Su Giroma “La terra di tutti” di Massimo Pacetti

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Massimo Pacetti appartiene a quella schiera di autori incollocabili in un genere preciso.

Oggi la letteratura stagna in una palude di personaggi in cerca d’autore, di manifesti esistenzialistici, di status di ogni tipo.

Posso azzardare che le cose che leggo ultimamente sono intrise di un moralismo post-industriale che teme l’azzardo visionario dell’autore di razza, sfuggente e indefinibile per natura. La sua ultima opera “La terra di tutti” porta la firma della storica casa editrice Edilazio, che ha appena festeggiato in Campidoglio i suoi 50 anni di attività con la partecipazione di illustri esponenti del mondo culturale, artistico e politico del Lazio.

Io non sono una viaggiatrice e neanche Pacetti lo è nel senso letterale del termine. Lo affermo con una sorta di sfida contemplando i suoi versi asciutti che rincorrono l’angolo e sbucano in una viuzza di Harlem passando dal Tropico del Capricorno……Lo dico perché reputo che il viaggiatore non sia colui che si sposta compulsivamente ma l’uomo che contempla, che non compie razzie di emozioni in terra altrui riportando orgogliosamente ferite di viaggio.

Il viaggiatore dell’anima, spinto dalla contingenza e dalla necessità fisica e psicologica, non programma la sua vita con metodicità, a tavolino ma viene risucchiato, desiderato, fagocitato dagli eventi e si abbandona alla sincronicità delle coincidenze, domando con grazia e saggezza l’onda anomala della cattiva sorte.

“…quando la morte

si ferma sulla vetta

di una montagna

le parole sono il sogno

di un eroe che è morto

là dove voleva vivere”.

Così sono le sue liriche. Egli è un uomo formato alla politica e conosce i meccanismi perversi e complessi di chi si occupa della cosa pubblica ma la sua personalità emerge miracolosamente incontaminata dalle leggi economiche che paralizzano l’intelligenza emotiva e la creatività umana.

Sono ammaliata dalle sue descrizioni, minuziose ed eleganti, fatte di versi intensi, scanzonati e gravi, pregni di quell’ironia positiva di cui l’esistenza ha un assoluto bisogno. La ricerca del particolare e il bisogno di comunicare con le istanze fisiche del nostro pianeta lo rende produttore di cultura vera, non viaggiatore di frodo ma rispettoso fruitore di esperienze e di emozioni.

“Sono salito fra i boschi

per fotografare la voce degli uccelli

e il gorgogliare

dell’acqua del ruscello

nascosto nell’erba

e per udire le ondeggianti

vette dei pini e degli abeti

e tenere nella mano le pietre:

che da millenni erano ad aspettarmi”.

Pochi giorni fa si è festeggiato il Terra madre day, uno dei tanti disperati ed encomiabili tentativi di incutere consapevolezza attraverso un programma di responsabilizzazione. Ottima iniziativa, ma il senso intrinseco della pienezza della parola terra ancora ci sfugge. Tutti noi siamo diventati dei consumatori voraci di vita e abbiamo occultato la faccia vera della medaglia, quella che regola i rapporti tra i viventi. La Madre Terra, da entità superiore e trascendente divinizzata nelle civiltà antiche si è trasformata in un una miniera a cui attingere con un rapporto di sudditanza inversa, schiavizzata dal sistema di produzione che rappresenta la nostra emancipazione.

Così si sono evoluti anche i rapporti tra gli esseri umani, fratelli nel cosmo ma acerrimi nemici in una lotta intestina che vede contrapposte culture e fazioni, come in una lontana preistoria del mondo dove la lotta, finalizzata alla sopravvivenza, era però regolata da un codice etico a noi sconosciuto.

