sé… “Luna” (cosmogonica entità arcana, e vertigine simbolica del Femminile) che ribalta invece in coraggio e in fierezza, in solarità interiore – il suo ancestrale destino satellite, cupo o umbratile, dannato da un maschilismo millenario che la schiaccia a incudine fra la Storia e il Potere,

Mi piace nascondere,

affogare quel sentire strano,

quella colpa originale

che la luce malvagia degli uomini

chiama ombra o dannazione.

Al di fuori della consueta, andante pletora contemporanea di poetesse manierate, nevrosensibili, esistenzialiste di ritorno col loro bilancio egocentrico da piccola deriva diaristica, finalmente una guerriera di Se Stessa che mena fendenti e scudisciate a destra e a manca – ma soprattutto combatte contro il sonno delle coscienze e la pavidità, il conformismo che ci circonda, anche in seno al beneamato universo femminile…

Sono figlia del verbo femminile

dell’imperfetto, della perdizione.

Senza luce, al tenue chiarore

come un rettile assopito

si abbandona il corpo sulla terra pigra

fedele frutto della tua divinazione.

Qui la divinazione si fa poesia, carne pulsante fra sangue e parole, ed Antonella Rizzo esordisce autonoma, già per sua fortuna affrancata, emancipata da stilemi e stereotipi… Anche il granpersonaggio di Salomé, da secoli agli onori delle cronache sia liriche che affabulanti (da Heine a Flaubert, ad Oscar Wilde o alla musica di Richard Strauss), qui si ribalta, lo ripetiamo, a inesorabile, incrudelito ma risvegliato approdo emotivo, contrappasso – al contempo – sprezzante e puro.

Sprezzante e pura ci affascina tutta la sua poesia che cavalca, vorremmo dire, un inesausto, cadenzato e visionario horror dell’inconscio, romanzo abraso di Psiche, e riconduce lo sguardo ma anche il Logos a un canto inopinato, trasognato due volte: prima per allontanarsi dalle vetuste dolcezze del limbo onirico; poi, ancor meglio, per tornare caparbia e indomita a una rinnovata, vaccinata autocoscienza di Libertà.

Salomè dormiva sonni agitati.

Pura e carnale come il più raro fiore d’Oriente, sognava

l’amore e la vita.

La storia l’ha punita con l’infamia, come punisce tutti coloro

che emanano luce ma non sanno difendersi dal proprio calore.

Resta infatti la Libertà – espressiva, espressionistica – qui la matrice e la moralità più preziosa, più ardimentosa… Travaglio di rinascita… Nessuno o quasi ci aveva saputo raccontare, difendere le sacrosante ragioni di Salomè, il suo vincente (dis)senso di colpa, la sua tempra paradossalmente eroica. Antonella serba questo coraggio e noi la rispettiamo. Di poesia in poesia si rinsalda, si imbastisce o cuce un ordito, un esemplare, splendido refuso di carne e idee che lievita poi a monologo, a recital metafisico da impennata soprano dell’anima:

È l’elogio dell’imperfezione, della materia cruda ancora

appendice di un ventre materno invidioso della sua stessa

creazione.

Pensando di riscattare la sudditanza si incatena alla violenza

del suo destino, fragile dinanzi al miraggio troppo ambizioso della

libertà.

È così che la sua sorte si consuma: in quell’ultima, irripetibile

danza cade l’onore di Salomè insieme alla testa del Battista.

Occorreva però questo sogno, questo pellegrinaggio angustiante o confessione errante/erotico/eretica d’Imperfezione, per riportarci un dono, un gesto di poesia pura e carnale… Ecco perché poi, in realtà, le circa quaranta gagliarde paginette di quest’ottima opera prima, condensano – anche loro malgrado, certo – una densità storica, teoretica, epistemologica, insomma antropologico-culturale addirittura millenaria, spropositata… Rammentiamo il gran saggio/manifesto di Julia Kristeva in Storie d’amore (1983), vero inno ermeneutico sull’Amore come “figura delle contraddizioni insolubili, laboratorio del nostro destino”…

«…  Vi è una storia degli atteggiamenti e dei discorsi amorosi che è senza dubbio il fondo più squisito dell’anima occidentale.

In realtà, da quando esiste, Psiche parla e si dispiega soltanto in amore. Rileggiamo Platone ancora una volta, nel Convito (385 a.C.) e nel Fedro (366), per cogliere nel passaggio dal discorso mitico al discorso filosofico, la prima apologia compiuta dell’Eros occidentale, con i tratti dell’amore omosessuale. Delirio, mania (mania), rapporti di forza, violenza sado-masochista; questa erotica tuttavia si rovescia, all’interno dello stesso testo platonico, in un alato elevarsi verso il sommo Bene attraverso la visione, calda, fondante, effervescente del Bello. Eros – possesso rapinoso – diverrà in questo IV secolo prima della nostra era un Pteros, uccello idealizzante preso nel movimento ascendente dell’anima, certo delusa, ma che immancabilmente ricorda di essere stata più in alto.  …»

L’Anima di Salomè, o se vogliamo di Antonella Rizzo, rinuncia a ogni movimento ascendente, a ogni edulcorato, male-inteso vangelo idealizzante, insieme rapinoso e platonico, eucaristico o pagano… Basta coi voli, via le ali!, buone solo a illudere altri poveri Icari o Icaresse, Diotime sorvolanti di passaggio… L’ascesi è in basso, mai più delusa di ogni elevarsi mancato… La fede vera, scomoda e umanata, è semplicemente tornare anima, e denudarla corpo:

Non sapevo più di avere un’anima

nuda e incendiata da nuovi sentori

di pelle morbida e temporali estivi.

Aveva provato a farsi luce

tra rovi di more e bacche rosse

nei boschi fitti di tane e sospiri

ma invano.

L’Amore è puro se torna terrigno, radice, tubero e pietra e petalo di ogni bacio che è rosa solo per pungente incanto di spine. E il vero sesso è linfa, stelo già verde d’anima, per condurci ai colori, al vento concreto d’ogni sguardo – che è abbraccio e palpito, amplesso meritato, intimistico, così come bilancio epocale (Che come lo specchio di Sylvia Plath, non è crudele ma soltanto veritiero)…

Sento nel gioco della folla

tra sagome e pensieri

il contatto estremo di petalo e fiore

e come l’affluente al fiume

il sangue nuovo si trascina al cuore.

Che atroce ma benedetto rito necessario!, doversi oggi ancora e sempre sentire Salomè assonata, luna e “colpa originale”, un ritratto di Modigliani (la pupilla nascosta nel fondo dell’anima),Maria Maddalena in fertile, fecondato controsenso di “frutto pregno, frutto acerbo”… per tornare impalpabile, serico petalo di vero fiore, liquido ruscellante destino o rossobuia arteria di un sangue nuovo, turgido e riconsacrato, che affluisca ancora e sempre in quel Delta di Venere che è il mare della vita: battesimo salato, miraggio o sogno che ci svanisce, ma per fortuna miracola, pazienta o lentamente carezza ogni nostro risveglio!

