Antonio Veneziani su Plethora

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Antonella Rizzo, poeta, artista, scrittrice, ci ha abituati ai suoi cambi di pelle ad ogni libro pur restando sempre “la cantatrice delle ombre che il futuro getta sul presente”, come direbbe Shelley. Voce inconfondibile, potente e leggerissima, la Rizzo insegna la parola significante e racconta il significato dello scrivere con illuminazioni e microscopiche lezioni filosofiche. Nel libro Plethora diviso in quattro sezioni (Genesi, Fuori dal corpo, Dell’arte in corpo, Eros e Thanatos) racconta con parole sicure, decise, senza retorica e falsi pudori il mondo e l’avventura poetica di una persona fuori dalle regole, come lo sono tutti i poeti autentici.

Il libro di Antonella Rizzo è ora sincopato e ironico, ora triste e pensoso ma sempre leggibile. Prende alla gola. Una poesia che non dà spazio a fraintendimenti, la sua. Dice Antonio Veneziani nella prefazione:  “Il punto di convergenza…incatena alla pagina”. Un libro che va letto e assaporato come un vino d’annata, perché Plethora racconta il mondo odierno con i suoi cinismi (tanti) e con la sua poca poeticità.

Plethora
Autore: Antonella Rizzo
Editore: Nuove Edizioni Aldine
Collana: Atelier Angelus Novus
Anno 2016
Pag. 62
Euro 10,00
ISBN 788890899584
Prefazione di Antonio Veneziani

 

Maria Rizzi su “Confessioni di una giovane eretica”

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Le liriche della Silloge “Confessioni di una giovane eretica” sono
caratterizzate stilisticamente dall’ampiezza del respiro strofico e da
amplificazioni di senso create dai versi coniugati spesso al passato remoto o posti in forma
interrogativa : “E non so se ho vissuto / tra diaspore di pensieri / o nella
rugiada del mattino” – versi tratti da “Dejà vu”.
La vita è in bilico tra ciò che  e ciò che potrebbe essere stata… E’ rievocato, come in altre liriche di
Antonella il mondo dell’infanzia, violata dagli elementi, che ora sembrano vagliati dal ricordo.
Nei versi della Silloge “Il sonno di Salomé”erano parte del caos, che caratterizza
l’infanzia, l’adolescenza, in questa nuova Opera compongono un quadro,
fedeli a una nuova inconsapevole regola, quella del realismo: “Alza la
polvere il vento indiscreto / spezzando le piccole ali di fata / a giovani
insetti e a cime di fiori / folate di nuovo, di sacro, di incanto” – versi
tratti da “Primavera”.
Il sogno si identifica con l’incubo, come l’impossibilità di un ritorno al
grembo, inteso in qualunque sua accezione. E’ reimmersione nel ciclo perenne
di morte e rinascita, discesa negli alvei oscuri pervasi da linfe sorgive:
“Mi aspettavi dove l’inferno / prearava brace e ferro / per difendere il
segreto / dalle spade del risveglio” – versi tratti da “Sogno”.
Si alternano nella scelta dell’Autrice le immagini dei ‘vampiri’ dalle brame
viscide a quelle dell’amore che “nutre la fame e culla i miei sogni / calice
di liquide trasparenze / di dolci e vermigli frutti di sangue” – versi
tratti da “Vorrei”.
La donna sceglie, da ‘eretica – dal latino haereticu = che ha fatto la sua
scelta -, di non guardare il tempo che scorre attraverso lenti deformanti,
di desiderare e temere al tempo stesso, con la stessa devastante intensità.
La lirica “L’egoista” è l’atto più alto, potente e disarmato della Raccolta.
Vi è stato un uomo che ha pagato dazio per i danni procurati. La sua resa
non basta alla nostra Autrice per dimenticare il buio degli anni che chiedevano la luce e
non sceglie un inutile perdono… così egoista il perdono…non salva
nessuno.
In alcune poesie si respirano aspetti irriverenti, di autentica invettiva,
espresse con sobrietà verbale, con musica gradevolmente ruvida, ma con viva
intensificazione delle figure retoriche fondamentali per rafforzare i
concetti. “L’urlo e il silenzio”, per esempio, è un’escalation di sostantivi
e di verbi, seguiti negli ultimi cinque versi da ossimori incandescenti:
“Sgomenta si chiede / perché la rabbia non grida / non urla il silenzio /
perché l’invidia e il dolore / non scoppiano dentro”.
Ma, a fronte di una vena lirica tanto sanguigna, il senso dell’attesa resiste.
L’Autrice, che nel componimento “Il fuoco addosso”, si definisce ‘bossolo vacante’, resta
anche tesa ad arco verso la scelta della luce. La teme, perché diffida, ma ne attende la
rivelazione: ” Io diffido della luce, Padre / quando non si vela al mio cospetto / e ripete
come grani di rosari scuri / i precetti e le sue benedizioni” – versi tratti da “Eresia della luce”.
Tremano gli arbusti dei cuori sullo spartito di un’Artista che strappa la propria maschera e,
spinge a togliere le nostre: ” Eppure cerco / e so di spargere ovunque / la semenza dell’inquietudine”-
versi tratti da “Eppure cerco”, e si esce in stato di magico, destabilizzante surplace dalla lettura dei suoi
versi di sangue e sogni.

Maria Rizzi