Questo mi ha profondamente colpito nell’ultima silloge di Pacetti, scrittore prolifico e fecondo: l’amore per la Terra di tutti, la capacità di riunire prassi e cuore in una sola percezione, splendidamente suggerita da parole suggestive e non banali. Una conoscenza del mondo come patria comune, come momenti di tempo che si alternano in una meridiana di luoghi ameni eppure vicini alla sensibilità di ognuno, quel concetto di conoscenza che rispetta i principi archetipici insiti nell’immaginario collettivo, malgrado la forza distruttrice della globalizzazione che vorrebbe operare una distinzione netta tra locali e globali, relegando i primi alla non-conoscenza e alla subordinazione nei confronti dei secondi.

E nei suoi versi si rivela l’uomo, generoso e incosciente nel valicare pregiudizi e confini mentali, malgrado le severe lezioni della vita che avrebbero potuto paralizzarlo e confinare la speranza in una torre inaccessibile. Egli osserva con rinnovato stupore i meccanismi che regolano la conflittualità umana, le ingiustizie, la terra arida sterile di frutti e il sinuoso movimento dell’animale, come nella lirica dedicata ai gatti. Pacetti è un uomo politico, inteso come significato etimologico ed opera una speculazione verbale e intellettuale nella società che lo circonda in modo attivo, costantemente presente.

“….qual era la forza immensa

che si stava prendendo la mia vita?

Dietro il tormento indecifrabile

Mi attanagliava la mente, il corpo

I muscoli, ogni parte vitale…”

Eppure non possiamo parlare di poesia sociale, termine restrittivo e categorizzante perché il poeta, nonostante attinga la sua ispirazione dalla realtà esterna e ne sottolinei velatamente le miserie, il baratro delle differenze come la bellezza delle uguaglianze e non si abbandoni facilmente all’introspezione egocentrata, sa mantenere i rapporti con le caratteristiche fondamentali della scrittura come Arte assoluta e non necessariamente funzionale a un fine secondario.

Il concetto di Bellezza si fa etica ed estetica nella poesia di Pacetti: le descrizioni delle città sono miniature di architetture preziose ma anche di sentimenti dignitosi, stradine che portano al cuore di donne e di madri, città come Lisbona morbidamente adagiate su dormeuse di velluti blu come il mare, mangrovie antropizzate come braccia umane. Metafore e suggestioni corrono su binari paralleli che, nonostante lo stile mai edulcorato, trasportano immagini e le trasformano in sentimenti.

La metrica libera ha una gradevolezza assoluta che mantiene la tensione emotiva dei primi versi fino alla fine, senza ripiegamenti ecolalici che nei componimenti di media lunghezza rischiano sovente di comparire nella ricerca di una musicalità della parola. È da apprezzare la modernità della scrittura, lineare ma non semplicistica, senza sovraccarichi stilistici e elaborazioni didascaliche in nome di una presunto intellettualismo di nicchia mai superato.

La realtà, presentata nella sua nudità percepibile dai sensi periferici si staglia lapidaria sui fogli di carta ma, come nelle essenze di alta profumeria, la nota di fondo arriva appena la fragranza ha stabilito il suo possesso. E qual è l’ingrediente prezioso e scarsamente segreto che mette in comunicazione due livelli non naturalmente comunicanti? È l’ironia, naturalmente.

L’ironia appartiene tanto alla sofferenza che alla felicità, e l’uomo che viaggia nella speranza di ritrovarsi porta sempre con sè e con la sua penna la capacità di sorridere e di prendere le giuste distanze dalla quotidianità e dalla dipendenza.

Antonella Rizzo

Maurizio Alberto Molinari su “Cleopatra. Divina Donna d’Inferno”

Cleopatra di Antonella Rizzo è un’opera senza dubbio atipica e molto originale a cominciare dalla scelta della sua forma: il prosimetro. E si tratta di un prosimetro che raccoglie abilmente i territori della narrazione e della poesia disegnando una trama avvolgente che emana profumi intensi di prosa poetica, di contenuto, di emozioni, d’amore, di dolore e di una sensibilità speciale e viva che ne determina connotati dettagliati e specifici, dal sapore quasi personale.