Finalmente è stata tempesta

un giorno gravido di vita

ha dischiuso le corolle miti.

Plinio Perilli

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Invito alla lettura – Viaggio attraverso l’affascinante mondo femminile con il libro d’esordio ‘’ Il sonno di Salomè’’ di Antonella Rizzo

‘’Il sonno di Salomè’’ è il libro d’esordio di Antonella Rizzo, 45enne romana insegnante e promotrice d’eventi culturali. Narra di un appassionante e metaforico viaggio nello sconosciuto e affascinante universo femminile, in cui nulla risulta scontato o banale in versi a tinte forti e passionali.

Da sempre innamorata della scrittura e di ciò che essa riesce a rivelare, l’autrice ha preso ispirazione dalla fragilità e conflittualità che dalla notte dei tempi accomunano le donne.

Ogni emozione e sensazione vengono svelata e raccontate nei versi poetici e suggestivi abbandonando la classica e più dolce metrica femminile, lasciando ampio spazio ad una scrittura prettamente forte, maschile e suggestiva. Baci e alchimie carnali vengono illustrati senza false ipocrisie, tramite le parole nette e decise della scrittrice, che riesce tuttavia a sfumarle in una ritmica veloce e precisa.

Non è un caso quindi che il libro recentemente sia stato vincitore del Premio speciale della Giuria del Concorso Nazionale ‘’Historium’’ , dove Antonella Rizzo è stata premiata, distinguendosi tra una larghissima partecipazione di scrittori e poeti provenienti da tutta Italia.

Consigliamo quindi ai nostri lettori la lettura di questo particolare libro. Soprattutto a tutti quegli uomini, curiosi di capire le mille emozioni, sogni e desideri che albergano nella mente delle donne che hanno accanto. Chissà magari, dopo sarà più facile, captare e non dar più per scontati i loro pensieri e segreti più reconditi. Perché come scrive la stessa autrice: ‘’ Salomè dormiva sonni agitati. Pura e carnale come il più raro fiore d’Oriente, sognava l’amore e la vita’’

Mary Tagliazucchi “Noi Roma”

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“Il sonno di Salomè” Alessandro Staiti su MP News

Essenziale e serrata, a tratti ruvida, mai consueta o calligraficamente manieristica: ecco la poesia di Antonella Rizzo, 45enne romana, insegnante e promotrice di eventi culturali, alla sua prima pubblicazione per i tipi di Tracce e già vincitrice del Premio speciale della Giuria del Concorso Nazionale “Historium”. Una poesia che arriva diretta e vitale. La vicenda biblica di Salomè – già frequentata da Flaubert e Wilde, da Strauss e Moreau – è metafora di redenzione per “tutti coloro che emanano luce ma non sanno difendersi dal proprio calore” tramite l’elogio dell’imperfezione. Ovvero la più cruda e poetica metafora dell’esistenza. Antonella Rizzo entra nel personaggio biblico immortalandolo nell’eroicità eretica delle sue motivazioni, libera Salomè da un senso di colpa che la storia le ha voluto arbitrariamente iniettare. Nei versi della Rizzo l’Amore torna puro non elevandosi verso vette idilliache – ma quanto ipocrite e irreali -tornando invece alla linfa vitale terrena, agli sguardi e agli abbracci concreti degli amanti. La purezza è nella carnalità Non v’è ascesi platonica, ma incarnazione profonda, accettazione. È il superamento di quell’ingannevole e superficiale dualismo sorretto dal sonno della coscienza e dalla paura, ai quali i versi di Antonella sferrano poderosi fendenti, come risalta nella splendida “Salomè”: “Guardo la testa con le vene ancora calde/stanca della danza immorale che mi strazia/e non so se il trofeo immondo/sarà la mia infernale consolazione“. Con un ritmica veloce e precisa, Antonella Rizzo conduce il lettore all’interno dell’universo femminile, da sempre misterioso e affascinante, da sempre perlopiù incompreso dall’altra metà del cielo educata a non voler cogliere emozioni e sensazioni che pur talvolta opposte non conoscono contraddizioni. Conflittualità e fragilità dell’essere donna che la Rizzo riscatta mirabilmente con la sua poesia forte e suggestiva. In preparazione una seconda silloge “Confessioni di una giovane eretica” che dovrebbe vedere la luce in primavera. Imperdibile.

Alessandro Staiti

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Maria Rizzi su “Il sonno di Salomè”

La raccolta di Antonella Rizzo affonda le sue radici nella mitologia dell’infanzia, dove il mito

è inteso non in senso favolistico, ma come origine della vita, caratterizzata da dolori laceranti, da distacchi, da paure.

“Ti rivedo ancora adesso

nel dolore e nell’angoscia

della mendicante scalza

che aspetta un cenno del signore”

versi tratti da “A mio padre” –

L’Autrice sceglie volutamente di introdurre la raccolta con una pagina forte, sanguigna e… incredibilmente, tra i gorghi delle sofferenza, ci annuncia spiragli di luce. Quasi a rasserenare

il lettore, a prepararlo a una lettura vicina alla morte e alla filosofia, al sangue e all’inchiostro.

Poetessa, Antonella, ricca di voci misteriose, che ella sa decifrare con coraggio esemplare, donna vera, consapevole di quanto il giunco e la rondine, nelle difficoltà del loro esistere, siano spesso

più eterni delle statue, del granito. In lei crepita luce romantica e crudele al tempo stesso.

“A terra riposa la pallida luna

Il senso del sangue

ha stregato il suo cuore.”

versi tratti da “Il senso del sangue”

Le liriche, che rinnovano la vicenda tragica della Salomé del Vangelo, sono del tutto estranee alla plastica fissità del sonetto: l’evento del loro nascere si configura come una permanente ricerca, un

picchiare, uno scavare nella pietrificazione del linguaggio.

Antonella lascia scivolare versi nei quali lei donna e le donne che hanno fatto da sfondo alla sua crescita – la sorella minore, per esempio -, vengono proiettate in una dimensione cosmica, che le avvicinan all’alternarsi delle stagioni, del giorno e della notte.

Ed è la figura femminile a dominare sovrana nel ‘fuoco’ dell’Autrice. Il suo dominio è sofferto, è assediato da fantasmi, da desideri che sembrano irrealizzabili:

“E’ vero che io vedo un’immobile fiera

in una gabbia chiusa dai moti dell’amore”

– versi tratti da “Imperatrice” –

Si tratta di un dominio illusorio, oserei dire difensivo… L’anima ha subito saccheggi e ‘prova a farsi luce’, a eludere la sordità del tempo presente.

