La donna nell’antico Mediterraneo nel libro di Antonella Rizzo “Cleopatra. Divina donna d’inferno”, commento del Prof. Rino Caputo

Il prosimetro è un termine dotto e molto tecnico, da addetti ai lavori, usato in modo mirabile da Dante. La Vita Nova, la prima opera da lui scritta, è infatti un prosimetro, un libro in cui Dante per parlare d’amore talvolta usa la poesia e altre la prosa. Si serve della poesia per preparare un discorso, oppure usa la prosa per spiegare la poesia. Antonella Rizzo, dal punto di vista tecnico, usa proprio in questo modo il prosimetro: le sue prose sono prose d’arte, non sono parole aggiunte a caso ma sono scritte in modo pregevole. C’è un filo conduttore e capacità di concentrazione del dettato poetico. Chi fa poesia deve essere abituato ad asciugare e a togliere per esprimere l’emozione più intensa.
Il libro è molto bello anche per la linea editoriale che Fusibilia libri coltiva da tempo con successo. La lettura è suggestiva considerando che, come Shakespeare, c’è già chi ha interpretato Cleopatra. Nelle prime pagine del libro l’autrice fa ricorso alle parole di Dante che nel canto di Paolo e Francesca stila il catalogo delle donne eroine dell’amore, quelle che veramente lo hanno vissuto in pieno. Tra le donne famose per l’intensità della passione, ma anche per gli eccessi della passione, ricordiamo Semiramide, la stessa Cleopatra, la storia di Tristano e Isotta.
Dante nomina la regina come Cleopatras lussuriosa. Intanto la chiama con il nome Cleopatras per sottolineare l’imponenza e poi pone l’accento su lussuriosa. la Lussuria è un peccato capitale che nella logica teleologica di Dante ha molte attenuanti: quando gli fu chiesto in quale luogo avrebbe desiderato andare dopo la morte, Dante risponde senza esitazione: tra i Superbi o tra i Lussuriosi. Perché la Lussuria, secondo Dante, è il peccato dei Poeti d’amore e quindi questo termine ricorre non nel senso greve al quale noi siamo abituati. L’autrice parte da questo riferimento per giungere al Canto quinto, dove Dante dice: coloro che la ragion sommettono al talento, intendendo proprio che il loro peccato è quello di essersi fatti prendere dalle emozioni e dal sentimento d’amore e per questo motivo sono lì. Dante ammette di essersi trovato nel punto da essere nella loro stessa condizione ma, come sappiamo, di essersi salvato. Condivide questa debolezza umana, la lussuria, termine che va assunto in modo ambiguo perché ha due facce. Certamente quella peccaminosa che la include nei sette peccati capitali, ma anche quella che rappresenta la qualifica vera e propria dell’amore.
Antonella Rizzo parte proprio da questo e il libro è una continua dichiarazione d’amore da parte di Cleopatra, un amore completo che parla degli uomini della sua vita, ma anche delle conseguenze dell’amore, con accenti molto teneri che la Rizzo sa tradurre nel senso di tradizione storica. Bello il sentimento nei confronti del figlio che sappiamo non essere sopravvissuto, per esempio. Da questo punto di vista l’autrice è rispettosa della storia e accanto al romanzo d’amore di Cleopatra e Giulio Cesare ci sono anche gli accenti negativi che Cleopatra usa nei confronti di Ottaviano, che appare come una persona mediocre e che per una sorta di selezione al negativo si ritrova poi ai vertici della storia.
Il valore di Antonella è quello di aver raccontato questa storia con la poesia. L’immagine della protagonista descritta dall’autrice non è falsa, non ha compiuto una sorta di revisionismo storico sconvolgendo il suo personaggio. Cleopatra è la regina d’Egitto e quindi possiede tutte le arti, tutta la Sapienza di quella civiltà che tanto faceva paura a quei senatori romani che vedevano di cattivo occhio la relazione fra i due. Non perché Cesare volesse il Regno ma perché avevano capito che grazie a questo questo incontro sarebbe cambiata la civiltà, come era già successo nel mondo mediterraneo rappresentato dalla civiltà ellenistica. Alessandria d’Egitto è tutte e due le cose, è la civiltà egizia ed è la civiltà greca; e la distruzione della biblioteca di Alessandria resta un delitto imperdonabile.
Questo è un libro che aiuta a concepire il Mediterraneo come il luogo di incontro, perché proprio dagli eventi positivi e negativi di questa contaminazione sono arrivati poi i passi successivi per la nostra civiltà.
Ci siamo accorti solo negli ultimi decenni che la poesia delle donne arabe di Spagna si è mescolata con quella delle donne ebree. Proprio da lì sono derivati i primi cenni di metrica nelle composizioni europee che, attraverso la cosiddetta zona della Provenza, la terra di Barcellona e i Pirenei sono giunti fino alla Pianura Padana e all’Appennino, fino ad arrivare a noi. Lo stesso Dante riconosce questa origine alla nascita della poesia. Ci mancava questo aspetto: dallo stretto di Gibilterra, oltre alle guerre, è passata anche la civiltà e la filosofia dei saggi arabi che Aristotele ha salvato, come Averroè.
Bisogna considerare le grandi possibilità che ci vengono aperte se incentriamo sul Mediterraneo i nostri valori e quelli dell’Europa, perché c’è una dimensione euromediterranea che viene poco considerata. L’anno scorso ho tenuto un convegno a Napoli con l’apporto di più nazioni proprio sul fatto che questa componente è quella che può dare il maggior contributo di civiltà e di pace.
Il libro di Antonella Rizzo è una premessa perché senza l’amore non si va da nessuna parte.