In questa opera la Rizzo si immerge in “Cleopatra” vivendo una sorta di simbiosi con questo personaggio dell’antichità, diventandone una sorta di propaggine, una identificazione reale e contemporanea.

Il linguaggio che ne deriva è un condensato di concretezza e chiarezza, una lingua variegata e forbita, mai banale e, soprattutto, di attualità.

Cleopatra-Antonella è una donna che parla del suo sentimento in maniera autorevole e autobiografica, ci conduce nel suo intimo vivere, ci accompagna in riflessioni filosofiche sull’amore e sul senso della vita, una vita che per certi versi rappresenta un passaggio e non un arrivo, un tratto intenso e importante della più elevata tradizione orfica.

“Vi racconto della mia morte/ affinché possiate capire/ che la gloria di una regina/ è misera cosa rispetto all’Amore” (pag 9) è l’esergo di chiusura di Antonella Rizzo al primo testo che appare nel suo “Cleopatra”, struggente e condensato di questo alone che ci accompagnerà per tutto lo svolgimento di questo libro, un libro che ci parlerà dell’Amore con la A maiuscola, un Amore finalmente interpretato e riportato alla sensibilità femminile.

La Poesia di Antonella Rizzo è di uno spessore elevato, ogni singola parola s’inchina a quella successiva danzando sul senso e sul significato, cullando audacemente il verso libero con una musicalità che è sempre presente e pressante, regalando note, sillabe e congiunzioni come fossero il volo di una farfalla su un fiore(Avrò gesti lascivi/ dolci ricompense/ e al battesimo dei sensi/ affogheremo insieme/ nudi come anime – pag. 13).

In questo susseguirsi di aliti preziosi Antonella-Cleopatra ci insegna (a pag. 14) che “Sto impazzendo/ So che il veleno continuo era/ solo brace per nutrire un amore destinato/ a finire come tutte le cose del mondo”. In questo nuovo esergo è palese la densità del dolore, il riflesso di una somma che non si traduce in numero, il vuoto lacerante della mancanza, il sapore eroico della sopravvivenza nelle sembianze di una donna che non può fare a meno di essere ciò che è: una donna-altro, dotata di intelligenza e sensibilità fuori dalla norma.

Il senso della futilità si trasforma in una forma reazionaria in cui il culto della bellezza e dell’essere femmina diventa un orologio di passaggio in questa esperienza del dolore, della perdita e della mancanza dell’Amore assoluto a cui Lei anela.

È in questo modo che Cleopatra-Antonella manifesta tutta la sua capacità di sedurre, la sua arte di conquistatrice, l’abilità di comunicare con quel corpo che parla un linguaggio superiore, costruendo nei movimenti e nelle sue pause, una tensione che seduce più della bellezza stessa (Non avevo arti lunghi né ciglia lunghe ma gli occhi bistrati e quei particolari eleganti e originali mi fecero diventare una delle donne più desiderate della stirpe dei Tolomei – pag. 17).

Così come disegna meravigliosamente la sua personale costruzione del ricordo, intesa come consapevolezza del proprio sentire, della sua precarietà esistenziale, di questo tratto della vita che vive come una transizione, l’ennesimo passaggio a cui prepararsi, per diventare altro: un nuovo spessore, una nuova coscienza, una nuova costanza, un nuovo modo di vivere il proprio spazio al femminile.

… E intorno a questi riflessi emergono potenti la fascinazione, l’estasi della simbiosi carnale, l’incanto cerebrale che Cleopatra personifica “Sapevo quello che si sarebbe detto sul mio conto e nutrivo dei sensi di colpa ma quella era la mia libertà più grande, quella di lasciarmi ora incatenare, ora adorare, poi fuggire e ricominciare, ma ero io la Regina. Io ero l’Amore, l’Odio e la Vendetta” (pag. 21) – “Eppure ti sdrai dal lato del cuore / e l’aria intorno ti sembra pesare / sei carne e dolore se giaci assopito / appresso all’amore carnale e ferito / le serpi intessute non hanno partita” (Pag. 22).