L’uomo ha seminato inganni, descritti come inventari di rovine, tramite metafore di accecante forza espressiva:

“Lasciano strade di vita bruciata

e di tenerezza virile nascosta

le domande gettate nel vento

che raccolgo come una nutrice bugiarda”

– versi tratti da “il sogno”-

E la donna, mai doma, reagisce … sa riprendere la vita nel grembo e ‘vivere in piedi’, prendendo le sembianze della ninfa immortale.

L’intera Silloge è il canto lirico delle vessazioni e delle risposte ai dolori. Nessuna bufera può trascinare il giunco nell’acqua alta…

Anche in poesie come “Amore e psiche” è presente l’allegoria dell’amore inteso come guerra e degli amanti ‘fiere in amore’. Non v’è riposo, i versi sono saliscendi affannosi di sentimenti in tumulto, di ricordi da esorcizzare e di soffi salvifici da lasciar filtrare attraverso le alluvioni di sperma siderale, di materia spessa, di vita imbestialita.

L’amore è esigenza mai sopita, ma Antonella sembra dover scendere all’Inferno per ‘tornare a riveder le stelle’.

Ben caratterizzato nel ‘sonno’ della donna che si paragona a una delle figure più sofferte della storia, il carattere solitario ed eidomatico della morte, catastrofe che non si riversa all’esterno, ma diviene naufragio nel nostro stesso sangue. Se s’immagina la vita, come affacciata, tramite i sensi, a fior di pelle, verso l’esterno, la morte si può vedere come una caduta all’indietro, verso le profondità nascoste dell’anima.

“Ho solo bisogno di star male

e sentire che il respiro vive

sotto la coltre spessa del letargo…”

– versi tratti da “Autunno”-

Nei versi di Antonella sembra di poter scorgere un Acheronte surreale, solcato da feretri o letti a vela, sospinti da un soffio sinistro. Ma nonostante la desublimazione dei sentimenti, degli afflati,

resiste nell’Autrice, nella donna, nella creatura che rifiuta il “il sonno” la volontà di un canto commosso, ricamato di slanci d’amore… Pur schiacciata dal senso di solitudine, la capacità dell’Autrice di autoanalisi la spinge a surrogare la sofferenza con un sentimento esistenziale, non privo di dimensione speculativa e di intuizione filosofica:

“non è un caso che ti segni

quando è giovane e sa di mare

o quando alla fine della battaglia

curi la mente del soldato…”

versi tratti da “Camera con vista” –

Il dualismo rimane e l’uomo e la donna vengono identificati comunque come entità separate, ma nerudianamente – e alludo al Poeta cileno delle”Odi”-, il simbolo dell’ala spezzata, ovvero della violenza , della separazione, lascia talvolta salire in primo piano, i momenti fugaci e passionali della coppia riunita.

Una donna che denuncia, Antonella, che attraverso un lirismo dal timbro eccellente, ricco di colori e di potere immaginifico, esprime il proprio disagio e chiede un riscatto.

Il suo respiro, la sua risacca ci conduce verso una poesia che  induce a scendere nei nostri personali abissi e a fare i conti con i sogni resi campo minato dal filo spinato…

Maria Rizzi

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Rocco Paternostro su “Confessioni di una giovane eretica”

I versi forti e insieme carezzevoli che conferiscono luce e ombra, suoni e silenzi, colori e immagini alla parola-voce della Rizzo, con un andamento prosodico-metrico ora incalzante, ora di apparente tranquillità, sono segno tangibile, simbolo, metamorfosizzazione compiuta e perfetta dell’ardua e faticosa ricerca di quel “Sublime” quotidiano che è nelle grandi e nelle piccole cose e che a tutti, nei giorni banali e senza senso, è dato scoprire, cui la Rizzo, in questa sua interessantissima silloge Confessioni di una  giovane eretica  non si sottrae, in una continua sfida con il proprio sentire e il proprio sapere e voler amare, ma anche con il proprio volere intendere, che  è come dire con la propria passione e il proprio intelletto, insomma con la propria anima.

Appunto di ciò la poetessa si confessa. Si confessa di questo suo sentirsi eretica, perchè oggi, in questa sorta di sterpeto di sentimenti, è eresia – come ella ci dice – la tensione che spinge a parlare d’anima; ma  proprio perchè parla di anima l’eresia è, diviene, l’esperienza più eclatante dell’esistenza.

La forte capacità tensiva all’arte, di tendere a – come direbbe un grande maestro della critica quale è stato Walter Binni – ovvero la capacità di tradurre la sua poetica programmatica in alta e sentita poesia fa di Antonella Rizzo una Voce vera, sincera, dai toni poetici appassionati, vibranti e originali nel loro appartenere alla tradizione colta della poesia italiana.

Rocco Paternostro

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Maurizio Alberto Molinari su “Cleopatra. Divina Donna d’Inferno”

Cleopatra di Antonella Rizzo è un’opera senza dubbio atipica e molto originale a cominciare dalla scelta della sua forma: il prosimetro. E si tratta di un prosimetro che raccoglie abilmente i territori della narrazione e della poesia disegnando una trama avvolgente che emana profumi intensi di prosa poetica, di contenuto, di emozioni, d’amore, di dolore e di una sensibilità speciale e viva che ne determina connotati dettagliati e specifici, dal sapore quasi personale.

In questa opera la Rizzo si immerge in “Cleopatra” vivendo una sorta di simbiosi con questo personaggio dell’antichità, diventandone una sorta di propaggine, una identificazione reale e contemporanea.

Il linguaggio che ne deriva è un condensato di concretezza e chiarezza, una lingua variegata e forbita, mai banale e, soprattutto, di attualità.

Cleopatra-Antonella è una donna che parla del suo sentimento in maniera autorevole e autobiografica, ci conduce nel suo intimo vivere, ci accompagna in riflessioni filosofiche sull’amore e sul senso della vita, una vita che per certi versi rappresenta un passaggio e non un arrivo, un tratto intenso e importante della più elevata tradizione orfica.

“Vi racconto della mia morte/ affinché possiate capire/ che la gloria di una regina/ è misera cosa rispetto all’Amore” (pag 9) è l’esergo di chiusura di Antonella Rizzo al primo testo che appare nel suo “Cleopatra”, struggente e condensato di questo alone che ci accompagnerà per tutto lo svolgimento di questo libro, un libro che ci parlerà dell’Amore con la A maiuscola, un Amore finalmente interpretato e riportato alla sensibilità femminile.

La Poesia di Antonella Rizzo è di uno spessore elevato, ogni singola parola s’inchina a quella successiva danzando sul senso e sul significato, cullando audacemente il verso libero con una musicalità che è sempre presente e pressante, regalando note, sillabe e congiunzioni come fossero il volo di una farfalla su un fiore(Avrò gesti lascivi/ dolci ricompense/ e al battesimo dei sensi/ affogheremo insieme/ nudi come anime – pag. 13).