Rino Caputo

Lazzaro Rino Caputo (Ischitella nel Gargano 1947) è professore ordinario di Letteratura Italiana presso il Corso di Laurea in Scienze bei Beni Culturali e dello Spettacolo e il Corso di Laurea Magistrale in Letteratura italiana, filologia moderna e linguistica del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Roma “Tor Vergata”. Ha pubblicato saggi e volumi su Dante, Petrarca, Manzoni e il primo romanticismo italiano, Pirandello e sulla critica letteraria italiana e nordamericana contemporanea.  Dal novembre del 2007 al luglio 2012 è stato Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma “Tor Vergata” e, dall’ottobre 2010, Presidente della Conferenza Nazionale dei Presidi delle Facoltà di Lettere e Filosofia delle Università Italiane. E’ oggi Presidente del Centro Studi dell’Ars Nova Italiana del Trecento di Certaldo.

Bella ciao

Bella ciao non si discute e in questa splendida versione del gruppo Nuove Tribù Zulu raggiunge il massimo della sua intensità. Tra l’altro questo pezzo fa parte della colonna sonora del film Roma Golpe Capitale di Francesco Cordio, uscito a gennaio 2018.

Perché in questa canzone semplice e melanconica risiede il sentimento autentico del ricordo e della resilienza, parole senza sovrastrutture e ingegnerie mentali: solo il bisogno di umano. Mi chiedo se è possibile che la sinistra abbia fallito perché si è vergognata delle sue radici umili, sotterranee, e abbia temuto lo sguardo diretto sul mondo. Paradossalmente ha rinnegato quegli ideali considerati populisti che sono stati imbracciati con lungimiranza dagli avversari, abili invece a sfruttare il fascino dell’etica ammantata dall’estetica, combinandole a perfezione. Perché la prima cosa che mi viene da pensare è l’abiura compiuta nei confronti del patriottismo, come se fosse il peggior nemico del progresso. Quel patriottismo generoso che sta nei primi impeti di affermazione dell’Io giovane, vitale in cerca di una direzione di vita. Si è confuso abilmente il concetto di patriottismo con quello di sovranità, ma nessuno si è mai soffermato a fornire una spiegazione interna alle cose, a compromettersi ideologicamente: tutto torna nel mondo liquido che parla a slogan. Si è tappata la bocca alla filosofia, in fretta, perché le parole sono pietre. E così, nel terrore di aderire a un paradigma non consentito, si è buttata l’acqua sporca con il bambino.