È dunque di una donna molto consapevole che si racconta in questo volume, di una donna che non dimentica nulla del suo ruolo, specificatamente del suo essere madre (magica, adorabile, misteriosa, mitica, mistica). “Mio figlio era malvisto dal popolo. Non si parlava d’altro, della mia smisurata ambizione incarnata in lui, il figlio della strategia, della politica. Ed io a vedere il suo profilo che si stagliava contro il candido lino mi sentivo morire, straziare; mi chiedevo perché lingue così malvagie osavano sputare sentenze come il veleno del cobra. Che ne sapevano i maledetti dell’amore di una madre, della tenerezza muta nel stringere l’uomo che amavo fatto carne nuova? Che il resto del mondo non aveva forse ambizioni per i propri figli, che gli schiavi immaginavano forse una vita di stenti rimirando i loro pargoli? Io nascevo di stirpe nobile e suo padre discendeva da Enea figlio della stessa Venere. Cosa avrei potuto sognare per mio figlio se non il trono dell’Impero e le terre di mio padre sotto un’unica effige?” (pag. 23).

Chiave del mio cuore./ Figlio dell’unico sangue/aulente e dorato narciso./ Quale Dio digiuno di pace/ copre il sonno di agnello immolato./ L’ira di madre protegge le culle/io sottomessa al desìo della notte/ salvo il mio nome e sciolgo la sorte/ dai nodi spinosi di resa e peccato./ Sono la Madre e la Fine dei tempi/ di uomini imberbi che giocano all’asta/ io che disprezzo risa e bruttezza/ pelli innocenti seccate al solstizio (pag. 25).

In questo suo vivere Cleopatra alterna l’ampiezza del suo amore di madre a quello infinito del proprio cuore: Amore, Altissimo, Assoluto: Mai uomo fu più coraggioso di lui. Ero pietra grezza nei sentimenti, perché avevo votato il mio sapere al raggiungimento di alcuni scopi. Lui aveva l’Impero nelle mani e la sua formazione non era di un comune stratega ma di un illuminato. Conosceva la legge e la religione dei suoi avi, la sostanza del suo popolo e dei forestieri. Era il Pontefice Massimo. Vicino alla plebe ma di formazione aristocratica, talmente il suo carisma fu grande che irretì la storia. E Roma non concedeva questa dittatura di pensiero. La morte fu l’unico modo di fermare un Sole senza tempo, senza rivali. E quale donna non sarebbe impazzita dinanzi a una creatura ciclopica e immensa che non teme morale né legge dinanzi a un amore comparso di notte avvolto in un tappeto di pregio? (pag. 30) – Lui è stato il mio unico, grande amore (pag. 31).

E di rilevanza non minore appaiono, a tratti, sezioni purissime di “visioni” al femminile. In questi squarci ogni singola parola si contorce per prendere nuova forma: ecco un notiziario, uno stralcio di lucida cronaca, una descrizione rassegnata del tempo fuggito, il riassunto di una nuova dinastia: Roma non era la città dei marmi dei suoi successori. Cesare intuì la necessità d’imporre il suo rigore a questo immenso formicaio e stava approntando un piano per rendere Roma lo stupore del mondo. Ancora il disordine regnava tra costruzioni di fortuna e la plebe pressava per diventare parte integrante della vita cittadina. L’Egitto non era ancora una provincia romana e lo diventò con Ottaviano… Ero molto più giovane ma scaltra nei modi e nell’approccio. Il mio parlare era come dolcemente ingannevole poiché non proferivo verbo che non fosse frutto meditato sulla complessità dell’azione che la parola scatena.