In questo susseguirsi di aliti preziosi Antonella-Cleopatra ci insegna (a pag. 14) che “Sto impazzendo/ So che il veleno continuo era/ solo brace per nutrire un amore destinato/ a finire come tutte le cose del mondo”. In questo nuovo esergo è palese la densità del dolore, il riflesso di una somma che non si traduce in numero, il vuoto lacerante della mancanza, il sapore eroico della sopravvivenza nelle sembianze di una donna che non può fare a meno di essere ciò che è: una donna-altro, dotata di intelligenza e sensibilità fuori dalla norma.

Il senso della futilità si trasforma in una forma reazionaria in cui il culto della bellezza e dell’essere femmina diventa un orologio di passaggio in questa esperienza del dolore, della perdita e della mancanza dell’Amore assoluto a cui Lei anela.

È in questo modo che Cleopatra-Antonella manifesta tutta la sua capacità di sedurre, la sua arte di conquistatrice, l’abilità di comunicare con quel corpo che parla un linguaggio superiore, costruendo nei movimenti e nelle sue pause, una tensione che seduce più della bellezza stessa (Non avevo arti lunghi né ciglia lunghe ma gli occhi bistrati e quei particolari eleganti e originali mi fecero diventare una delle donne più desiderate della stirpe dei Tolomei – pag. 17).

Così come disegna meravigliosamente la sua personale costruzione del ricordo, intesa come consapevolezza del proprio sentire, della sua precarietà esistenziale, di questo tratto della vita che vive come una transizione, l’ennesimo passaggio a cui prepararsi, per diventare altro: un nuovo spessore, una nuova coscienza, una nuova costanza, un nuovo modo di vivere il proprio spazio al femminile.

… E intorno a questi riflessi emergono potenti la fascinazione, l’estasi della simbiosi carnale, l’incanto cerebrale che Cleopatra personifica “Sapevo quello che si sarebbe detto sul mio conto e nutrivo dei sensi di colpa ma quella era la mia libertà più grande, quella di lasciarmi ora incatenare, ora adorare, poi fuggire e ricominciare, ma ero io la Regina. Io ero l’Amore, l’Odio e la Vendetta” (pag. 21) – “Eppure ti sdrai dal lato del cuore / e l’aria intorno ti sembra pesare / sei carne e dolore se giaci assopito / appresso all’amore carnale e ferito / le serpi intessute non hanno partita” (Pag. 22).

È dunque di una donna molto consapevole che si racconta in questo volume, di una donna che non dimentica nulla del suo ruolo, specificatamente del suo essere madre (magica, adorabile, misteriosa, mitica, mistica). “Mio figlio era malvisto dal popolo. Non si parlava d’altro, della mia smisurata ambizione incarnata in lui, il figlio della strategia, della politica. Ed io a vedere il suo profilo che si stagliava contro il candido lino mi sentivo morire, straziare; mi chiedevo perché lingue così malvagie osavano sputare sentenze come il veleno del cobra. Che ne sapevano i maledetti dell’amore di una madre, della tenerezza muta nel stringere l’uomo che amavo fatto carne nuova? Che il resto del mondo non aveva forse ambizioni per i propri figli, che gli schiavi immaginavano forse una vita di stenti rimirando i loro pargoli? Io nascevo di stirpe nobile e suo padre discendeva da Enea figlio della stessa Venere. Cosa avrei potuto sognare per mio figlio se non il trono dell’Impero e le terre di mio padre sotto un’unica effige?” (pag. 23).

Chiave del mio cuore./ Figlio dell’unico sangue/aulente e dorato narciso./ Quale Dio digiuno di pace/ copre il sonno di agnello immolato./ L’ira di madre protegge le culle/io sottomessa al desìo della notte/ salvo il mio nome e sciolgo la sorte/ dai nodi spinosi di resa e peccato./ Sono la Madre e la Fine dei tempi/ di uomini imberbi che giocano all’asta/ io che disprezzo risa e bruttezza/ pelli innocenti seccate al solstizio (pag. 25).

In questo suo vivere Cleopatra alterna l’ampiezza del suo amore di madre a quello infinito del proprio cuore: Amore, Altissimo, Assoluto: Mai uomo fu più coraggioso di lui. Ero pietra grezza nei sentimenti, perché avevo votato il mio sapere al raggiungimento di alcuni scopi. Lui aveva l’Impero nelle mani e la sua formazione non era di un comune stratega ma di un illuminato. Conosceva la legge e la religione dei suoi avi, la sostanza del suo popolo e dei forestieri. Era il Pontefice Massimo. Vicino alla plebe ma di formazione aristocratica, talmente il suo carisma fu grande che irretì la storia. E Roma non concedeva questa dittatura di pensiero. La morte fu l’unico modo di fermare un Sole senza tempo, senza rivali. E quale donna non sarebbe impazzita dinanzi a una creatura ciclopica e immensa che non teme morale né legge dinanzi a un amore comparso di notte avvolto in un tappeto di pregio? (pag. 30) – Lui è stato il mio unico, grande amore (pag. 31).

E di rilevanza non minore appaiono, a tratti, sezioni purissime di “visioni” al femminile. In questi squarci ogni singola parola si contorce per prendere nuova forma: ecco un notiziario, uno stralcio di lucida cronaca, una descrizione rassegnata del tempo fuggito, il riassunto di una nuova dinastia: Roma non era la città dei marmi dei suoi successori. Cesare intuì la necessità d’imporre il suo rigore a questo immenso formicaio e stava approntando un piano per rendere Roma lo stupore del mondo. Ancora il disordine regnava tra costruzioni di fortuna e la plebe pressava per diventare parte integrante della vita cittadina. L’Egitto non era ancora una provincia romana e lo diventò con Ottaviano… Ero molto più giovane ma scaltra nei modi e nell’approccio. Il mio parlare era come dolcemente ingannevole poiché non proferivo verbo che non fosse frutto meditato sulla complessità dell’azione che la parola scatena.

Come un sasso nell’acqua forma delle onde concentriche che si allargano man mano, così la parola è una pietra lanciata all’uditore. È arte raffinata concatenare i pensieri e le espressioni in modo armonico e intenzionale, e mai le nostre intenzioni devono essere palesate, ma avvolte in tela preziosa e profumata. Non sia mai che ciò che il nostro pensiero intenda possa diventare una temibile arma da usare contro noi stessi… una donna dovrebbe sempre tenere a mente questo concetto (pag. 32).

Cesare era un patrizio, allevato fuori Roma da istruiti liberti e gladiatori coraggiosi che avevano segnato il suo cammino con staffilate di arte oratoria e nerbo di bue. La sua famiglia aveva creduto in lui affidando nelle mani di uomini scelti e alle preghiere dei Lari la sua formazione… – Io ero lunare, uterina e d’umore mutevole; il mondo elegante e divino che aveva circondato la mia infanzia vuota d’amore aveva prodotto delle ferite inguaribili nel mio profondo essere, che si manifestavano in accessi d’ira violenti o in un languore malinconico che molti scambiavano con bizze femminili (pag. 35).