Come un sasso nell’acqua forma delle onde concentriche che si allargano man mano, così la parola è una pietra lanciata all’uditore. È arte raffinata concatenare i pensieri e le espressioni in modo armonico e intenzionale, e mai le nostre intenzioni devono essere palesate, ma avvolte in tela preziosa e profumata. Non sia mai che ciò che il nostro pensiero intenda possa diventare una temibile arma da usare contro noi stessi… una donna dovrebbe sempre tenere a mente questo concetto (pag. 32).

Cesare era un patrizio, allevato fuori Roma da istruiti liberti e gladiatori coraggiosi che avevano segnato il suo cammino con staffilate di arte oratoria e nerbo di bue. La sua famiglia aveva creduto in lui affidando nelle mani di uomini scelti e alle preghiere dei Lari la sua formazione… – Io ero lunare, uterina e d’umore mutevole; il mondo elegante e divino che aveva circondato la mia infanzia vuota d’amore aveva prodotto delle ferite inguaribili nel mio profondo essere, che si manifestavano in accessi d’ira violenti o in un languore malinconico che molti scambiavano con bizze femminili (pag. 35).

“Verrà il tempo che il nostro amore sarà cagione di ogni male” ci comunica Antonella-Cleopatra a pagina 37, una pagina tra le più interessanti ed elevate dal punto di vista della bellezza e dei contenuti. Una magica alternanza di riflessioni, domande, spunti filosofici accompagnate da parole che cullano per mezzo di uno stile e di una prosa poetica che invita ad abbracciare prima il suono e poi il loro sentire: Verrà il tempo che il nostro amore sarà cagione di ogni male. Un gigante ridotto a polvere, una nave affondata appena salpata dalla riva. – Ma perché amare? Perché abbandonarsi impudentemente a quello che decreterà la nostra fine? Perché gli uomini si cibano di ciò? Che forse la vita non ci tortura ogni momento con la visione di tragedie ispirate al sentimento? – Nessuno dei miei Dèi e di quelli di Cesare fu grato all’Amore. Egli è, al contrario della Morte, causa di disordine e di rovina poiché non rivolge il suo movimento cieco a ciò che è bene ed è giusto per i mortali ma solo al proprio tragico egoismo. – Diverso è il sentimento verso l’amico caro o il proprio figlio e pure per l’animale sacro che veglia fedele la nostra esistenza. Creusa stessa mi sta a cuore più di ogni cosa al mondo e il terrore di perderla durante le sue febbri sconosciute mi getta nello sconforto più profondo. Ma mio figlio non nacque dalla stessa Bestia informe che ora disprezzo? – Luna, e la terra è fertile solo dopo l’inondazione malvagia che semina sconforto e terrore tra i pescatori e le loro donne. Essa, al suo ritrarsi, imbandisce una culla per la messe nuova. – È così, l’Amore è un’avversità necessaria nel ciclo della vita, una medicina dal sapore nauseabondo e necessaria alla reincarnazione.

La vita nasce dal sangue e dalla guerra, e similmente l’Amore distrugge e falcidia per rigenerare l’antica promessa. Anche il destino dell’Impero avvenne così (pag. 37-38).

È una sorta di tamburo che timbra il suo tempo all’infinito ma che, tuttavia, non emette mai esattamente lo stesso suono, innescando in questo modo “il circuito delle sensazioni e del senso esteso della vita”: amore, forza, coscienza, lirismo, sogno, trasformazione. E ancora tensione, intenzione, furore nel passaggio di chiusura successivo: Io non collezionavo gusci vuoti di mitili scartati dalla pesca, ma perle per completare la bellezza del mio gioiello. Cesare cadeva al suolo e portava in sé il segno della predestinazione. Lasciava che il suo corpo venisse rapito dall’uragano e la bava sacra lambisse il contorno delle sue labbra. Eravamo felici (pag. 39). E non meno potente appare la poesia che suggella la prosa precedente: Il potere di una donna ha ali libere / piedi feriti da spigoli e lacrime / marosi violenti in laghi di anime. / Io ti bramo in ogni tua sillaba / verbo d’unica voce che m’ospita (pag. 40). Il taglio femminile, il suo tratto-strato dell’esistere, tutto lo spazio sembra prendere coscienza e consistenza, ogni minuto è dedicato con fierezza al raggiungimento del proprio segno-sogno (il sapore dell’universo al femminile). Così come appare anche nella poesia a pagina 44 (davvero un gioiello) in cui Antonella ci regala passaggi splendidi “È un’arpa quel corpo nudo / sento le corde una volta dure / tendersi al tocco / di un dio di nome straniero… /… Accogli la mia solitudine / condita di ambra e papavero / che ti terrò stretto al petto /e baciando ogni respiro / piangerò la tua distanza.Sembra di sentire la caducità di quel papavero, la sua solitudine, il suo corto respiro, la sua distanza dalla propria ombra, una proiezione impalpabile e sfumata.