“Verrà il tempo che il nostro amore sarà cagione di ogni male” ci comunica Antonella-Cleopatra a pagina 37, una pagina tra le più interessanti ed elevate dal punto di vista della bellezza e dei contenuti. Una magica alternanza di riflessioni, domande, spunti filosofici accompagnate da parole che cullano per mezzo di uno stile e di una prosa poetica che invita ad abbracciare prima il suono e poi il loro sentire: Verrà il tempo che il nostro amore sarà cagione di ogni male. Un gigante ridotto a polvere, una nave affondata appena salpata dalla riva. – Ma perché amare? Perché abbandonarsi impudentemente a quello che decreterà la nostra fine? Perché gli uomini si cibano di ciò? Che forse la vita non ci tortura ogni momento con la visione di tragedie ispirate al sentimento? – Nessuno dei miei Dèi e di quelli di Cesare fu grato all’Amore. Egli è, al contrario della Morte, causa di disordine e di rovina poiché non rivolge il suo movimento cieco a ciò che è bene ed è giusto per i mortali ma solo al proprio tragico egoismo. – Diverso è il sentimento verso l’amico caro o il proprio figlio e pure per l’animale sacro che veglia fedele la nostra esistenza. Creusa stessa mi sta a cuore più di ogni cosa al mondo e il terrore di perderla durante le sue febbri sconosciute mi getta nello sconforto più profondo. Ma mio figlio non nacque dalla stessa Bestia informe che ora disprezzo? – Luna, e la terra è fertile solo dopo l’inondazione malvagia che semina sconforto e terrore tra i pescatori e le loro donne. Essa, al suo ritrarsi, imbandisce una culla per la messe nuova. – È così, l’Amore è un’avversità necessaria nel ciclo della vita, una medicina dal sapore nauseabondo e necessaria alla reincarnazione.

La vita nasce dal sangue e dalla guerra, e similmente l’Amore distrugge e falcidia per rigenerare l’antica promessa. Anche il destino dell’Impero avvenne così (pag. 37-38).

È una sorta di tamburo che timbra il suo tempo all’infinito ma che, tuttavia, non emette mai esattamente lo stesso suono, innescando in questo modo “il circuito delle sensazioni e del senso esteso della vita”: amore, forza, coscienza, lirismo, sogno, trasformazione. E ancora tensione, intenzione, furore nel passaggio di chiusura successivo: Io non collezionavo gusci vuoti di mitili scartati dalla pesca, ma perle per completare la bellezza del mio gioiello. Cesare cadeva al suolo e portava in sé il segno della predestinazione. Lasciava che il suo corpo venisse rapito dall’uragano e la bava sacra lambisse il contorno delle sue labbra. Eravamo felici (pag. 39). E non meno potente appare la poesia che suggella la prosa precedente: Il potere di una donna ha ali libere / piedi feriti da spigoli e lacrime / marosi violenti in laghi di anime. / Io ti bramo in ogni tua sillaba / verbo d’unica voce che m’ospita (pag. 40). Il taglio femminile, il suo tratto-strato dell’esistere, tutto lo spazio sembra prendere coscienza e consistenza, ogni minuto è dedicato con fierezza al raggiungimento del proprio segno-sogno (il sapore dell’universo al femminile). Così come appare anche nella poesia a pagina 44 (davvero un gioiello) in cui Antonella ci regala passaggi splendidi “È un’arpa quel corpo nudo / sento le corde una volta dure / tendersi al tocco / di un dio di nome straniero… /… Accogli la mia solitudine / condita di ambra e papavero / che ti terrò stretto al petto /e baciando ogni respiro / piangerò la tua distanza.Sembra di sentire la caducità di quel papavero, la sua solitudine, il suo corto respiro, la sua distanza dalla propria ombra, una proiezione impalpabile e sfumata.

 Interessante anche l’utilizzo di alcune parole chiave che stimolano percorsi aforistici: Il potere è l’ozio del cuore. – Il potere è una magia che trasforma una giornata priva di senso ed espressione in un trionfo di gloria infinito – Il potere è una grazia concessa agli uomini eccelsi – L’uomo di potere avrà vita sobria e pasti frugali malgrado gli schiavi pronti e le femmine pazienti… (pag. 45).

L’amore è assenza di pregiudizio. – L’amore è il futuro che non guarda a una risoluzione dei conflitti – L’amore abitua il corpo all’insonnia – L’amante prova orgoglio nell’esibire il suo stato innaturale – L’amore non è per i servi – D’altro canto i fiori rari abitano i giardini di corte e non i greti fangosi (pag. 48).

Il culto della bellezza imperversa nel testo in un diario prezioso e compreso della propria descrizione, dei tratti impavidi della sintesi e della divinazione: Le stanze di Roma sapevano di donna. – La mia casa è armonia e bellezza affinché il corpo sia degno custode dell’anima immortale; Osiris avrà clemenza nell’accogliermi. Per questo amo che il profumo degli incensi e della mirra salgano verso il Sole e rallegrino il Dio. La mia Creusa sa lavare sapientemente la mia pelle con sale e miele sciolti in un recipiente colmo di acqua argillosa di palude. – Poi mi cosparge di acque aromatiche ottenute da rose e gelsomini. – Nessuna ombra deve oscurare il colorito d’ambra.. – … un impasto di ossa di uccello tritate, sterco di mosca, sicomoro e succo di cetriolo. Alla fine la pelle riprendeva turgore con olio di mandorle e cannella. – …un piccolo cono aromatizzato di fragranze che sciogliendosi spandeva l’anima dovunque, fino al cielo (pag. 49).

Ti offro la bellezza, Iside mia / il colore dei campi e delle messi / l’acqua tersa della sapienza. / Luce della potenza è il creato / fiori di loto, mirto e cannella / per la tua benedizione. / Vivrò al tuo fianco avvolta d’eterno / dimentica, ti prego, / ciò che il silenzio ha cancellato (pag. 50).

 Avevo imparato che avrei ricevuto molto di più di quanto concesso solo usando l’arrendevolezza ragionata di una vera donna. Nessun uomo di valore concederebbe la sensazione, seppur fittizia, di una insubordinazione. Quella notte l’amore di frodo fu una festa per il cacciatore, poiché saggiamente lasciai che si consumasse la passione come una trappola per la selvaggina, una sanguinosa battaglia con la resa assoluta del perdente. E quella mia dolcissima schiavitù lo rese dipendente dal mio miele (pag. 51) – Ma l’amore ha spine irte e dolorose. Cesare mi aveva imprigionato come un usignolo in gabbia negli orti trasteverini e godeva della mia bellezza, l’ultima brezza della sua esistenza lasciandosi carezzare da onde di giovinezza audace (pag. 52).

Come penultimo atto eterno Antonella-Cleopatra ci regala un pensiero sulla morte e sulla sua comprensione, intesa come passaggio e non come ultimo comunicato di una fase semplicemente terrena: Addio. Mi rincresce ritirarmi all’improvviso ma il dolore consegnerà alla storia quello che è visibile ai più. Le opere dettate dal bisogno e dalla convenienza, le mura possenti edificate a custodia di un cuore carteggiato dalla speranza vana di vivere nella normalità una vita eccezionale… – Potrei assolvermi in qualunque momento ritirandomi nelle stanze buie della vedovanza amorosa ma forse non basterebbe, e cadrei pericolosamente nell’oblio delle vittime di guerra… – Lascio che la Morte, amica adorata, suoni trionfante lo strumento della vittoria e consegni quella verità ai miseri di spirito… – Quello che avverrà poi è scritto nella speranza del mio popolo, a cui consegno un cuore a pezzi (pag. 58).

Ecco. / Mi incanta l’ultimo, / caro respiro della bellezza / che vaga nelle stanze di Roma (pag. 59).

L’ultimo canto è un testo meraviglioso estrapolato dal Codice VI di Nag Hammadi (conosciuto come “Inno a Iside” – anonimo, IV sec. a.C.) che suggella questa opera Cleopatresca in condensato moderno: Perché Io sono il sapere e l’ignoranza. / Io sono la vergogna e l’impudenza. / Io sono la svergognata; Io sono colei che si vergogna. / Io sono la forza e la paura. /Io sono la guerra e la pace. / Prestatemi attenzione. / Io sono la disonorata e la grande… / Non ridete di me. / E non lasciatemi fuori tra quelli che sono uccisi nella violenza.  / Ma Io, Io sono compassionevole ed Io sono crudele (pag. 61).

Maurizio Alberto Molinari

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Maria Carla Trapani su Cleopatra in “Diwali, rivista contaminata”

Cleopatra racconta, di Antonia

Sì, cambio il titolo all’opera: perché non avvalermi del diritto fondamentale del lettore, creatore necessario, al pari dell’autore, al compiersi del miracolo dell’arte?

Ed era d’altra parte in questo caso inevitabile. Perché la Cleopatra di Antonella ci interpella tutte, e tutti, uomini e donne, in prima persona. Perché la sensualità, che attraversa dalla prima all’ultima parola il succedersi di versi e prosa, investe in pieno chi legge, senza mediazione, e non c’è scampo.

Non c’è scampo ai profumi, alla voce, alle mani e ai capelli di Cleopatra e del suo uomo – e non lo nomino, perché, quest’uomo, è solo di Cleopatra, non è che una parte de corpo di lei. Cleopatra esclude il fuori, il suo esperire pervasivo non risparmia niente e nessuno. E non c’è scampo, per noi, neanche al lucido disegno del potere, alla agghiacciante e al contempo conturbante razionalità della Dea-Regina. Perché nel racconto di Cleopatra anche la Ragione non è altro che estasi dei sensi; l’altro dellaVerständnis, che però della sensualità è anche massima realizzazione.

Il tragitto per gli inferi è lo stesso, per la Carne e per lo Spirito.

Cleopatra racconta il suo uomo, ma racconta se stessa, il corpo di lui che non esiste se non in funzione delcorpo proprio. Descrivendo amplessi, senza mai ricorrere al linguaggio oggettuale dell’odierno commercio, Cleopatra non racconta altro che il Corpo che lei stessa è. Il suo esser Donna, espressione divina-regale-infernale.

Cleopatra racconta con parole senza tempo né spazio.

Non è la lingua straniera dei libri, la sua, e non è neanche la nostra.

Le parole sembrano provenire da una dimensione sospesa, come dopo un’immersione alla fonte dell’Oblio, perché sgorgassero nella purezza, che nulla toglie al loro potere: la loro azione, anzi, ne guadagna in precisione.

L’inattualità è infatti il modo del racconto, la sua atmosfera e la sua arma contro il nostro tempo e il nostro spazio. Il corpo inattuale del racconto divino-regale-infernale è infatti un antidoto al veleno della chiacchiera attuale. Nel tempo sospeso di questo racconto-di-carne, non possiamo trovare appiglio in nessuna delle ideologie (post)femministe a buon mercato.

Cleopatra racconta di stratagemmi e strategie, di godimento erotico auto-centrato e di sottomissione alle mani del maschio, di fierezza regale e di docilità servile. Oscillando dall’una all’altra, rimescola le carte della retorica di genere, nel gesto aurorale della libera posizione del proprio sesso.

Cleopatra racconta, infine, l’atto originario che dà vita all’esperienza totalizzante, di sensi, d’intelletto e di spirito. Un atto colto nella sua potenza ancestrale, nel suo essere fondativo.

Il racconto della costituzione libera del Corpo-che-siamo: liberamente attraversata dall’oscillare tra una femminilità antica, di sottomissione alle mani del maschio, all’intelligenza della donna di Stato. Che l’una e l’altra possano essere liberamente percorse nell’autodeterminazione: questo, Cleopatra, racconta. E questo, Antonella, pretende.

Per sé, per noi, per il Corpo-che-siamo.

Maria Carla Trapani

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Nuccia Martire su “Cleopatra. Divina Donna d’Inferno”

Cleopatra,carne divina e la carne conosce il mondo d’Inferno prima di ogni altro quando ad abitarla è lo spirito di una dea.
L’opera di Antonella Rizzo desta stupore non soltanto perche’ appare come l’arazzo di un amore tra due centauri,Cesare e Cleopatra, ma anche per lo stile che l’autrice sceglie per rappresentarla : l’amplesso fecondo tra poesia e prosa, una commistione che trova il suo apogeo nel monologo della Regina d’Egitto posseduta da Cesare-Eros.
Nelle liriche “s’annida l’amore come sabbia fine portata dal vento”, “il riso amaro di una donna e di secoli”, si concentra il pathos della lacerazione per un sentimento che non dà tregua.Nella prosa, invece, Cleopatra-Antonella, artefice del suo destino,sembra più intenta a lasciare tracce della sua umana divinità,a raccontarsi nei gesti della quotidianità,ad essere una donna impavida perfettamente consapevole del suo fascino innato, regale derivante da una forza primordiale che sembra avere legami con il fuoco, l’acqua, l’aria, la terra,elementi della natura.
Cleopatra è donna e mito, il suo linguaggio la rispecchia e Antonella Rizzo si attiene a darle una parola senza orpelli, nuda che soltanto nella poesia trascende e diventa profetica e sacra. L’autrice,con la sua opera, ci conduce in un non tempo dove l’antichità e la contemporaneità si fondono come nell’amore si fondono la divinità della vita e della morte.