 Interessante anche l’utilizzo di alcune parole chiave che stimolano percorsi aforistici: Il potere è l’ozio del cuore. – Il potere è una magia che trasforma una giornata priva di senso ed espressione in un trionfo di gloria infinito – Il potere è una grazia concessa agli uomini eccelsi – L’uomo di potere avrà vita sobria e pasti frugali malgrado gli schiavi pronti e le femmine pazienti… (pag. 45).

L’amore è assenza di pregiudizio. – L’amore è il futuro che non guarda a una risoluzione dei conflitti – L’amore abitua il corpo all’insonnia – L’amante prova orgoglio nell’esibire il suo stato innaturale – L’amore non è per i servi – D’altro canto i fiori rari abitano i giardini di corte e non i greti fangosi (pag. 48).

Il culto della bellezza imperversa nel testo in un diario prezioso e compreso della propria descrizione, dei tratti impavidi della sintesi e della divinazione: Le stanze di Roma sapevano di donna. – La mia casa è armonia e bellezza affinché il corpo sia degno custode dell’anima immortale; Osiris avrà clemenza nell’accogliermi. Per questo amo che il profumo degli incensi e della mirra salgano verso il Sole e rallegrino il Dio. La mia Creusa sa lavare sapientemente la mia pelle con sale e miele sciolti in un recipiente colmo di acqua argillosa di palude. – Poi mi cosparge di acque aromatiche ottenute da rose e gelsomini. – Nessuna ombra deve oscurare il colorito d’ambra.. – … un impasto di ossa di uccello tritate, sterco di mosca, sicomoro e succo di cetriolo. Alla fine la pelle riprendeva turgore con olio di mandorle e cannella. – …un piccolo cono aromatizzato di fragranze che sciogliendosi spandeva l’anima dovunque, fino al cielo (pag. 49).

Ti offro la bellezza, Iside mia / il colore dei campi e delle messi / l’acqua tersa della sapienza. / Luce della potenza è il creato / fiori di loto, mirto e cannella / per la tua benedizione. / Vivrò al tuo fianco avvolta d’eterno / dimentica, ti prego, / ciò che il silenzio ha cancellato (pag. 50).

 Avevo imparato che avrei ricevuto molto di più di quanto concesso solo usando l’arrendevolezza ragionata di una vera donna. Nessun uomo di valore concederebbe la sensazione, seppur fittizia, di una insubordinazione. Quella notte l’amore di frodo fu una festa per il cacciatore, poiché saggiamente lasciai che si consumasse la passione come una trappola per la selvaggina, una sanguinosa battaglia con la resa assoluta del perdente. E quella mia dolcissima schiavitù lo rese dipendente dal mio miele (pag. 51) – Ma l’amore ha spine irte e dolorose. Cesare mi aveva imprigionato come un usignolo in gabbia negli orti trasteverini e godeva della mia bellezza, l’ultima brezza della sua esistenza lasciandosi carezzare da onde di giovinezza audace (pag. 52).