Nuccia Martire

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Antonio Veneziani su “Plethora”

Antonella Rizzo, poeta, artista, scrittrice, ci ha abituati ai suoi cambi di pelle ad ogni libro pur restando sempre “la cantatrice delle ombre che il futuro getta sul presente”, come direbbe Shelley. Voce inconfondibile, potente e leggerissima, la Rizzo insegna la parola significante e racconta il significato dello scrivere con illuminazioni e microscopiche lezioni filosofiche. Nel libro Plethora diviso in quattro sezioni (Genesi, Fuori dal corpo, Dell’arte in corpo, Eros e Thanatos) racconta con parole sicure, decise, senza retorica e falsi pudori il mondo e l’avventura poetica di una persona fuori dalle regole, come lo sono tutti i poeti autentici.

Il libro di Antonella Rizzo è ora sincopato e ironico, ora triste e pensoso ma sempre leggibile. Prende alla gola. Una poesia che non dà spazio a fraintendimenti, la sua. Dice Antonio Veneziani nella prefazione:  “Il punto di convergenza…incatena alla pagina”. Un libro che va letto e assaporato come un vino d’annata, perché Plethora racconta il mondo odierno con i suoi cinismi (tanti) e con la sua poca poeticità.

Antonio Veneziani

 

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Claudio Giovanardi su “Plethora”

Antonella Rizzo è una poetessa dispettosa, che si diverte a depistare il povero lettore in cerca di un filo rosso con il quale orientarsi nei componimenti del nuovo libro di poesie intitolato Plethora (Bevagna, Nuove Edizioni Aldine, 2016, pp. 62, Euro 10, con prefazione di Antonio Veneziani). E quando il lettore si illude di aver trovato la chiave interpretativa, ecco che la poesia seguente manda in frantumi il castello di carte costruito in precedenza. La verità è che il modo di intendere il fare poesia della Rizzo (e lo confermano anche le raccolte precedenti) sfugge a qualsiasi definizione precostituita e rende il percorso di lettura un’affascinante avventura che si rinnova di pagina in pagina. Ogni poesia è un atto autonomo, compiuto in sé, un piccolo mistero nel quale i versi sembrano attingere a risorse espressive profondissime, direi ctonie. Ogni parola si riempie di significati doppi, tripli, di allusioni, di evocazioni che vanno ben oltre il significato letterale. A mio avviso la giustificazione del titolo, Plethora, risiede proprio in questa sovrabbondanza di significazione, in questa capacità di usare le parole come pezzi di marmo che vanno a comporre una scultura dai contorni variabili e indefinibili. In quest’ottica non ha una grande rilevanza mettersi alla ricerca delle tematiche sviluppate nelle quattro sezioni che compongono il libro, perché su tutto domina la forza di una poesia che riesce a rendere ogni argomento primigenio, che impone, con una furia lucida ma ardente, il richiamo a condizioni dell’esistere umano che ognuno di noi reca in sé, benché sepolte sotto strati di ipocrisia, di convenzioni, di acquiescenza verso le mode. Nella Rizzo la capacità disvelatrice della poesia è implacabile, sempre e comunque.

A riprova di ciò che sto affermando, vorrei mettere a confronto due poesie molto diverse nei contenuti, ma assolutamente affini nel modo di scandire i versi. La poesia d’apertura della raccolta s’intitola “Adamo” ed è un’invettiva contro il nostro progenitore: “Adamo non perdonerò mai / la natura stessa dell’inganno / farti cimice insignificante / senza sangue, storia, una dimora / farti monaco, romita, clericale / caricare colpe a serpi e donne / nascondendo mele da addentare”. Nell’ultima sezione, intitolata “Eros e Thanatos”, la poesia “I due del tavolo accanto” è invece fondata su modi intimisti: “Trattasi di un epilogo che scuote / poiché la comoda esistenza / rende glabre le gambe di una donna / anche quando è vello ovino / lasciarsi rimirare non da un uomo / ma un meccanismo di copula a comando. / L’uomo al tavolo vicino / mostra segni d’arte ed è consunto / dallo stringere vite in corsetti / fatti di stecche di balena / sul tavolo rovescia la Juliette, / dagli accenti tonici mi sembra / che inarchi il corpo con amore / e insieme si chiudono a compasso / frugando labbra da baciare / Se solo potessero parlare…”

Bene: chi è più trasfigurato tra Adamo e l’uomo della seconda poesia? Chi è più tangibile, realistico, afferrabile? Chi è simbolo e chi carne e sangue? La potenza poetica della Rizzo è tutta qui: rendere simbolico ciò che è reale e rendere reale ciò che è simbolico. I confini si annullano, come pure le certezze si disfanno. Ma se chiediamo alla poesia di trascinarci in mondi “altri”, se le chiediamo una verità che non è quella dei giornali e della televisione, se le chiediamo di impegnarci a riflettere, a soffrire, a godere, allora in questo libro di Antonella Rizzo troveremo un punto di riferimento di alta qualità.

Claudio Giovanardi

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Franca Palmieri legge “Plethora” di Antonella Rizzo

È un’ abbondante affluenza di sangue la definizione che più si addice alla raccolta poetica della Rizzo, poiché nel leggere i suoi versi in Plethora, si avverte qualcosa che ribolle nelle vene profonde dell’essere e cerca di fluire in canali ormai stretti per contenere l’enorme massa di espressioni che li pervade. È incontenibile tutto ciò che la scrittrice sente e che ha urgenza di svelare. La passione la nutre e la ispira. Nel mondo odierno è più facile assistere a una mancanza di emozioni, sentimenti, coraggio di parlare e di agire, piuttosto che a una così forte presenza di moti dell’anima ed è questo che sorprende a ogni lettura e rilettura delle sue poesie.
Istintivamente si potrebbe pensare che ogni eccesso sia negativo, ma non è così, in quanto la poeta osserva e descrive l’eccedenza con attenzione e acume, interrogandosi fuori e dentro di sé, provando a dare delle risposte. In tal modo suscita curiosità e stimoli di approfondimento.
Quando si parla di sangue, naturalmente si parla del corpo in cui scorre, perché è il sangue che lo alimenta e lo ossigena e il corpo è preso in grande considerazione.
La poesia della Rizzo è ricca di effetti ritmici e musicali come in
Ildegonda:
Kikirikì këndoj gjeli/ pjetri bëri buk meli…  
Cjè marjana doj një cik/ e barkan preu me at thikë…

Un istante al crepuscolo  
e il tempo si vuota           
tra le tenebre e il giorno.
Così ricordo in quel contraltare
gli anni della grande solitudine  
segnarmi il corpo con la Croce   
cercando la tua testa in mezzo ai banchi

Kikirikì këndoj gjeli/ pjetri bëri buk meli…                                
Cjè marjana doj një cik/ e barkan preu me at thikë…                
Me një thikë

Antica nenia arbereshe:
Chicchirichì cantò il gallo / Pietro mangiava pane di miglio…
Zia Marianna ne voleva un po’/ e la pancia lo tagliò con il coltello…

Tra gli ultimi bagliori di luce e le prime ombre della sera, appare il ricordo ancora dolorante di una solitudine totale, vissuta in precario equilibrio dove si fa strada con forza il sano desiderio di una presenza femminile rassicurante, come una nenia dell’infanzia. La lirica debutta con ritmo piuttosto rapido, reso musicale da allitterazioni e assonanze fino all’allungarsi dei versi in un crescendo di pathos che culmina nell’ultimo, accompagnato dalla spiccata sonorità tranquillizzante della filastrocca, che riaffiora per mitigare la sofferenza provata. La poesia in questo caso ha, come afferma Leopardi, il compito di conservare il passato per redimerlo alla luce dell’oggi.