Come penultimo atto eterno Antonella-Cleopatra ci regala un pensiero sulla morte e sulla sua comprensione, intesa come passaggio e non come ultimo comunicato di una fase semplicemente terrena: Addio. Mi rincresce ritirarmi all’improvviso ma il dolore consegnerà alla storia quello che è visibile ai più. Le opere dettate dal bisogno e dalla convenienza, le mura possenti edificate a custodia di un cuore carteggiato dalla speranza vana di vivere nella normalità una vita eccezionale… – Potrei assolvermi in qualunque momento ritirandomi nelle stanze buie della vedovanza amorosa ma forse non basterebbe, e cadrei pericolosamente nell’oblio delle vittime di guerra… – Lascio che la Morte, amica adorata, suoni trionfante lo strumento della vittoria e consegni quella verità ai miseri di spirito… – Quello che avverrà poi è scritto nella speranza del mio popolo, a cui consegno un cuore a pezzi (pag. 58).

Ecco. / Mi incanta l’ultimo, / caro respiro della bellezza / che vaga nelle stanze di Roma (pag. 59).

L’ultimo canto è un testo meraviglioso estrapolato dal Codice VI di Nag Hammadi (conosciuto come “Inno a Iside” – anonimo, IV sec. a.C.) che suggella questa opera Cleopatresca in condensato moderno: Perché Io sono il sapere e l’ignoranza. / Io sono la vergogna e l’impudenza. / Io sono la svergognata; Io sono colei che si vergogna. / Io sono la forza e la paura. /Io sono la guerra e la pace. / Prestatemi attenzione. / Io sono la disonorata e la grande… / Non ridete di me. / E non lasciatemi fuori tra quelli che sono uccisi nella violenza.  / Ma Io, Io sono compassionevole ed Io sono crudele (pag. 61).

Maurizio Alberto Molinari

 

 

Ghada Soliman su “Cleopatra. Divina Donna d’Inferno”

La Cleopatra di questo “libello”, per usare un termine caro a Dante con il quale lui stesso ha definito la sua opera in prosimetro, cioè prosa e versi magistralmente uniti, è una donna fiera, una Regina e un’amante al pari di Penelope e Didone. Ricordiamo queste due figure femminili per il loro coraggio e per la loro regalità grazie ad Ovidio, che nelle Heroides ha dato loro la voce.
Una Penelope straziata dalla lontananza di Ulisse, una Didone delusa dalla partenza di Enea e infine una Cleopatra sofferente per il distacco forzato da Cesare.
Tre donne unite da un unico destino, donne orgogliose, donne devastate, donne lussuriose, ma pur sempre Donne.
“Cleopatra Divina donna d’Inferno” è un libro ben scritto, è una piccola opera d’arte che racchiude un immenso tesoro. L’autrice, Antonella Rizzo, è stata molto attenta nella scelta del lessico che in modo eccellente proietta il lettore nelle stanze in cui Cleopatra si trovava.

Ghada Soliman

“Cleopatra divina donna d’inferno” di Antonella Rizzo, letto da Marco Onofrio

LA PRESENZA DI ÈRATO

cleopatraCleopatra divina donna d’inferno (Fusibilia, Roma, 2014, pp. 72, Euro 13,00) è un’opera originale e deliziosamente démodé: di quel “fuori moda” da cui, in tempi di conformismo culturale al ribasso, potremmo aspettarci i lieviti del futuro. La parola-chiave per entrare nel libro è complessità. La nomina la stessa autrice in una sorta di preambolo in limine, a p. 9, laddove – dopo aver citato la Cleopatra dantesca (Inf., canto V) inserita nel girone dei lussuriosi – estrapola dal mito condiviso della Regina d’Egitto l’aspetto nuovo e attualissimo della complessità, che la colloca oltre la «dicotomia intelletto-cuore di cui si tenta invano la separazione come garanzia di controllo delle azioni umane». La complessità di Cleopatra risuona in armonia con la ricerca poetica e umana di Antonella Rizzo, impegnata in un percorso antropologico di scavo nella diversità simbolica del femminile. E si traduce in una visione del mondo centrata…