Altri effetti sono dati dal numero delle sillabe, accenti, pause, anafore che rinviano o suscitano particolari e immediate sensazioni Il primo cristallo si rompe. Il secondo cristallo si rompe. Il terzo cristallo si rompe; asindeti  senza sangue, storia, una dimora; inversioni; enjambement. Il ritmo dei versi segue emozioni e stati d’animo, ne asseconda l’andamento e per questo, non risulta mai monotomo, come accade per le strofe. I testi poetici evidenziano un rapporto molto forte tra forma e contenuto tale da creare un’unione indissolubile. Gli effetti sonori, intrecciandosi con immagini simboliche, rendono estremamente espressivi i messaggi trasmessi: Si fa immobile il sole. Ecco perchè cerco luce / ma luce piccola e lieve/ di una lanterna notturna / retta in mano durante un travaglio. Il linguaggio è ricercato attraverso l’uso di termini inusuali, tratti da linguaggi specifici di arti e discipline, versatili e coloriti, stranieri, latini o derivanti dal latino e dal greco Sono l’unica padrona / di questo confino / e tu il predatore gagè.
Le tematiche vengono presentate con stile raffinato e colto: Genesi imperfetta / della parola amante / servitù inattuabile di carne sovrana; in alcuni casi il registro linguistico si fa più quotidiano e colloquiale: Sono qua / ad aspettare il giorno / con un canestro di verbi nuoviDio, sono una ladra! facendo emergere la personalità dell’autrice, capace di coinvolgere e scuotere dall’immobilità.

La silloge è suddivisa in quattro parti: Genesi, Fuori dal corpo, Dell’arte nel corpo (reciprocità), Eros e Thanatos.
In Genesi si torna alle origini dell’uomo e della donna;  alcune delle prime riflessioni riguardano proprio quest’ultima. Nel mondo femminile si è ben accolti e compresi, anche se quello spazio riservato racchiude grandi sofferenze (Cadranno i singhiozzi nella pozza madre, Alle mie donne). Il dolore comune apre la via a un ricordo lontano che fa ancora male, ma viene smorzato dagli anni e da suoni confortanti che affiorano delicatamente (Così ricordo in quel contraltare/ gli anni della grande solitudine, Ildegonda). Sorgono con impeto domande su falsi comportamenti, desideri di guardare in profondità le cose, di sentirsi ancora in patria, berne l’acqua ristoratrice: Io venivo a bere ed assetata / tornavo più avida di prima.
L’uomo è uno sbaglio in quanto unico essere vivente in grado di oscurare i propri orizzonti. Si impegna a onorare i morti confidando in un aldilà, va avanti con il progresso scientifico per debellare ogni malattia, a volte manifesta l’amore, a volte non si esprime affatto. Incoraggia l’autonomia, lavora instancabilmente, ma è talmente ambizioso da non avere alcuna attenzione per i suoi simili, così da spopolare la terra, trasformandola in un enorme e agghiacciante necropoli. In Fuori dal corpo emerge spontaneamente la pietas, come sentimento che induce amore, compassione e rispetto verso il prossimo, oggi quasi scomparsa per l’individualismo dominante. L’ambizione che tutti rincorrono non porta nulla di buono e oscura qualsiasi possibilità di futuro: Ma l’opera dei becchini ambiziosi / trasforma ogni zona, seppure franca / in un popoloso cimitero. L’autrice consapevole del fatto che viviamo un tempo di morte, va alla ricerca della bellezza e, quando vicende avverse la trascinano, avverte la pesantezza e l’inutilità delle falsità; preferisce ascoltare le voci e i pianti dei suoi simili, li accoglie e tiene con sé il segreto: L’abisso non piange, / reca il segreto/ che è meglio / affamarsi d’aria e di pane / che gettarsi nel vuoto sfamati. Si muore perché si è persa la capacità di scegliere Il tempo di morire / assomiglia alla guerra dell’ultimo notiziario / che mostra i bisturi di nuova generazione. L’ispirazione nasce dal rapporto che la Rizzo ha con l’arte, in particolar modo con pittori quali Ortona, Tortorella, Rapsa, Von Stuck  e poeti. Si sofferma sulle opere di Rapsa in cui viene “sedotta dall’innocenza del bianco”, diventa spirito errante, invitata dall’artista che l’“assedia nel cuore”, si immedesima in Circe, Santa Sara la Nera, che attende la devozione di pellegrini gitani per celebrare la Resurrezione. Infine disegna con ammirazione e gratitudine due indimenticabili immagini di poeti La figlia di Ishtar, immune a tentativi di conquista… femmina amorosa, Poeta Donnaavvoltoio e Cerbero. / S’accoda all’umanità piangente / gode dei languori mai narrati / similitudini tra mali. In Eros e Thanatos, le pulsioni di vita o di morte, che scandiscono la dimensione psichica e biologica di ogni essere vivente, si delineano volta per volta in sguardi silenziosi che accendono i sensi, scivolando in una fantasia erotica condivisa e realistica (dagli accenti tonici mi sembra / che inarchi il corpo con amore e insieme si chiudono a compasso / frugando labbra da baciare I due del tavolo accanto) o nel sacrificio di chi, pur avendo un’anima che trapassa il tempo, diventa carne e s’immola alla verità, senza compromessi Se non è questo il sacrificio… / farsi carne e sentirne la crudezza / quando l’anima è fuori da ogni tempo e già divina nelle parole.
Infine la Rizzo si domanda dove finiranno gli innumerevoli sedicenti poeti, che sognano di entrare nella Storia della Letteratura, dopo aver riempito abbondandemente le biblioteche con i loro versi e poemi.
Il suo desiderio invece, è nutrirsi smisuratamentedi tutto ciò che la circonda, come un mitico animale, per sentirsi parte integrante di un tutto. Questo le permette di esprimere i diversi aspetti della sua identità e di sentirsi appagata nelle relazioni con gli altri. Il passo successivo è descrivereil mondo con cui è entrata profondamente in contatto, in completa autonomia e indipendenza.
E dopo questa grande abbuffata immagino di ritirarmi in una caverna lussuosa […] e di passare il resto della mia vita a descrivere le caratteristiche di tanta appassionata libagione.

Franca Palmieri 18 Marzo 2017

 

 

 

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