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Maria Rizzi su “Confessioni di una giovane eretica”

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Le liriche della Silloge “Confessioni di una giovane eretica” sono
caratterizzate stilisticamente dall’ampiezza del respiro strofico e da
amplificazioni di senso create dai versi coniugati spesso al passato remoto o posti in forma
interrogativa : “E non so se ho vissuto / tra diaspore di pensieri / o nella
rugiada del mattino” – versi tratti da “Dejà vu”.
La vita è in bilico tra ciò che  e ciò che potrebbe essere stata… E’ rievocato, come in altre liriche di
Antonella il mondo dell’infanzia, violata dagli elementi, che ora sembrano vagliati dal ricordo.
Nei versi della Silloge “Il sonno di Salomé”erano parte del caos, che caratterizza
l’infanzia, l’adolescenza, in questa nuova Opera compongono un quadro,
fedeli a una nuova inconsapevole regola, quella del realismo: “Alza la
polvere il vento indiscreto / spezzando le piccole ali di fata / a giovani
insetti e a cime di fiori / folate di nuovo, di sacro, di incanto” – versi
tratti da “Primavera”.
Il sogno si identifica con l’incubo, come l’impossibilità di un ritorno al
grembo, inteso in qualunque sua accezione. E’ reimmersione nel ciclo perenne
di morte e rinascita, discesa negli alvei oscuri pervasi da linfe sorgive:
“Mi aspettavi dove l’inferno / prearava brace e ferro / per difendere il
segreto / dalle spade del risveglio” – versi tratti da “Sogno”.
Si alternano nella scelta dell’Autrice le immagini dei ‘vampiri’ dalle brame
viscide a quelle dell’amore che “nutre la fame e culla i miei sogni / calice
di liquide trasparenze / di dolci e vermigli frutti di sangue” – versi
tratti da “Vorrei”.
La donna sceglie, da ‘eretica – dal latino haereticu = che ha fatto la sua
scelta -, di non guardare il tempo che scorre attraverso lenti deformanti,
di desiderare e temere al tempo stesso, con la stessa devastante intensità.
La lirica “L’egoista” è l’atto più alto, potente e disarmato della Raccolta.
Vi è stato un uomo che ha pagato dazio per i danni procurati. La sua resa
non basta alla nostra Autrice per dimenticare il buio degli anni che chiedevano la luce e
non sceglie un inutile perdono… così egoista il perdono…non salva
nessuno.
In alcune poesie si respirano aspetti irriverenti, di autentica invettiva,
espresse con sobrietà verbale, con musica gradevolmente ruvida, ma con viva
intensificazione delle figure retoriche fondamentali per rafforzare i
concetti. “L’urlo e il silenzio”, per esempio, è un’escalation di sostantivi
e di verbi, seguiti negli ultimi cinque versi da ossimori incandescenti:
“Sgomenta si chiede / perché la rabbia non grida / non urla il silenzio /
perché l’invidia e il dolore / non scoppiano dentro”.
Ma, a fronte di una vena lirica tanto sanguigna, il senso dell’attesa resiste.
L’Autrice, che nel componimento “Il fuoco addosso”, si definisce ‘bossolo vacante’, resta
anche tesa ad arco verso la scelta della luce. La teme, perché diffida, ma ne attende la
rivelazione: ” Io diffido della luce, Padre / quando non si vela al mio cospetto / e ripete
come grani di rosari scuri / i precetti e le sue benedizioni” – versi tratti da “Eresia della luce”.
Tremano gli arbusti dei cuori sullo spartito di un’Artista che strappa la propria maschera e,
spinge a togliere le nostre: ” Eppure cerco / e so di spargere ovunque / la semenza dell’inquietudine”-
versi tratti da “Eppure cerco”, e si esce in stato di magico, destabilizzante surplace dalla lettura dei suoi
versi di sangue e sogni.

Maria Rizzi